Premio Strega 2018, non 1968

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Il settantaduesimo Premio Strega lo vince Helena Janeczek, come da molti era pronosticato prima della serata finale e come è parso evidente sin dalle primissime fasi dello scrutinio, coordinato da un Paolo Cognetti che giura di essere ancora tramortito dalla vittoria dello Strega 2017 e racconta con gli occhi che brillano a tutti quelli che incontra di aver acquistato con i soldi del premio una vecchia stalla che intende trasformare in un ostello per ragazzi.




Il libro della Janeczek, La ragazza con la Leica, è un romanzo “così accurato e documentato da sembrare quasi una sorta di biografia”. Di chi? Di Gerda Taro, al secolo Gerta Pohorylle, fotografa deceduta in un terribile incidente nel 1937, pochi giorni prima del suo ventisettesimo compleanno, durante la guerra civile spagnola. Una storia drammatica e piena di spunti, che però pare essere – come pure, per par condicio, succede alle storie al centro degli altri quattro libri finalisti, firmati da (in ordine di classifica finale) Marco Balzano, Sandra Petrignani, Carlo D’Amicis e Lia Levi – l’ultimo dei pensieri degli invitati alla cerimonia della premiazione nel bellissimo Ninfeo del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, a Roma. Tutti infatti paiono concentratissimi su due altre faccende: una è assolutamente un classico del “generone letterario” romano, e cioè controllare chi c’è e chi non c’è alla serata. L’altra è una novità di quest’anno, e cioè decidere qual è il più buono tra i cinque cocktail a base di liquore Strega serviti dai barman di Mixology, lotta questa ben più serrata e ricca di colpi di scena di quella letteraria.

A turbare il dibattito proprio sul più bello giunge l’inizio della diretta su Rai 3 condotta da Eva Giovannini. Gli autori hanno avuto l’atroce idea di voler “celebrare” con l’occasione il cinquantesimo anniversario del 1968, discutendone il rapporto con la cultura italiana, #nacosetta. Impresa già improba di per sé, che diventa ridicola se delegata a siparietti da 3 minuti l’uno tra una Giovannini (molto male assistita durante tutta la serata da testi men che mediocri) che inanella banalità e un Giampiero Mughini imprigionato in una grottesca postazione allestita con finti cartelli di protesta “d’epoca”. Il peggior difetto della trovata degli autori RAI – la frettolosità – si trasforma nel suo miglior pregio allorché appunto in tutta fretta (e in totale assenza di suspense, finanche simulata a beneficio dello show) si arriva alla certificazione matematica di un risultato già ovvio da almeno un’ora. Evviva Helena Janeczek, evviva Gerda Taro.

Cosa resterà di questa serata più mondana che letteraria? La Giovannini che disperata tenta di scansare un impacciato Marco Balzano che la “impalla” davanti alla telecamera, Franca Leosini che si erge a paladina della narrativa di genere in diretta tv, la dolcissima Helena Janeczek che beve a garganella il liquore giallo per compiacere i fotografi e poi accusa il colpo. E una serie di mise improbabili balenate nel buio che nemmeno alle porte di Tannhäuser nell’ora di punta.



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