Ignazio Silone: l’uomo e la testimonianza

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Pescina dei Marsi, piccola contrada abruzzese addossata alla montagna, sopra la valle del Fucino. Qui, nasce Ignazio Silone (Secondo Tranquilli il suo vero nome, cambiato negli anni della lotta clandestina) il 1 maggio del 1900, figlio di una tessitrice e di un contadino-proprietario di terra.




La parte vecchia del paese è “un alveare di nere casucce di cafoni, molte stalle incavate nella roccia, un paio di chiese e qualche palazzo disabitato”. Prime luci dell’alba: cominciano a sfilare il bestiame e i contadini, diretti verso il piano per i lavori della giornata. Solo alla sera le mogli e i bambini vedranno ricomparire la stanca processione di uomini e animali. Di mezzo al giorno le vie sono movimentate dal lavoro degli artigiani, dalle voci delle donne davanti alle loro case. Lento è il rito del cammino del cafone verso il lavoro, la “mole grandiosa dei buoi, la semplicità e la rudezza degli oggetti caricati per la giornata”. Il piccolo Silone un giorno importante accompagna il padre al campo: “ebbi la brusca impressione di essere diventato un uomo”. Del rito, vede e assorbe i segni e gli strumenti, le righe sui volti degli uomini affaticati, che gli rendono la gravità della “vita a cui stavo per essere ammesso”, così impressa a fondo in lui.

Nel 1915 il terremoto della Marsica uccide circa trentamila persone in trenta secondi. Silone perde i genitori. Va ad abitare la zona più povera e disprezzata del comune. Studente, attratto dalla povera gente del posto, si intrufola alle riunioni della Lega dei contadini. Gli capita di perdere qualche intervento, “l'attenzione totalmente assorbita da quella gente che mi pareva quasi trasfigurata”. Legge loro Tolstoj. Gli studi li prosegue in vari istituti religiosi privati, e sempre più cresce in lui la sensazione di una oppressiva doppiezza nei rapporti sociali. Come da piccolo, l’onestà della vita tra le pareti domestiche si scontrava con l’egoismo, l’ipocrisia e la falsità, l’indifferenza e l’ingiustizia al di fuori: così nelle istituzioni poi, nei rapporti con i chierici e i politici. Il quadro di Pescina muta nel quadro più generale dei sommovimenti nazionali tra la fine degli anni ’10 e l’inizio dei ’20 del ’900. I giovani che scelgono di ribellarsi, cercano la rivoluzione e l’ideale. Silone, giovane di provincia, arriva in città: squallida stanzetta e incontro con il movimento operaio. Dichiararsi socialista o comunista equivale a manifestare un’identità pesante, un marchio capace di mettere una persona ai margini della società (amicizie, lavoro). Verso la promessa della rivoluzione russa, redattore de “L’Avanguardia”, settimanale della gioventù socialista, Silone segue da vicino l’esperienza comunista italiana: nel ’21 è a Livorno con Antonio Gramsci, per la fondazione del partito. Tra il 1921 e il 1927 si reca più volte a Mosca in qualità di delegato, alle riunioni dell’Internazionale. Di fronte a Lenin e Trotsky, Silone realizza quanto il nucleo del Partito si caratterizzi per l’assoluta incapacità di dialogo, “di discutere lealmente le opinioni differenti dalle proprie”. Con la conquista fascista dello Stato, l’attività di Silone diventa clandestina, e lui uno straniero in patria (nuovo nome, lontananza dalla famiglia, residenze precarie e un’apparenza forzatamente non-cospirativa). Continua a viaggiare all’estero per impegni di Partito: è il 1927 quando, al fianco di Togliatti, è a una sessione straordinaria dell’Esecutivo dell'Internazionale. Vi è in ballo la “liquidazione” di Trotsky e Zinovieff. Silone, per nulla convinto, si oppone a un provvedimento applicato in maniera autoritaria e poco chiara, attirando su di sé e su Togliatti l’indignazione di gran parte dei presenti. Gli si pone davanti il volto deludente dell’ideale comunista: il rigido autoritarismo, l’ennesima doppiezza, l’ennesima stortura nell’ingranaggio sociale. Fuori dal Partito, adesso l’identità nel sociale è persa.

