Marina Nemat

"Ci sono storie che vanno assolutamente raccontate. Io per anni ho tenuto nascosta la mia, volevo dimenticare. Ricordare vuol dire rivivere. Ma abbiamo un obbligo morale, non possiamo far finta di niente...bisogna cercare di tirare fuori il bene ... È un dovere che abbiamo, per rendere il mondo un posto migliore".




Nel 1965, in Iran, governa lo Scià Mohammad Reza Pahlavi; il 22 aprile di quell'anno, a Teheran, in una famiglia di origine russa, integrata nella minoranza ortodosso-cristiana, nasce  Marina Moradi Bakht Nemat: il padre è insegnante di danza, la madre parrucchiera, i nonni emigrati dalla Russia per sfuggire alla rivoluzione: nessuno di loro s'interessa di politica, frequentano i vicini e  hanno molti amici musulmani, uomini e donne di pari dignità. Marina cresce guardando La casa nella prateria, ascoltando i Bee Gees, indossando i bikini, leggendo C.S.Lewis e Jane Austen, sogna di diventare  medico, di sposare un giovane bello, buono e costruire con lui una famiglia. Nel 1979, Marina ha quattordici anni, frequenta la scuola superiore  e scrive sul giornale della scuola, mentre l'Imam Khomeini, capo della rivoluzione islamica, rovescia la monarchia e avvia  il governo islamico. In poco tempo la danza, il canto, il trucco, i profumi, gli abiti dai colori vivaci, il cinema, la musica, tenersi per mano in strada... tutto diventa illegale. Marina, come la maggior parte degli studenti entusiasti di essere parte della novità e di promuovere un cambiamento, partecipa a manifestazioni che contestano la nuova Repubblica Islamica, scrive articoli contro le politiche oppressive del governo islamico sul giornale studentesco. Non si considera un'attivista, semplicemente ritiene  un diritto e un dovere affermare le proprie idee; così quando l'insegnante, invece di matematica, tiene una lezione sull'islam, protesta. La professoressa le risponde che se non le sta bene  può andarsene, Marina si alza e esce di classe seguita da altri studenti; crede di essere invincibile, è all'oscuro della complessità e della pericolosità della situazione. Il preside della scuola, membro dei Guardiani della rivoluzione, telefona più volte a sua madre mettendola al corrente dei suoi comportamenti irrispettosi e inappropriati, ma i genitori, nonostante le preoccupazioni, la sostengono, in fondo non sta facendo niente di male. La sera del 15 gennaio 1982 due Guardiani della rivoluzione irrompono in casa, le puntano le pistole alla testa e l'arrestano come  antirivoluzionaria, la portano al carcere iraniano Evin, meno conosciuto di Guantanamo, ma infinitamente più atroce. I genitori sono impotenti e  incapaci di reagire, Marina è sotto shock, non prova alcuna emozione, è solo una ragazzina curiosa di sedici anni, a cui piace studiare e crede nella libertà di parola. In carcere viene sottoposta a inaudite torture, vogliono che denunci chi è contrario a Khomeini, ma nessuna confessione potrà salvarle dalla condanna a morte già pronunciata. Marina è bella, quegli occhi ancora più grandi e profondi  per la paura e il dolore, affascinano Alì Moosavi, una guardia carceraria, che s'innamora di lei, così, alle violenze fisiche, si aggiunge la pressione psicologica: se  accetta di sposarlo lui impedirà l'arresto dei suoi familiari, la proteggerà dalle sevizie e dalla fucilazione. Marina vuole sopravvivere, suo malgrado, abiura il cristianesimo, si professa all'islam e sposa  Alì. Moosavi  riesce a trovare il modo di commutare la sua esecuzione capitale in carcere a vita. Ha diciassette anni, per il momento è salva, ma ha perso la libertà, la famiglia, il nome, la religione e la dignità. L'uomo che ha sposato più volte la violenta nelle celle d'isolamenteo del carcere, tutto è  legale, lei non può farci niente. Sedici mesi dopo Alì ottiene un'ulteriore riduzione della pena a tre anni di detenzione, progetta di avere con lei una vita normale e di dimettersi dal lavoro. Una sera, mentre stanno andando a cena dai suoceri, per una delle rare uscite concesse, una moto si avvicina, Alì la butta in terra, Marina sente degli spari e lui le crolla addosso, morto, ucciso da una fazione rivale delle Guardie carcerarie. Quando l'incubo del carcere finisce e torna a