Agota Kristof

Agota Kristof
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"Ho l’abitudine di scrivere le cose ‘in generale’. Le cose accadono in generale, un po’ dappertutto. Non immagino nemmeno i personaggi in un tempo preciso. Può essere accaduto oggi, e anche ieri".





Agota Kristof nasce nel 1935 a Csikvánd, un piccolo e isolato villaggio in Ungheria. Nel novembre del 1956, a soli 21 anni, dopo l’invasione sovietica del suo Paese natale, si rifugia nella Svizzera francese con una figlia di appena 4 mesi e il marito, che temeva l’arresto: attraversano la foresta, passano dall’Austria e infine si fermano a Neuchatel, dove la scrittrice vivrà fino alla morte. Agota si ritrova di punto in bianco in un Paese straniero, a dover imparare una lingua che non conosce e a cercare un’occupazione. La trova in una fabbrica di orologi e qui lavora per cinque anni, dopo i quali sceglie di dare le dimissioni e divorzia da suo marito. A lui infatti mai aveva perdonato la scelta di scappare dall’Ungheria e a questo proposito in un’intervista dichiara: “Due anni di galera in Urss erano probabilmente meglio di cinque anni di fabbrica in Svizzera”. Comincia a studiare il francese e proprio in francese, da “analfabeta” quale sempre dichiarerà di essere a causa della sua lontananza dal Paese natio e quindi dalla lingua d’origine, scrive le opere letterarie che determineranno il suo successo internazionale. Seppure in un primo momento abbia tentato di scrivere nella sua lingua madre, è proprio quella adottiva che diventa letteraria: pare che il suo francese parlato dimostrasse ancora svariate incertezze mentre quello scritto fosse ormai quasi perfetto. In un'intervista rilasciata al sito letterario ungherese Hlo.hu ha dichiarato: “In Svizzera non avrei avuto nessuna possibilità se avessi scritto in ungherese. Però ho continuato a scrivere anche nella mia lingua madre per un bel po' di tempo, almeno cinque anni”. Non sarà mai una letterata di professione ma i suoi lavori riscuotono un grande successo. Lei stessa, in un’intervista al quotidiano l’Unità del 2003 dichiara proprio che le sue esperienze di vita, quanto di più lontano da quelle di un'intellettuale di professione, hanno facilitato il suo accostarsi alla scrittura. “Fin dall’infanzia ho amato leggere e scrivere. Tutte le altre cose non avevano nessuna importanza, ma non volevo fare degli studi letterari, diventare un professore. No, non amavo quella strada: ho preferito andare a lavorare in una fabbrica. Lì potevo concentrarmi sulla scrittura, sui miei pensieri, vicino alla macchina che io usavo in fabbrica c’era un foglio su cui scrivevo i miei versi, ed era la cadenza delle macchina a darmi il ritmo di quella poesia”, racconta al giornalista. Le sue prime opere sono pièces teatrali. Tra il 1986 e il '91 scrive tre romanzi, Il grande quaderno (1986), La prova (1988), La terza menzogna (1991), pluritradotti e di grande successo, che in Italia escono assieme nel 1998 sotto il titolo di Trilogia della città di K.. A renderla celebre il suo stile scabro e asciutto, le sue storie crude ma reali, dettate in parte dalla drammaticità del suo vissuto, soprattutto negli anni duri appena trasferita in Svizzera. Tanti anche gli adattamenti teatrali e cinematografici. In particolare, il regista Silvio Soldini si ispirerà al suo romanzo breve Ieri per il film "Brucio nel vento", un operazione che però non riceverà l’apprezzamento della scrittrice ma piuttosto una severa critica da parte sua. Sempre nell’intervista all’Unità del 2003, in riferimento al lungometraggio infatti la Kristof sostiene che è “troppo melenso e poi l’attrice non era in grado di dare corpo al personaggio di Line”. Tanti anche i premi letterari ricevuti: il francese Adelf, il premio Alberto Moravia in Italia nel 1988, i premi Gottried Keller e Schiller in Germania e in Ungheria il premio Kossuth mai però ritirato a causa dell’aggravarsi delle sue condizioni di salute. Malata da tempo infatti Agota Kristof muore a Neuchatel il 27 luglio 2011, all’età di 76 anni.

I libri di Agota Kristof



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