Silone è esiliato in Svizzera. Davos,1930. Scrive Fontamara. Lo scrive ascoltando le voci-apparizioni di tre cafoni, due uomini e una donna che si presentano sull'uscio dell’abitazione, pronti a raccontare la loro storia (“alla luce della lampada ho riconosciuto le loro facce […] Sono dunque entrati. Si sono seduti. Hanno parlato.”). Ne è radice un villaggio di case annerite dal tempo, in cui niente muta, tra la montagna e il piano del Fucino: ci sono poveri cafoni e piccoli proprietari terrieri, poveri artigiani per strada e artigiani meno poveri, angherie quotidiane, sopraffazione, aspre liti di confine e l’imperativo di “farsi i fatti propri”, dolore e sofferenza. In mezzo a un quotidiano che si trascina stanco, “fango e neve d'inverno e accecante polvere in estate”, brillano solitarie ribellioni, nella notte il bagliore salvifico di una viva coscienza. Dopo due anni di attesa, nel 1932 gli amici zurighesi lo convincono a pubblicarlo in tedesco. Stampato in Svizzera, il libro conosce una rapida diffusione nel mondo, ma non in Italia (dove uscirà solo nel 1949). La radice del romanzo è quel luogo, quella contrada dalla quale, Silone testimonia ‒ dal raggio visivo della quale ‒ pur viaggiando molto, pur in esilio per tanti anni, Silone non si è mai mosso: “Vi era nella mia ribellione un punto in cui il rifiuto e l’amore coincidevano: sia i fatti che giustificavano l’indignazione, sia i motivi morali che l’esigevano, mi erano dati dalla contrada natale”. Perché lì, tra il piano e la montagna, si mostrava a lui la vita in alcuni nodi fondamentali. In questa contrada lo spirito vivo che si ribella, che non si fa complice, diviene francescano o anarchico. In questa contrada di forte dolore, “presso i più sofferenti, sotto la cenere dello scetticismo, non s'è mai spenta l’antica speranza del Regno, l’antica attesa della carità che sostituisca la legge, l’antico sogno di Gioacchino da Fiore, degli Spirituali, dei Celestini”. Utopia, da questo luogo della memoria si traccia, nel lavoro di scrittore di Silone, un sentiero di riflessione profondo tra l’eredità cristiana e il socialismo: qui, cercare l'uomo e la sua libertà.

Ecco che divengono strette le maglie degli ideali, delle promesse e delle leggi all'interno delle organizzazioni sociali. In Vino e pane, secondo dei tre romanzi scritti in esilio, Pietro Spina è l’anarchico in fuga dal Partito, travestito da prete, in dialogo con un prete di eretiche idee messo ai margini dalla Chiesa e dalla comunità in quanto incapace di venire a compromessi, di abbandonare anche solo per un attimo il cammino morale intrapreso. Così Pietro Spina/Paolo Spada. Davanti a Silone, nell’intima stanza dello scrittore, si profila sempre più lucida l’avventura del povero cristiano. L’importanza di seguire l’avventura di un uomo legato in maniera profonda all’eredità cristiana, a Cristo: lo scrittore è sulle sue tracce, e la scrittura è lotta e testimonianza di un’inquietudine data dall’ascolto, dalla coscienza, dall’osservazione dell'uomo. Uomini inquieti che pongono domande, interrogano altri uomini, li inseguono, li strattonano persino, per camminare insieme e parlare finalmente, e un attimo placare l’inquietudine, nel silenzio meravigliarsi. Ecco l’eremita che vive nelle rocce della Maiella, fra Pietro Angelerio da Morrone, divenuto Celestino V e presto spodestato dall’istituzione Chiesa, essendo incompatibile con le manovre di Stato, con la politica dei compromessi, lui portatore di un messaggio di speranza per i frati spirituali, ne L’avventura di un povero cristiano, testo teatrale del 1964 (vincitore del Super Campiello nel 1968) su cui si avvita la prosa di una ricerca, quella dello scrittore, ancora intorno ai luoghi natali, sui passi di santi ed eremiti. Silone vorrebbe scrivere sempre lo stesso libro: riscrivendolo, così sprofondare nel suo cammino morale. Tra le sue righe, l’ispirazione datagli dalla lettura di Simone Weil prende forma in Severina, la protagonista dell’ultimo romanzo, lasciato in fase di correzione alla moglie Dorina. Suor Severina deve testimoniare in un processo che vede coinvolte le forze dell’ordine, l’Autorità e le leghe operaie. A dispetto delle pressioni ricevute dalla Madre Superiora, Severina ‒ anche qui come accade con altri protagonisti dei romanzi siloniani ‒ rifiuta il compromesso, rifiuta di mentire: perde così l’identità dell’abito, fuggendo dal convento, sulla strada feconda del ritorno a casa, nella contrada natale. Sulla strada di un continuo ritorno ‒ in cui davvero l'impegno è vocazione personale ‒ Silone ha scritto romanzi, saggi e testi teatrali di rara efficacia e altrettanta dignità artistica, testimoniando, prezioso, la ricerca (come Severina, e come altri spiriti vivi nei meandri della sua prosa) dell’umana verità.

Il 22 agosto 1978 Ignazio Silone muore nella clinica “Florissant” di Ginevra dove era stato ricoverato per un ictus e due giorni dopo le sue ceneri vengono trasportate a Pescina per essere poste nella tomba di famiglia. L’anno successivo però le ceneri dello scrittore sono collocate nel luogo dove riposano tuttora, per adempiere ad una sua precisa richiesta: “Mi piacerebbe di esser sepolto così, ai piedi del vecchio campanile di San Berardo, a Pescina, con una croce di ferro appoggiata al muro e la vista del Fucino, in lontananza”.


I LIBRI DI IGNAZIO SILONE


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