Ragli

Come un acrobata della parola o un funambolo della lingua che intende distinguersi in un ambito letterario affollatissimo di voci monocordi dai temi sovente fin troppo assonanti, l’autore mette in campo non comuni doti creative e intellettuali con atteggiamento sperimentale e affida la scansione dei versi ad uno sviluppo complesso e multiforme del linguaggio poetico mediante fantasiose combinazioni di parole e di poliedriche concatenazioni: “No se puede continuare l’istesso sirmone / chi me tocca a me mismo repetire / de notte e de jorno, / de teatro in teatro, / de plaza in de plaza, / de paise in paise, / no, vaca pütana!”. La silloge raccoglie un antologia di testi composti in forma frammentaria e convulsa che attraversa varchi estremi per liberare la propria sensorialità. Le sue riflessioni poggiano, infatti, nella microfisica di un verseggiare libero, ma ricco di accenti, scansioni e modulazioni, che prediligono una verticalità che poco concede alla tentazione lirica: “Mi mossi da me, / tra affreschi e crete, / a me dico: / esta malattia / sabbiassa / de diserto / chi se incunea / e se infiltra / in de la vocca, / in de le orecce, / e in de ogne altr’anfratto / pertugio / e pertugiàs / e pizzega”. Un fuoco che arde irriverente, ironico e scanzonato, che divampa nelle vicinanze di una marginalità pregna e fantasticante, palpitante delle vitali intuizioni di un poeta che non intende soffocare il proprio utile scarto, pronto ad abbattere ogni compromesso per poter vincere l’opprimente peso del mondo...

Fabio Greco ha origini salentine, passaporto britannico e residenza milanese. È autore di diversi poemetti e di racconti raccolti in antologie collettive e del libro d’esordio Il nome dell’isola, risultato finalista del Premio Calvino 2014. Ragli è una raccolta poetica anomala, priva di prefazione e di note introduttive, che il lettore apre dunque con la stessa curiosa perplessità con cui varcherebbe la soglia di una galleria d’arte in cui sono ospitate opere di un artista sconosciuto. In ogni pagina imperversano componimenti poetici pirotecnici, in cui suoni, timbri, rimandi fonici, figure retoriche, giochi di parole, variazioni metriche, capriole e ibridazioni del linguaggio costituiscono una trama ardita e fantasiosa libera di ramificare in direzioni imprevedibili. Una sorta di flusso verboso e polifonico che, come un fiume impetuoso di parole, tutto raccoglie lungo il tragitto e restituisce in una forma del tutto personale e priva di decodificazione, che non fissa alcun punto di riferimento per il lettore e forse neppure per se stesso. La deliberata enigmaticità del dettato sembra quasi volerci portare lontano dalla realtà. Eppure di realtà nei suoi componimenti se ne trova molta. Non registrata direttamente, ma minuziosamente ricreata e filtrata da un immaginario virtuoso e a tinte forti.

 


 

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