Saggio sulla lucidità

Saggio sulla lucidità
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Nella capitale la pioggia torrenziale ha ormai assunto dimensioni apocalittiche. Una giornata pessima per votare, e serpeggia la preoccupazione che il maltempo faccia calare ulteriormente l’affluenza. Il presidente di seggio e i suoi collaboratori, notando che dei votanti non si vede nemmeno l’ombra, chiedono aggiornamenti al Ministero, per sapere se nel resto della nazione l’andamento è analogo. Le precipitazioni violente hanno bloccato tutti a casa, ma mentre nelle altre città i cittadini si sono recati a votare in maniera quasi eroica alla fine della tempesta, la capitale è rimasta a urne vuote. È record di astensione, evidentemente una manifestazione del dissenso organizzato. Nelle stanze del potere si sprecano le congetture su un possibile complotto, ma con la nuova tornata si ha addirittura un’affluenza ancora minore. Il rimedio estremo è quindi quello di spostare la capitale e di porre sotto assedio quella vecchia, privandola delle forze dell’ordine. Il punto più basso si tocca quando su ordine del Ministro dell’interno viene organizzato un attentato, di cui sono ingiustamente accusati i ribelli “biancosi”. La svolta si ha quando viene avanzata l’ipotesi di un collegamento con la cecità bianca che quattro anni prima ha colpito tutta la nazione: solo una donna ha conservato la vista, e su di lei si concentreranno i sospetti degli inquirenti, ansiosi di consegnare un colpevole al governo…

Sequel di Cecità, uno dei lavori più famosi di José Saramago, Saggio sulla lucidità si caratterizza per una trama scissa in due parti. La prima parte è incentrata sulla gestione della crisi da parte della classe politica, la seconda sulle indagini del commissario e dei suoi collaboratori, con il rientro in scena di alcuni amati personaggi del libro precedente. Il romanzo è un’analisi impietosa del potere e della “strategia della tensione”, con continui tentativi di screditare e delegittimare il sacrosanto dissenso. La violenza viene manipolata, i nemici del sistema sono trasformati agli occhi di tutti in nemici della democrazia. La classe politica, come spesso accade nella realtà, si rifiuta di riconoscere le proprie responsabilità e scarica le colpe sul popolo. L’autore portoghese usa uno stile unico, e riproduce l’attività incessante della mente umana con un continuum di pensieri che si mescolano alle sue riflessioni. I periodi sono lunghissimi, il discorso diretto non è mai introdotto da virgolette, le virgole e i punti sono gli unici segni di interpunzione. Saramago analizza nel profondo la natura umana non attraverso un rigido realismo, ma inventando situazioni paradossali, ai limiti del grottesco. In questo il Nobel per la Letteratura ricorda a tratti un altro mostro sacro della narrativa novecentesca, il nostrano Italo Calvino. Per quanto assurdo possa sembrare l’intreccio, non è poi così lontano dall’attuale situazione di totale sfiducia da parte dei cittadini. Saramago esprime un amore incondizionato per la politica, ma per quella vera, di certo non quella rappresentata dall’imbarazzante classe dirigente da lui descritta.



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