Arto Paasilinna: inseguire lepri in Lapponia

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Forse, se vieni al mondo su un camion in fuga dall’Armata Rossa, la tua maniera di affrontare la vita e poi di scrivere, raccontando storie rocambolesche, in fondo è una conseguenza meravigliosamente inevitabile. Si racconta che così, il 20 aprile 1942 a Kittilä, in Lapponia, sia nato Arto Tapio Paasilinna, da Väinö Paasilinna ‒ che aveva cambiato il suo cognome Gullstén nel 1934 in seguito a vicende familiari – e Hilda-Maria, genitori di altri quattro fratelli e due sorelle; una famiglia di artisti, che oltre Arto vanta altri due scrittori, un autore per la tv e un pittore.




Redattore ed editorialista, nel 1975, quando aveva 33 anni, decise di dare una svolta decisa alla sua vita, convinto che il giornalismo fosse diventato “superficiale e privo di significato”. Quella stessa estate, con i ricavati della vendita della sua barca poté dedicarsi alla scrittura de L’anno della lepre, che non è il suo primo romanzo ma il primo grande successo tradotto in trenta lingue, destinato a diventare in breve tempo un vero e proprio libro-culto prima nei paesi nordici e poi in tutto il mondo. Per dare soltanto un’idea basti sapere che, pubblicato in Italia per la prima volta nel 1994 da Iperborea, nel 2009 con la stessa casa editrice è giunto alla ventunesima edizione con più di 100.000 copie vendute; nello stesso anno ha vinto il premio letterario Giuseppe Acerbi. Questo onirico, elegante e dolcissimo inno alla libertà è stato portato anche per ben due volte sullo schermo, nel 1977 e nel 2006.

Da questo momento in poi, ogni romanzo dell’ex guardaboschi e poeta (ebbene sì, per un certo tempo pare abbia fatto anche questo in una delle sue vite precedenti) diventa un vero e proprio evento, atteso con affetto da tantissimi fan. Nel 1997 Iperborea pubblica Il mugnaio urlante, che tra dramma e ironia racconta la diversità e l’ipocrisia della società poco disponibile ad accettare quello che non le assomiglia, attraverso la storia di un uomo gentile e senza freni inibitori (“(…) siccome la sua mente era diversa dalle altre, non lo sopportavano, lo relegavano ai margini della vita della collettività”). Ma sempre, anche quando fa riflettere su temi importanti come questo, Paasilinna è capace di una ironia dissacrante che sa farsi talvolta persino feroce ma senza mai abdicare alla voglia di divertire il lettore con leggerezza e sfumature delicate e persino romantiche.

Nel 1996 esce anche in Italia Il bosco delle volpi impiccate (1983), oggi arrivato alla decima edizione e finalmente ripubblicato con il suo titolo originale, per qualche tempo privato dell’aggettivo in quanto ritenuto “troppo forte”. Si tratta, invece, di una storia intrisa sì di humour nero ma piena zeppa di buoni sentimenti, di affetti spontanei, di animali, di natura, di libertà. Qui l’autore finlandese, oltre a raccontare la sua città natale Kittilä parla anche della morte, ma anche in questo caso la magia delle sue parole ne fa qualcosa di naturale, serenamente parte della vita. E ancora, il tema torna insistente, con la leggerezza che ad alcuni pare addirittura cinismo, ne I veleni della dolce Linnea. Di morte e suicidio parlerà in un altro dei suoi libri più amati del 2006, Piccoli suicidi tra amici, in cui si legge: “In questa vita la cosa più seria è la morte; ma neanche quella più di tanto”, per molti diventata una specie di motto per la propria esistenza.

Se i suoi personaggi sono assolutamente e deliziosamente sopra le righe, anche Arto nella vita vera fa parlare di sé e spesso, per un motivo o per un altro, i tabloid finlandesi raccontano le sue “gesta”, persino di un suo fermo per guida spericolata, ma in patria è comunque amatissimo. Nell’ottobre 2008, colpito da un ictus, viene ricoverato in ospedale, quindi, qualche anno dopo, in una casa di riposo. "La stella più brillante nel firmamento finlandese della letteratura tradotta", come è stato definito dal quotidiano finlandese Helsingin Sanomat, scrive 12 saggi e 35 romanzi, quasi un romanzo all’anno di media, tanto che gli editori dicono di lui: “L'annuale romanzo di Paasilinna è un elemento dell'autunno finlandese come le foglie di betulla che cadono”.

