Proiezioni

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“La poesia/ quando càpita/ e quando capìta/ si scrive/ e si legge/ al buio./ Da soli./ In silenzio”. Ecco qui il rapporto e il legame tra il poeta e il suo lettore. L’uno scrive, da solo, al buio e in silenzio e soltanto così coglie ciò che ha necessità di dire; perché l’altro lo colga a sua volta – così la poesia si fa capìta ‒, mentre legge al buio ovvero lontano dalla troppa luce che acceca, da solo, in silenzio. Forse è in questi versi una definizione possibile di poesia? E ancora: “Si scrive tacendo […]/ trattenendo il fiato”. Perché è “Sommessa la voce/ che nello scrivere/ Non vuol darsi pace”. Così è la voce del poeta, non può essere quieta, non può avere requie, “Rito e tiro al bersaglio/ mirando il cuore al centro”, questa è la tensione continua del poeta. Dove guarda? Dov’è il centro? Dove il cuore? “La chiave è la parola scritta/ con la sua metà come meta/ per essere recuperata”. Alla ricerca di sé, certo, ma anche di “Alfabeti vicini/ di linguaggi lontani/ rami di un diapason/ vibrano all’unisono”, chissà, anelando a un’armonia possibile con la voce di qualcuno che, mentre legge, si riconosca tra i suoi versi. Speranza o illusione, come può saperlo il poeta… Sarà forse possibile? “Capirsi è (un) equivoco/ - sotto l’egida falsa/ saper dire (non) basta/ forte di un forse/ tutto è linguaggio,/ tutto è silenzio”…

La dedica in esergo della seconda silloge, piccola e preziosa quanto la precedente Dalla parte della radice, di Marco Luppi – che nel frattempo ha partecipato a diverse antologie con poesie comprese anche in questa raccolta – è programmatica: “A chi legge per dare una possibilità di reggenza alle parole”. Il continuum della sua ispirazione pare, infatti, in maniera evidente e confortante, incentrato sulla incapacità frequente della parola di essere univoca, come appare chiaro anche dal breve scritto dell’amato Franz Kafka che precede le liriche; a ricordarci che, ognuno dietro la sua porta chiusa, teniamo le mani su maniglie di usci diversi e le abbassiamo in momenti differenti. Eppure – ed è questa la meraviglia della poesia di Luppi, la profezia che si avvera per chi vi si avvicina con cuore e mente in disteso accoglimento e che, come si diceva, conforta – l’autore crede che esistano alfabeti e linguaggi vicini, fatalmente diversi ma capaci di accostarsi, riconoscersi, intendersi fin dove è possibile. “La chiave è la parola scritta”, dice, che può essere recuperata “nello stesso […] silenzio”, quello di chi scrive e quello di chi legge, silenzi che si incontrano quando tra le pagine sfogli versi che sembrano assomigliarti. Tra parole dedicate alle emozioni, ai ricordi, ai silenzi (che immaginiamo forse cullati soltanto dall’amato Bach), agli affetti (c’è anche una poesia della figlia Agata di nove anni, e un tenero omaggio ad un tempo solenne del padre a lei attraverso la consueta ma rinnovata metafora dell’albero come legame), punte di ironia ( “Il mio è un pessimismo/ di tipo cosmico/ ma senza la èsse”), acute critiche alla critica letteraria e non (“non avere nulla da dire/ ma saperlo dire bene”), questa antologia tra vita e poesia riflette ancora sul significato dell’atto poetico e, come è proprio della scrittura di Luppi, i giochi di parole ne costituiscono connotazione essenziale e connaturata, efficaci pilastri di strutture scarne e, a tratti, quasi lapidarie. “I poeti non sono attori”, dice Claudio Marusco nella postfazione, eppure Luppi si dice capocomico e burattinaio “del triste teatro”; forse è per questo che sa indicarci una strada, ovvero che “Occorre farsi labirinto” al centro del quale “ognuno è il mostro” – dice come in un’eco di Charles Simic – che però è bene imparare a conoscere: “tu, / non smettere/ di cercare”. E per essere capaci di farlo ci suggerisce anche il modo, “Amare e farsi (a)mare/ si deve come si può/ e non come si deve”. L’auspicio è che nemmeno Marco Luppi smetta di cercare, e di trovare versi da continuare a regalarci, ancora e ancora.



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