Cesare Viviani: la poesia è finita?

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La poesia è finita? È la domanda che Cesare Viviani si pone nel suo ultimo saggio edito dal Melangolo, in cui richiama a una riflessione attenta sui grandi autori del passato. Pensare a un poeta analfabeta è inusuale, solo pochi autori hanno avuto tale privilegio; per esprimersi in versi si deve conoscere l’opera dei grandi, a iniziare da Dante che a sua volta ha ammirato Virgilio, Omero, Aristotele, Sant’Agostino e San Tommaso. Per scrivere poesia si deve leggere poesia, a fondo e in gran quantità, la necessità di ammirare è ribadita spesso nel saggio di Viviani. Già alcuni poeti del Novecento, tra cui Eugenio Montale, hanno posto l’indice sull’eccessiva produzione in versi che va a scapito della qualità della poesia, ma andando indietro nel tempo anche Giacomo Leopardi aveva avuto toni estremamente critici da questo punto di vista.




Cesare Viviani nasce a Siena nel 1947. Si laurea nel 1971 in medicina Legale discutendo una tesi sul plagio visto come la soggezione psichica assoluta. Legato all’ambiente culturale senese, ha la possibilità di avvicinare alcuni poeti da cui riceve contributi essenziali per la sua maturazione stilista, tra cui Mario Luzi e Franco Fortini. L’anno dopo la laurea si trasferisce a Milano, dove intraprende la carriera di giornalista, a cui segue l’impiego nelle istituzioni sanitarie come psicologo. Il suo esordio come poeta è con le raccolte Confidenze e parole (riedita da Scheiwiller nel 1983 con il titolo di Summulae) e L’ostrabismo cara edito da Feltrinelli nel 1973, silloge in cui l’autore accosta linguaggi appartenenti a registri profondamente diversi, dai latinismi ai termini quotidiani, dalle parole straniere ai termini arcaici, in una poesia che scardina la sintassi in un linguaggio totalmente alternativo. A queste caratteristiche è riconducibile tutta la produzione del poeta datata anni Settanta, che prosegue con la silloge Piumana edita da Guanda nel 1977.

La produzione degli anni Ottanta inizia con la silloge L’amore delle parti edita da Mondadori nel 1981, dove il poeta ritrova la regolarità grammaticale della frase. Come sottolinea il critico Enrico Testa, Viviani nelle singole frasi rispetta la costruzione sintattica, ma è la relazione tra le frasi stesse che continua a mancare di chiari legami grammaticali. Segue Merisi (Mondadori 1986), con cui l’autore continua la sua ricerca nel linguaggio poetico, scegliendo di recuperare le forme metriche tradizionali, che entrano nel patrimonio poetico post moderno rompendo la staticità dei versi e dando ampio respiro a una lirica in cui Viviani cerca di riversare la sua espressività. Gli anni Novanta si aprono con Preghiera del nome (Mondadori 1990) e la dolce e intensa L’opera lasciata sola (Mondadori 1993). In quest’ultima raccolta il poeta senese, approdato a un linguaggio semplice e quotidiano dopo tanto sperimentalismo, narra la storia di due amici, fino a quando i versi si caratterizzano di una profonda malinconia con la morte di uno dei protagonisti. Sono liriche dense di una profonda umanità, che si completa in un sentimento religioso determinato da un forte afflato. Nel 1994 la Crocetti fa uscire un volume con varie poesie scritte negli anni Settanta e rimaste fino a quel momento inedite, dal titolo Cori non io, mentre nel 1997 viene data alla stampe Una comunità degli animi (Mondadori), dove il poeta rivela tutta la sua maturità in un continuo riflettere sull’esistenza umana analizzata all’interno della cose, cercandone la concretezza.

Il nuovo millennio vede nascere il sodalizio tra Cesare Viviani e l’Einaudi con Silenzio dell’universo del 2000, una silloge dove l’autore sposta il centro della sua attenzione e i temi della sua poesia sulla ricerca di un’entità assoluta e ultraterrena, da accettare nella sua totalità senza lasciarsi traviare dal desiderio di comprendere. Una breve ma intensa raccolta, a cui segue La forma della vita (Einaudi 2005) caratterizzata da uno stile prosastico e da un tono decisamente narrativo, dove Viviani torna a riflettere e a descrivere la natura umana nella sua incompletezza. Tra le due raccolta si frappone Passanti del 2002, di nuovo edita da Mondadori. Nelle sue ultime tre raccolte pubblicate sempre con Einaudi, Credere all’invisibile (2009), Infinita fine (2012) e Osare dire (2016), Viviani ha portato avanti la sua instancabile riflessione sulla natura umana, ponendola in relazione all’infinità del Creato e alla divinità. Il poeta riserva sempre toni di biasimo per una società postmoderna priva di valori, razionale per scelta e necessità e sempre in movimento verso obiettivi più difficili da raggiungere. Un circolo di azioni e sentimenti spesso negativi che si può interrompere, secondo il poeta senese, riscoprendo un rapporto sincero e assoluto con la natura, al di là della scienza e della conoscenza che impongono all’uomo il dovere di capire, accettando l’invisibile e l’inspiegabile senza porsi domande, assumendone la totalità in relazione agli altri esseri viventi.

Buona parte dell’opera poetica di Cesare Viviani è stata raccolta nel volume Poesie (1967-2002) uscito nel 2003 negli Oscar Mondadori. Oltre alla sua produzione in versi è inevitabile ricordare i contributi come saggista e critico letterario, ruoli in cui ha esordito nel 1983 con La scena. Prove di poetica (Edizioni Barbablù), per continuare con Pensieri per una poetica della veste (Crocetti 1988), Il mondo non è uno spettacolo (Il Saggiatore 1998) e La voce inimitabile (Il melangolo 2004). Come traduttore ha manifestato un particolare interesse per Paul Verlaine, di cui ha curato la versione in italiano di alcune opere, mentre per ampliare gli orizzonti nella sua professione ha scritto due saggi di psicoanalisi, Il sogno dell’interpretazione e L’autonomia della psicanalisi, editi da Costa & Nolan rispettivamente nel 1989 e nel 2008.

I LIBRI DI CESARE VIVIANI



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