A stomaco vuoto

A stomaco vuoto
Insofferenza del banale, del dilagante uso del luogo comune, dell’ostentato abuso di espressioni linguistiche del tipo “mi taccio” e verso chi saccheggia a sproposito l’avverbio “assolutamente”. Sofferta delusione provocata da una società “di editori e lettori schizzinosi/ che avversano i componimenti lirici”, ma anche da parenti “che sono i primi col braccino corto” a disertare le librerie e che “con quell’espressione/ di chi ha l’aria di pararsi il culo/ dicono che nessuno è profeta in patria”. Disgusto per una quotidianità dominata dall’ipocrisia perbenista, per il gregarismo massificante che trova in Facebook la sua forma più attuale, per l’imperante malcostume della nostra classe politica intenta a sperperare denaro pubblico, a consumare cocaina e sesso a pagamento. Tra provocatorie invocazioni liturgiche a Silvio Berlusconi e dichiarazioni d’amore ai leghisti in puro vernacolo brindisino, la sferza ironica dell’autore non pare proprio voler risparmiare nessuno, andando a colpire persino Federico Moccia, le false ricette d’amore e le crescenti manifestazioni di perversione sessuale…

Dopo Volevo solo abbaiare un pò, nel suo secondo libro Silvano di Campi non fa marcia indietro; ma sembra, anzi, imprimere un’ulteriore accelerazione alla sua scrittura caustica e dissacrante. Già il titolo ne definisce in maniera fulminea l’umore che lo attraversa e ne anticipa adeguatamente lo sdegno indignato che sottende l’ispirazione. Nessun sigillo poetico, né arredamenti linguistici, formalismi o retoriche vanità. L’atteggiamento e la posizione dell’autore brindisino è impeto istintivo ed esacerbato che insorge e lotta contro la barbarie civilizzata della società contemporanea, contro il male che ovunque sembra sovrastare l’uomo. Ne viene fuori un testo sanguigno e a tratti impertinente, dannato da un risentimento che volentieri attizza il lettore. Ma dove il linguaggio appare fin troppo esplicito e poco mediato dalla necessaria rete metaforica di cui la poesia ha sempre bisogno, anche quando si converte a strumento di aspra denuncia sociale. Se la scrittura poetica è la lente con cui si sceglie di osservare la realtà e la realtà è spiacevole, occorre non dimenticare mai che la pagina è ancora sacra tavola che trasforma il niente in configurazioni di senso e di significato.

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