Madlèn

Madlen
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Madlèn ha sedici anni, e a scuola ha deciso di non andarci più. È una bella ragazza che non passa certo inosservata: indossa shorts e stivali alti, ha una lunga treccia e una sfilza di piercing sparsi in tutto il corpo, così come le perline colorate, attaccate ovunque sui vestiti e sui capelli. Vive alla periferia del paese in una casa fatiscente, laddove l’asfalto sbriciolato è ricoperto da cumuli di immondizie. In casa ci sono solo lei e suo padre Vanni. L’uomo dovrebbe avere appena quarant’anni, ma ne dimostra molti di più: sarà per la sua pelle bruna e la barba lunga, o sarà per la sua mise da montanaro, con quei pantaloni di tela scura, la giacca di velluto e il berretto. Vanni, di mestiere, si aggira con passo regolare tra i capannoni grigi della zona industriale, e – fugace e silenzioso come un’ombra – raccatta avanzi di rame e ferro riponendoli dentro la sua carriola. Qualcuno dice che è un ladro, ma tecnicamente, raccogliendo solo scarti, non lo è affatto. “Madlèn, non dar mica retta ai gagi, stai attenta stai alla larga” ammonisce Vanni. I “gagi”, quelli regolari, odiano i nomadi come lui e sua figlia: sembrano volere aiutare, farti lavorare, ma dicono solo un mucchio di stronzate. Ti riducono come uno schiavo, ti imbrogliano, promettono e poi non mantengono. Madlèn di solito non bazzica nella zona vicino casa sua e non frequenta i gagi: ogni giorno il suo ragazzo, Miscèl, la viene a prendere in macchina davanti al distributore e se la porta al campo nomadi, quello grande vicino alla tangenziale, riportandola indietro la sera tardi. Ma quella mattina, la ragazza entra a gironzolare dentro il negozio di autoricambi accanto alla concessionaria. Mezzetti, il padrone, segue i suoi movimenti attraverso il video di sorveglianza: è sospettoso da un lato ed eccitato dall’altro, vorrebbe allungare la mano e toccarla da quanto è bella. Ma è la mano di Madlèn che, all’improvviso, si allunga sul ripiano con un movimento fluido: Mezzetti è pronto a giurare che si sia intascata qualcosa e chiama i rinforzi; assieme a Diomede, uno dei meccanici dell’officina, la blocca prendendola per la vita. Sulle prime, la ragazza cerca di ribellarsi, ma poi si arrende, seguendo i due uomini nell’ufficio sul retro...

Vincitore del “Premio Creatività Scuola Holden 2016”, Madlèn è un romanzo breve scritto e pubblicato da Leo Posner, giovane genovese laureato al DAMS e attivo nel sociale. Sorvolando sull’estetica – l’impaginazione è davvero bruttina ‒ sostanzialmente siamo di fronte ad una storia interessante e di grande attualità che tratta temi quanto mai scottanti come la violenza sulle donne e il difficile rapporto con lo straniero, con il “diverso”. Lo stupro di cui è vittima la giovane Madlèn si inquadra all’interno di una sorta di “faida” che squarcia in due la periferia di S. (paese ideale del nord Italia a giudicare dall’inflessione dialettale dei personaggi che lo popolano): da una parte i nomadi, accusati di vivere di espedienti, dall’altra gli abitanti del luogo, la cosiddetta gente “perbene” che lavora e paga regolarmente le tasse. La tensione tra le due fazioni è palpabile, e sembra che l’unica legge possibile sia quella del taglione: ogni offesa recata è come un boomerang che nel tornare indietro colpisce sempre più forte, in un crescendo di violenza della quale la giovane nomade non sarà l’unica vittima; accanto alla giustizia fai-da-te c’è anche un’indagine ufficiale che si mette in moto, ma l'impressione è che non sia abbia tanta voglia di fare giustizia. Come sempre succede in occasione di uno stupro, le argomentazioni meschine si sprecano ‒ se l’è cercata, ha provocato – tanto più che la giovane vittima appartiene a quel pezzetto di umanità denominata “feccia”, capace solo di rubare a chi “si fa il mazzo” in modo onesto. Per fortuna a S. c’è anche qualcuno il cui sguardo non è offuscato dall’ira, e la cui mente trascende i luoghi comuni: sarà proprio il suo istinto a rivelare il colpevole di tanta brutalità, un colpevole tutt’altro che scontato. Madlèn è un romanzo corale in cui si susseguono molteplici voci e altrettanti punti di vista; i personaggi sono caratterizzati efficacemente con pochi tratti e ‒ per quanto appartenenti a due mondi distanti e all’apparenza inconciliabili ‒ si fa molta fatica ad inquadrare chi siano i buoni e chi i cattivi: la distinzione si fa sempre meno netta man mano che si procede con la narrazione e ci si rende conto di come, nel profondo, tutte queste voci alla fine siano accomunate dai medesimi sentimenti. Rancore, pregiudizio, furia cieca: sentimenti forti che si riversano tra le pagine come fossero un fiume in piena.



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