Le incongruenze dell’uomo moderno e la sua incapacità di credere sono al centro de Il figlio del dio del tuono (1984), nel quale l’autore finlandese scomoda persino le antiche divinità finniche che decidono di scendere sulla terra per capire cosa stia succedendo tra gli uomini. Nel satirico Il liberatore dei popoli oppressi (1986) prende di mira invece le ONG e i loro militanti, altro tema a lui caro che torna, ad esempio, nell’ultimo (ahinoi) romanzo del 2018, Emilia e l’elefante, che sbeffeggia l’ambientalismo e l’animalismo più ottuso, pieno di assurde contraddizioni. E, nonostante abbia spesso espresso queste convinzioni, nessuno certamente ha mai potuto accusare Paasilinna di insensibilità a questi temi che anzi gli sono sempre stati assai cari, in virtù dell’impegno reale che ha sempre profuso in difesa della natura e degli animali. Nei suoi libri ne ha sempre parlato a suo modo, con allegra leggerezza e sana irriverenza, al punto dal meritare il conio di una simpatica definizione per il suo stile, ovvero “naturismo politicamente scorretto”. Ai temi a lui più cari - la natura selvatica e incantata della sua terra, la fuga dal mondo caotico e dalla vita ingabbiata dal quotidiano, l’amicizia come rimedio salvifico – si aggiunge una riflessione sulla vecchiaia nella sua dimensione più fragile e malinconica ne Lo smemorato di Tapiola del 1991 (2001 in Italia). I paesaggi spettacolari della Finlandia, terra amata e comprimaria onnipresente in tutte le storie, nei quali riscoprire il piacere della comunione con la natura e respirare a pieni polmoni il profumo inebriante della libertà, fanno da sfondo essenziale in un altro titolo assai amato di Arto Paasilinna, Il miglior amico dell’orso (pubblicato nel 2008 in concomitanza con la visita dell’autore in Italia) nel quale uomo e animale sono posti sullo stesso piano, quasi a sperare riscatto e dignità per il secondo e allo stesso tempo aspirare ad una riscoperta del senso del sacro nel mondo e della sacralità dell’esistenza stessa. Come una piccola eccezione nella produzione appare Nervi saldi, cuore d’acciaio, nel quale l’autore sembra mettere da parte la sua predilezione per le note surreali e stravaganti per scrivere un romanzo che si può definire storico, più realistico e più intrecciato agli eventi storici, i cui personaggi sono uomini comuni, “poco più veri del vero”, e dunque vicini al lettore, capaci di “adattarsi ai casi della vita senza perderne il gusto”, come scrive Goffredo Fofi nella postfazione italiana.

Negli ultimi tempi, Paasilinna ha privilegiato una narrazione diversa, strutturata come una cornice narrativa ‒ che costituisce una occasione-cerniera – nella quale si inseriscono episodi, mini racconti quasi a se stanti. È il caso de La prima moglie e altre cianfrusaglie del 2016, una storia dal gusto amaro e romantico che, mentre racconta le manie spesso futili e volubili dell’uomo contemporaneo, appare frantumata, quindi, ma proprio per questo perfetta da apprezzare lentamente, episodio dopo episodio. Lo stesso stile torna in certo modo anche nell’ultimo romanzo, la favola ecologista già citata Emilia e l’elefante, che adesso, in qualche modo, ci appare come un lascito che il nostro amato vecchio orso finlandese ci ha offerto, zeppo di tutti i temi a lui cari, a cominciare dall’amore e il rispetto per la natura e gli animali e quell’aspirazione alla libertà, fuori dagli schemi imposti dalla società – che lui anche nella vita reale ha cercato di evitare più possibile – passando in qualche modo per una serena accettazione della nostra vita: “Se il mondo è pazzo, tanto vale fare di necessità risorsa e godersi a fondo le proprie follie”. Arto ha saputo raccontarci il suo mondo con tale naturalezza, pur nel gradevole divertimento suggerito dalla sua peculiare nota surreale e onirica, da farci un grande regalo, che si rinnova ad ogni lettura delle sue pagine, ovvero la possibilità di crederci, di pensare davvero che prima o poi scorgeremo anche noi da qualche parte la nostra lepre da inseguire, per volgere le spalle finalmente non alle nostra responsabilità ma a tutti i falsi obblighi imposti dalla società nei quali senza rendercene conto ci siamo avviluppati piano piano.

Arto Paasilinna è morto il 15 ottobre 2018 in una struttura per lungodegenti della cittadina di Espoo, a 76 anni. Nessuno come lui ha saputo parlare di malattia mentale, vecchiaia, emarginazione, solitudine, ribellione con la stessa grazia, pochi altri hanno saputo far sorridere con la stessa irriverenza gentile, lo stesso humour nero, la stessa divertita scorrettezza politica. Adesso non possiamo fare a meno di immaginarlo da qualche parte, a divertirsi come il suo personaggio pasticcione, burlone ma volenteroso e simpatico di Professione angelo custode, aspirante angelo generoso come è stato lui con noi con le sue storie semplici e scanzonate, fresche come l’acqua dei suoi amati laghi, capaci di alleggerire ogni giornata. Da sfogliare un poco la sera per rasserenarci, prima di dormire, come le favole della buonanotte che ci hanno letto da bambini.

I LIBRI DI ARTO PAASILINNA



 

 

 

 
 
 
 
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