Un prato in pendio

“Questo foglio/ Battuto per tre quarti/ dalla luce. Nella sua luce cresca/ l’incerto zampettìo delle parole”. Ci si aspetta forse che un poeta abbia dalla sua una sicurezza profonda nelle parole e nel gesto, senza sicumera, ma per quella intima attitudine al verso che hanno i poeti. Qui l’incertezza delle parole, che pare si appoggino sul foglio come un piede timoroso dell’acqua, è autobiografia: l’uomo si muove su una carrozzina e le barriere architettoniche diventano, nel poeta, una difficoltà tra il dire e il non dire. “Tra” (o “fra”) è preposizione prepotente che si sparge sui versi: “Tra il piacere e quel che resta del piacere”, “…giri una corolla tra l’indice e il pollice”, …”fra me che scrivo e la parola niente”, solo per citarne alcuni. È uno spostarsi sempre tra qualcosa e qualcos’altro (“…da qui a lì, da sinistra a destra…”), un gioco di contrappesi e contrapposizioni (“…mentre penso a come la vita e il suo contrario/stiano vicine sui palmi delle parole ben scritte…”,” …E una volta vivo, e un’altra volta ignoro…”), di spartizioni (“…di qua le parole, di là la radice delle cose…”). Poesie azzurre, di cielo e di nuvole, (“E c’è che vorrei il cielo elementare/azzurro come i mari degli atlanti”, “Non sono solo nuvole le nuvole/che nuvola più nuvola più nuvola/fanno disfanno nel cielo figure…”), di pioggia e aria (“Piove, e se piovesse per sempre/sarebbe questa tua carezza lunga”, “L’aria è quella umida di marzo quando piove…”). C’è la natura, ci sono i suoi elementi, visti da dietro una finestra, il vetro che è Gerico assediata e l’Io lirico e umano prigionieri…

Pierluigi Cappello è stato. Sapere che sarà per sempre, in ogni caso e in ogni dove, non lenisce il dolore per la sua partenza così prematura. Pierluigi (mi si passi il tono confidenziale, ché avergli parlato per qualche minuto, ringraziandolo per il suo cuore, ne ha fatto un amico, come tutti i poeti che si amano pazzamente) era nato a Gemona del Friuli nel 1967. Se il suo paese natale vi dice qualcosa è perché è stato uno dei centri rasi al suolo dal terribile terremoto del 6 maggio 1976; questo il primo grande sconquasso della sua breve vita, il secondo fu l’incidente in moto che gli spaccò il midollo, confinandolo a vita su una sedia a rotelle. Aggiungiamone un terzo, più tecnico se vogliamo. Come ricorda giustamente Alessandro Fo nella sua introduzione a questa raccolta completa di tutte le poesie e i testi in prosa pubblicati e inediti (in tutto le introduzioni sono 3, di autori diversi) la poesia di Cappello è sempre stata riconosciuta da certi critici (per intenderci quelli che stanno sui loro scranni in attesa di una vittima da scarnificare) come diaristica, come “sfogo di fronte a tragedie immense”, un lamento adatto ai cuori più teneri. Che sia mai e poi mai la poesia fatta di parole quotidiane, che mai e poi mai il poeta si permetta di guardarsi dentro! Così, facciamo secchi tutti i crepuscolari, strozziamo i poeti romantici e diciamo di Cappello che è un poeta “facile”. La poesia di Pierluigi è la sua Gerico, città assediata dal popolo eletto e guscio che proteggeva i suoi abitanti: un dentro e un fuori. L’uomo poeta è bloccato nei movimenti da una sedia che sostituisce malamente le sue gambe, guarda il mondo dalla finestra, gli alberi, la montagna e poi la pioggia, la neve, il cielo, le nuvole, gli uccelli, gli insetti tutti assiepati a ricordargli il suo internamento: un dentro e un fuori. Se non si può viaggiare nel mondo fuori, allora si viaggia nel mondo dentro, allora si sogna ancora di poter volare, di poter essere partenza e congedo. E quando la realtà bussa, allora dentro e fuori, se si desidera intatta la propria sanità mentale, sono uno, allora la poesia diventa stare, rimanere, esserci. Diventa la gente di Chiusaforte, i loro nomi, le loro mani grosse, diventa Chiara (la nipote), diventa il ricordo di quando si era un donzel, il ragazzetto che correva su per i monti, diventa una nuova lingua in cui scrivere, il friulano, musicale, un po’ straniero, tanto colorato. Allora scrivi di uccelli (il codirosso), scrivi rime per i bambini come Chiara, scrivi della pioggia e della neve, scrivi delle nuvole e del cielo, scrivi di un calabrone, di una mosca e non perché sei un idiota (la bêtise di Lacan) ma perché sai trovare dappertutto ispirazione, perché sei un poeta. Vero. Umile. Benedetto.



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