casa, nessuno, nemmeno lei, parla di quanto è successo, di quello che hanno vissuto, con la speranza che, senza fare riferimento al passato, piano piano si dimentichi ogni cosa. Marina si riprende la sua vita, nel 1985 sposa il primo amore con rito cattolico, Andre Nemat, ingegnere elettronico, ma in segreto, perché vista la sua precedente "conversione" all'islamismo, rischia l'accusa di apostasia. Studia, ottiene  il diploma, intraprende un percorso all'istituto Italiano di cultura di Teheran con l'idea di proseguire gli studi all'estero, ma i passaporti non  vengono rilasciati e non riescono ad andare in Italia. Andre trova lavoro in una piccola città nel sud dell'Iran, si trasferiscono lì e poco dopo hanno il loro primo figlio. Marina vive in una sorta di coma emotivo, niente televisione, giornali, libri, pensa solo alle faccende domestiche e alla decorazione delle pareti di casa. Nel 1991 riescono a ottenere i passaporti e il visto, emigrano con il primogenito scelgono il Canada, perché nei sobborghi di Toronto  abita anche il fratello di lei: finalmete si sentono "a casa". Due anni dopo sono raggiunti anche dai genitori di Marina. Nel 2000 il padre le racconta che la mamma, poco prima della morte  appena avvenuta, l'aveva perdonata, In quell'attimo realizza che tutta la famiglia di origine aveva vissuto, nei suoi confronti, un sordo rancore  per  le sofferenze conseguenti al suo arresto e alla sua detenzione. Una realtà così difficile da accettare che la sconvolge, comincia a vivere sintomi psicotici, flashback lancinanti, qualcosa in lei si è rotto. Inizia a riportare su dei taccuini quello che ricorda, che prova, scrivere diventa l'unica possibilità di buttare fuori le memorie che la stanno soffocando, che rischiano di farla saltare giù da un ponte. Mano mano che va avanti capisce che, con le sue parole, vuole raggiungere  altre persone, così rivela al marito, per la prima volta, tutta l'esperienza vissuta a Evin e s'iscrive a un corso di scrittura creativa. Quando, nel luglio del 2003, la fotoreporter iraniana-canadese Zahara Kazemi, arrestata per aver scattato fotografie davanti alla prigione di Evin,  muore a causa delle torture, Nemat ha appena ultimato il terzo capitolo del suo memoriale, si sente in colpa perché si è salvata e come  testimone  non ha mai parlato dei trattamenti riservati ai prigionieri politici in Iran. Vuole completare al più presto la stesura della sua storia, lavora duramente per quattro anni, scrivendo in inglese, che non è nemmeno la sua seconda lingua, e, finalmente nel 2007, esce la prima edizione canadese di Prigioniera di Teheran. In poco tempo il libro è pubblicato anche in altri ventotto paesi e diventa un bestseller internazionale. Quello stesso anno riceve il Premio Human Dignity del Parlamento Europeo e nel 2008, in Italia, il prestigioso Carical Grinzane-Cavour per la cultura euromediterranea. Marina inizia a tenere conferenze nelle scuole superiori e nelle università, si rende disponibile a testimoniare ovunque, trattando in modo particolare gli effetti della tortura sugli adolescenti, ma non le basta, sente la necessità di completare il racconto della propria storia.In particolare vuole spiegare come si sia riappropriata della sua vita, per anni sospesa nel silenzio. Così nasce Dopo Teheran (2010) nel quale Marina Nemat percorre a ritroso l'itinerario che l'ha portata alla pubblicazione della prima parte della sua biografia, terminata con l'arrivo in California. Solidale con le vittime di tutte le tirannie,  attraverso la sua testimonianza desidera inviare, in modo chiaro, il messaggio che con la violenza non si ferma la violenza, la vendetta è un istinto, ma il perdono è  l'unica risposta in grado di spezzare la catena di odio e di crudeltà: "nessuno di noi è totalmente buono o cattivo: prima di essere carnefice., mio marito Alì, imprigionato a Ezin quando c'era lo Scià, era a sua volta stato vittima...". Oggi Marina Nemat insegna scrittura creativa alla University of Toronto, continua a partecipare a incontri e conferenze in tutto il mondo e sostiene attività che mirano alla tutela delle minoranze religiose.

I libri di Marina Nemat



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