Gioconda Belli

Gioconda Belli
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"Esiste un eroismo della pace e dell’equilibrio, un eroismo accessibile e quotidiano che, sebbene non sfidi la morte, ci spinge a sfruttare tutte le possibilità della vita e a vivere non una, ma tante vite contemporaneamente".





Gioconda Bellli decide di venire al mondo in una torrida giornata nicaraguense e di avvisare sua madre che il tempo è giunto mentre la donna si trova nell’affollatissimo stadio di Managua ad assistere ad una partita di baseball. Alla lontana, questo fatto di essere nata nel momento meno indicato, nel bel mezzo di uno sport dedicato solo agli uomini, sembrerà quasi un segno della vita o, meglio, delle sue vite vissute. Gioconda è figlia dell’agiata borghesia nicaraguense e in quanto tale dispone di ampie possibilità rispetto alla stragrande maggioranza del Paese. La sua è un’educazione europea, studia prima in Spagna e poi in America, si specializza in giornalismo e inizia a lavorare come pubblicitaria, ma ben presto di quella personcina perbene infiocchettata e accostumata non rimane che un’ombra stampigliata fuori fuoco nei ricordi. Negli anni Settanta il Nicaragua si appresta a vivere una delle peggiori dittature di tutta l’America Latina, mentre Gioconda Belli si appresta a vivere la sua doppia rivoluzione: personale e sociale. Il suo personale big bang che la spinge a riconsiderare i suoi doveri e i suoi diritti, cos’è la sua vita e cosa sarebbe potuta essere sgravandosi di dosso la pesante corazza dell’alta società, scaturisce da un tradimento, quello del suo stanco e ormai gualcito matrimonio da diciottenne. Dopo quella trasgressione della sua vita da giovane sposa dell’alta società “non rimase che l’ingannevole e perfetta superficie”, mentre dentro di lei la rivoluzione è iniziata. E sarebbe stata inarrestabile. La vitalità possente e tracimante scaturita da quel voltare pagina prende pienamente corpo nella poesia che diventa il suo strumento narrativo principale, il primo scoperto come si scopre di essere innamorati cotti del proprio compagno di banco. C’è poesia ovunque nella sua vita (“i versi saltavano nel mio cervello come chicchi di mais sfrigolanti nell’olio bollente della mia vita segreta”); la sua vita stessa si sta trasformando in una poesia che richiede disciplina, dedizione, pulizia. La prima volta che le sue poesie appaiono su una rivista letteraria nell’alta società di Managua si scatena un terremoto di pudicizia e moralità. Lì c’è già tutta la Gioconda spirituale, passionale e carnale possibile.  Sua zia non trovò di meglio che dirle: “Povero marito tuo. È incredibile che tu abbia scritto e pubblicato queste poesie. Come hai potuto scrivere una poesia sulle mestruazioni?”, mentre a sua suocera è bastato il fatto che l’esordio avvenisse col suo cognome da nubile. Poesia vaginale, l’hanno chiamata. La reazione polemica della parte più conservatrice della società, invece di inibirla le fa capire che, senza esserselo proposto, ha trovato un’altra via di sovversione. Appropriarsi pienamente dei suoi poteri di donna le serve anche per liberarsi dall’impotenza davanti alla dittatura ed alla miseria. Inizia a leggere Frantz Fanon ed Eduardo Galeano e capisce anche che la vita non è quella dell’agiatezza borghese; capisce che la vita è più dura, più cattiva e che fuori dalle mura confortevoli della sua casa c’è un mondo che muore di fame e che, nonostante tutto, lotta. Entrando nel Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale, non era più una passante che osservava la miseria dal finestrino della sua macchina, ma diventava complice di chi lottava per eliminarla, contenta di essersi lasciata alle spalle il paternalismo della carità cristiana. Tra i sandinisti, Gioconda acquisisce peso ed importanza, ma la sua parabola guerrigliera sembra destinata a consumarsi nell’esilio pianificato per sfuggire alle tremende carceri del regime di Somoza. Paradossalmente, l’esilio geografico rappresenta la fine dell’esilio da se stessa. Si libera dalla necessità di snaturarsi per depistare la gente e questo le permette di esprimere liberamente quello che tiene segretamente dentro di sé. La sua poesia ne trae giovamento: con Linea de fuego, che vince a Cuba il Premio Casa de las Américas (1978) non deve più preoccuparsi di nascondere le sue tendenze politiche. In Nicaragua ci ritorna solo dopo che Somoza è stato rovesciato ed è proprio lei ad occupare la stazione televisiva di Stato ed a trasmettere il primo notiziario sandinista. Incaricata delle relazioni internazionali del movimento conosce Fidel Castro e il Generale Giap, visita i Paesi socialisti e le sembra che quella primavera tanto attesa sia finalmente arrivata. Tuttavia i rapporti col movimento si vanno sfilacciando per la direzione che il movimento stesso sta prendendo, per le fratture interne, per le contraddizioni che, una volta al potere, iniziano ad affiorare. Era comunque già durante l’esilio che per la Belli stava iniziando una presa di coscienza che le ha permesso poi di prendere una decisione. Non è stato facile trasferire il centro della sua vita dalla politica alla letteratura,  ma lo ha fatto. Esce dal movimento e si lascia andare in un salto mortale senza rete, forte di una profonda riflessione: “Pensai che l’aspirazione ad essere felice fosse valida quanto quella di fare la rivoluzione; che se avevo la saggezza di operare per la mia felicità, sarei stata capace di salvare il mondo”. Da quel momento in poi Gioconda smette i panni della rivoluzionaria per vestire quelli della scrittrice profondamente coinvolta nella causa femminista. Del resto, si è esposta alle pallottole ed alla morte, ha maneggiato armi e tenuto discorsi senza mai rinunciare alla sua caratura di donna e senza neanche fare a meno delle debolezze e dei limiti di una donna mentre gli uomini hanno costellato la sua esistenza come una presenza costante e necessaria insieme ai loro amori tutti indistintamente importanti: dal primo matrimonio, ormai nulla più che un ricordo sbiadito, all’amore emozionante e tormentato per il guerrigliero sandinista Modesto, a quello dell’esilio, passionale nell’alleviare le reciproche solitudini, con Eduardo Contrera, barbaramente trucidato dal regime somozista, fino a quello definitivo per quanto altalenante negli anni per il reporter americano Charles Castaldi, sposato nel 1987, malvisto dai compagni di lotta della Belli che, in quanto sandinista, non poteva permettersi il lusso di spassarsela con uno yankee. Alla fine lo yankee se l’è sposato e ora vive in America, a Santa Monica, con buona pace di tutti, ma non tanto per se stessa che ha vissuto questo salto con angoscia e spesso con tristezza, facendosi molte domande. Ma anche l’America l’ha condotta a riflessioni, ad una maturità nuova ed ancora esplosiva: “Allorché decisi di stare accanto a Charlie, venni tormentata più volte dall’idea di star diventando leggera, compiacente […] di appendere i guantoni al chiodo […] Da questi pensieri, comunque, mi allontanò la realtà stessa della mia vita, che si assunse il compito di insegnarmi che l’impegno non si deve sempre pagare con il sangue o non sempre richiede l’eroismo di morire sulla linea del fuoco”.

I libri di Gioconda Belli



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