James Baldwin: l’amore ci salverà

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James Baldwin nasce a Harlem il 2 agosto 1924. Trascorre un’infanzia ruvida e difficile, tra le botte e le vessazioni del padre predicatore, in un’America ancora carica di discriminazione e segregazione. A 14 anni divide il suo tempo tra la biblioteca e una chiesa pentecostale dove, per tre anni, predica dal pulpito; queste due circostanze contribuiscono a far nascere in lui l’amore per la scrittura.




Dopo aver abbandonato la carriera di predicatore, lavora per alcuni anni come recensore freelance. Conosce Richard Wright (autore di Native Son, inspiegabilmente tradotto in italiano con Paura) che gli procura una borsa di studio per Parigi. Una volta trasferitosi a Parigi, farà il pendolare tra la capitale francese, la Svizzera e New York per tutta la vita, invitato a numerose conferenze e discorsi. Inizia a pubblicare il suo primo romanzo, Gridalo forte nel 1953 (pubblicato in Italia ben sessant’anni dopo), in cui lo scrittore narra, sotto le mentite spoglie di John, le vicissitudini di un adolescente di Harlem nell’America degli anni ’30. È poi la volta, nel 1955, della raccolta di saggi Mio padre doveva essere bellissimo (edito in Italia da Rizzoli nel 1964, poi col titolo Appunti americani da Le Lettere nel 2007) nel quale critica La capanna dello zio Tom, bollato come una melensa e inaudita barca piena di stereotipi e anche il già citato Paura di Wright, che accusa di avere ritratto proprio quella figura del negro “cattivo” che i bianchi avevano cucito addosso ai neri, per cercare una giustificazione alla segregazione. Del 1956 è invece uno dei suoi capolavori, La stanza di Giovanni in cui per la prima volta, racconta dell’omosessualità. Nonostante fosse già un autore conosciuto è col meraviglioso Un altro mondo del 1962 che esplode la sua notorietà; libro struggente, feroce e tenero, in cui si intrecciano le storie di Rufus e Leona, lui nero lei bianca, rapporto che porterà Rufus al suicidio e, ancora una volta, un rapporto omosessuale. L’anno prima era uscito Nessuno sa il mio nome e del 1963 è la pubblicazione de La prossima volta il fuoco, due saggi impostati come lettere, una destinata al nipote suo omonimo e l’altra titolata Ai piedi della croce (Lettera da una regione della mia coscienza) in cui riversa tutto il suo pensiero sul rapporto eternamente conflittuale tra bianchi e negri, introducendo la teoria della mancanza di spontaneità (così almeno traduce Attilio Veraldi ciò che Baldwin definisce “innocence”, forse meglio “ingenuità”, più che mancanza di spontaneità) che impedisce ai bianchi americani di amare prima di tutto sé stessi e in questo modo anche i negri.

L’amore, appunto. Che deve partire dai vessati, cioè dai negri. Proprio da questo suo concetto di amore viene giudicato troppo arrendevole e tiepido nei confronti dei bianchi dal gruppo radicale delle “Pantere nere”. Da citare, infine, Dimmi da quando è partito il treno del 1968 e Se la strada potesse parlare del 1974 da cui è stato tratto un film nel 2018 da Barry Jenkins. Baldwin muore a Saint-paul-de-Vence il primo dicembre 1987, lasciandoci in eredità il suo ideale di amore senza confini e la sua appassionata difesa dei diritti civili, oltre ad una scrittura umanissima, potente e figlia della poesia.

I LIBRI DI JAMES BALDWIN



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