John Reed, il sognatore di rivoluzioni

Articolo di: 

Nato nel 1887 in una famiglia ricca di Portland, Oregon, John Reed detto Jack sembra dover percorrere la strada che ci si aspetta da un giovane del suo rango negli anni a cavallo del ‘900: si laurea ad Harvard (dove collabora alla rivista della Ivy League ma anche – primo segnale di “eretica” diversità – milita nel Socialist Club), inizia la carriera giornalistica, viaggia per l’Europa. Ben presto però il giovane John mostra i segni di una profonda inquietudine, la voglia di cambiare il mondo, di ribellarsi al ruolo che la società gli ha riservato. La sua elegante casa di Washington Square 42 gli sta stretta: figura di spicco di quella che oggi definiremmo la “controcultura” newyorchese, frequenta poeti, maudit, teste calde, intellettuali riformisti.




Decisivo incontro con il leader dell’Industrial Workers of the World (IWW), il sindacalista radicale Bill Haywood, che racconta a Reed del durissimo sciopero in corso a Paterson, New Jersey, dove gli operai tessili devono affrontare una repressione feroce. Nell’aprile 1913 il giornalista si reca in prima persona a Paterson e viene arrestato: rilasciato dopo quattro giorni, Reed pubblica un articolo di fuoco e organizza – con l’aiuto della sua compagna di quei tempi, la ricca pasionaria Mabel Dodge, e di alcuni artisti del Greenwich Village tra i quali John Sloan – uno spettacolo teatrale, una orazione civile fatta di prosa e canti che vuole mobilitare le coscienze dell’America liberal raccontandole le pene degli operai tessili e delle loro famiglie, schiacciati dall’avidità di un padrone crudele e dalle manganellate dei suoi soldati-poliziotti. Il “Paterson Pageant” ha una vasta eco e contribuisce a creare attorno a Green un alone mitico, ma purtroppo non aiuta granché gli operai tessili, che dopo cinque mesi di mobilitazione devono purtroppo arrendersi al fallimento dello sciopero. La scrittura per la rivista militante “The Masses” di Piet Vlag e Max Eastman e per il ”Metropolitan” (si tratta di un raffinato periodico che ha chiuso i battenti nel 1925, da non confondersi con l’omonima rivista di oggi) segna comunque una svolta nella vita di John Reed: nel 1914 arriva il suo battesimo del fuoco come inviato di guerra quando viene spedito nel Messico precipitato da qualche anno - dopo la caduta della dittatura del Generale Porfirio Díaz - in una guerra civile sanguinaria. È qui che Reed impara a muoversi negli spazi lasciati liberi dalla diplomazia, è qui che assaggia il sapore inebriante del rischio, è qui che impara ad amare il caos della rivoluzione, è qui che viene scoperto dal grande pubblico, che segue i suoi racconti dal fronte messicano col cuore in gola e con crescente ammirazione e quando il giornalista li raccoglie nel volume Il Messico insorge ne decreta il grande successo editoriale.

Tornato a New York, John lascia l’elegante Manhattan e si trasferisce a Croton-on-Hudson assieme ad altri esponenti della scena radicale statunitense: la località ben presto viene ribattezzata “Red Hill”, la collina rossa. Arriva il 1915, e con esso l’inizio del massacro della Prima Guerra Mondiale: Reed si sente pronto per un upgrade del suo status di inviato e chiede di essere mandato sul fronte europeo, cosa che avviene in due successivi momenti, il secondo del quale porta al libro La guerra nell’Europa orientale, reportage molto meno fortunato di quello messicano perché per una serie di contrattempi Reed si trova durante il suo viaggio sempre nel posto sbagliato al momento sbagliato. Ma il periodo passato in Russia lo colpisce profondamente: avverte i sintomi della caduta del gigante zarista e nel 1917 fa di tutto per essere a Pietrogrado per seguire in diretta i moti rivoluzionari bolscevichi. Con la collega e femminista oltranzista Louise Bryant – sposata nel 1916 dopo che la donna ha lasciato il primo marito e con la quale ha impostato una vita di coppia molto libera, anticonformista e “aperta” – John Reed è un testimone entusiasta ma giornalisticamente ineccepibile della conquista del potere da parte di Lenin e dei suoi, che racconta nel suo capolavoro Dieci giorni che sconvolsero il mondo. Il libro crea l’epica sovietica e la narra al mondo, infiammando la fantasia e i cuori di tutti i comunisti e i socialisti: il gruppo dirigente bolscevico riconosce l’importanza propagandistica ed estetica del lavoro di Reed e quindi guarda al giornalista statunitense con grande simpatia.

Ma Reed ormai non è più un semplice testimone: convinto della necessità di organizzare una insurrezione comunista sul modello di quella russa anche nei suoi Stati Uniti, nel 1919 fonda assieme a Benjamin Gitlow il Communist Party of the USA, sfidando le autorità. Viene designato membro del Comintern e torna in URSS, incontrando più volte Lenin. I progetti di insurrezione americana ben presto sfumano, un po’ per la feroce repressione del Governo Usa - che imprigiona migliaia di radicali di sinistra - un po’ perché i sovietici, fiaccati da un pesantissimo embargo internazionale, stanno riconsiderando la loro politica nei confronti degli Stati occidentali avviandosi poco a poco verso la famigerata situazione di stallo del “Socialismo in un solo Paese” che 70 anni dopo li porterà alla catastrofe. Reed si batte come un leone, implora Lenin di cercare una sponda nell’IWW, di entrare in forze nelle fabbriche e di armare le masse operaie statunitensi, ma tutto invano. È frustrato e depresso, fiaccato da una brutta influenza ma nell’ottobre 1920 parte alla volta di Baku per partecipare al Congresso dei Popoli Orientali, dove perorare ancora una volta le sue tesi. L’influenza si rivela essere una brutta forma di tifo: senza i medicinali adatti, John Reed soccombe alla malattia e muore il 17 ottobre a Mosca, in ospedale, pochi giorni dopo aver compiuto 33 anni. Lenin ordina che a quel compagno venuto da lontano vengano tributati i massimi onori: sette giorni di camera ardente vegliata da soldati dell’Armata Rossa e sepoltura nelle mura del Cremlino, come un eroe della Rivoluzione d’Ottobre.

Ma il ricordo di John Reed, il giovane giornalista ricco di famiglia che sognava la rivolta del proletariato, non muore nel 1920. Quasi un decennio dopo il Communist Party of the USA avvia la memorabile esperienza dei “Reed Clubs”: centri di attività culturale che in suo nome organizzano mostre, dibattiti, spettacoli teatrali, concerti per sostenere la causa del socialismo in un Paese travolto dalla Grande Depressione, in cui il capitalismo sta mostrando drammaticamente tutti i suoi punti deboli e i suoi orrori. Si tratta dell’esordio di un metodo di comunicazione politica che tradizionalmente è caro alle sinistre e dura ancora oggi. La “santificazione” di Reed ha però anche un lato oscuro: è Max Eastman, figura di spicco della Left americana, a denunciarlo quando scrive del “lucido simulacro barcollante dagli occhi di vetro che venne trascinato in lungo e in largo per questo Paese fra il 1925 e il 1935 con l’etichetta << John Reed >> appesa al collo”.

Vuoto simulacro o nume tutelare? Campione del proletariato o radical chic innamorato del proprio anticonformismo? Chi è stato davvero John Reed, il sognatore di rivoluzioni?

I LIBRI DI JOHN REED



Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 
Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER