Viaggio incolume

Viaggio incolume

“Il carro titubante e le sue ruote tratteggiano/ il molle salmodiare della sabbia, avanzano/ più lenti ed aggravati dal parco bagaglio/ di quest’uomo e questa donna”. Sappiamo dal titolo che siamo di fronte ad un viaggio, dai versi intuiamo il genere dei viaggiatori, un uomo e una donna, che avanzano con circospezione, nella “ritmica tortuosa della vita” da cui tuttavia escono incolumi. A che punto del viaggio li troviamo? Parrebbe, dai versi che seguono (“Atterra sulla strada polverosa la storia/ futura di due ombre abbottonate… e appare reale ormai il passato che è accaduto”) di coglierli nel tempo presente, pronti per il prossimo futuro. È un andare quasi liturgico (molti sono i riferimenti: “salmodiare”, “sermoni”, “sinodo”), tra elementi naturali e ambienti diversi (paludi, mare) spesso immersi nel tramonto (“occaso”), o all’alba del giorno appena nato, quando “lei/ si sveglia e con le mani si rammenda”: non è l’unico riferimento alla palingenesi del femminino, alla rigenerazione che è propria dell’ontologia femminile. Infatti, più avanti si legge “lei sempre/ rinasce in una chiesa mattutina” e, soprattutto, “in questo giorno in cui la scorge… come donna/ genitrice della terra” dove il richiamo alla Grande Madre emerge in tutto il suo fragore. Si tratta, in ultima analisi di un omaggio in versi non sdolcinato (per fortuna) e molto completo, alla figura femminile che accompagna il poeta nella vita…

Per recensire questo ultimo lavoro di Tomaso Pieragnolo (nato a Padova nel 1965 e residente da diverso tempo tra Italia e Costa Rica) ho provato ad immedesimarmi in un lettore medio, qualcuno cioè che ama leggere poesia (che sia benedetto!) ma della quale non ha una conoscenza estremamente tecnica. Apre il libro, legge una pagina, magari due e poi lo richiude. Perché? Perché ha letto una poetica estremamente ostica, scritta in un linguaggio difficile e infarcita di parole di uso non comune. Ora, ci si deve intendere su cosa sia poesia, determinandola oggettivamente (perché esiste un’oggettività della poesia, un metro cioè che ci consenta di stabilire un criterio di giudizio). Semplificando molto, il poeta osserva o dentro sé stesso o la realtà che sta al di fuori e restituisce a parole ciò che la sua differente sensibilità vede, utilizzando un linguaggio che non è quello comune, ma che possiede una certa ambiguità (una sorte di codice), fornendo contemporaneamente (al lettore) anche gli estremi per decodificare il suo messaggio; gli estremi sono le metafore, tutte le altre figure retoriche, e una particolare collocazione di alcune parole chiave (per dirne alcuni) per attivare nel fruitore lo stimolo a fare associazioni, analogie, pensare, riflettere. Se si vuole che la poesia crei la necessaria connessione tra poeta e lettore, e che sia una possibilità trasversale, utilizzerà un linguaggio ai più comprensibile. Viceversa, se il suo stile è particolarmente ricercato, adornato e aulico, allora dovrà accontentarsi di avere un pubblico omogeneo, fatto di persone particolarmente erudite, o di addetti ai lavori. Dal linguaggio passa l’emozione estetica, se una poesia resta unidimensionale e non si stacca dalla pagina per entrare in circolo e per darci una scossa, fallisce. Uscendo dalla pelle del lettore medio, per il quale nutro il più profondo rispetto, da addetto ai lavori la mia opinione non cambia. Apprezzo la ricerca linguistica di Pieragnolo, apprezzo molto il recupero che ha fatto della figura della Grande Madre, ma il suo libro è impenetrabile, a tratti illeggibile, se per leggibile si intende comprensibile. Una lingua straniera si può masticare, si può interloquire capendo il senso se non proprio una frase per intero, ma nella poesia se le parole costituiscono per il lettore solo una presenza iconica e non smuovono una sola vena, dov’è la poesia? È chiaro che lo stile non è una scelta completamente consapevole, è un’indole, ma non per questo è fatto obbligo di apprezzare una poesia che non si capisce.



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