Michail Bulgakov: oblio e rinascita

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Quando inizia a scrivere Michail Bulgakov ‒ ucraino di nascita ‒ di mestiere fa il medico. Di quelli che nel 1916 sono mandati, appena laureati, a farsi le ossa nelle campagne russe sotto metri e metri di neve, al freddo e al gelo. Lì, il giovane Michail entra in contatto con un’umanità molto distante da sé. Ottusa, gretta, incapace di comprendere la gravità dei propri mali. Tutto il giorno a segare gambe, aprire ascessi, rivoltare feti, prescrivere medicamenti per la cura della sifilide. Una palestra che lo sfianca, un’esperienza di vita che annovererà tra le più sconvolgenti della sua vita. Eppure è proprio da quelle giornate infinite in ambulatorio e poi in ospedale che trae il primo materiale per dilettarsi con la penna. Appunti di un giovane medico (nel 2012 in Gran Bretagna ne è stata tratta una miniserie televisiva), è la raccolta di racconti uscita a puntate tra il 1925 e il 1926 per due riviste mediche specializzate e ripercorre quasi in presa diretta quegli anni atroci tra il 1917 ed il 1919.




In maniera del tutto imprevista ed alla ricerca di un modo per sbarcare il lunario, Bulgakov scopre che questo cincischiare con la carta gli piace. Già dal 1921 si è trasferito a Mosca, non ha soldi, né un lavoro. Non possiede nulla se non la convinzione di rimanere in questa città per sempre (vi morirà nel 1940). Per sopravvivere lavora come reporter e feuilletonista, non prima di essere passato da altri mestieri stravaganti come quello di attore ambulante per 125 rubli a spettacolo. In tempi di rivoluzione proletaria sembra che tutto debba assoggettarsi ad una sorta di autoritarismo intellettuale austero, che nulla possa sfuggire all’analisi dialettica del materialismo storico. Da Lenin a Stalin, però, il passo è lungo. Quando Bulgakov lascia il bisturi per la penna la Russia che sta nascendo ad Unione Sovietica è un’altra cosa. Poco cambia dal tempo in cui regnavano gli Zar. Almeno nelle campagne. Ma neanche i centri urbani sembrano assorbire granché dalla ventata rivoluzionaria che promette di rivoltare tutto dalle fondamenta. In questo clima Bulgakov muove i primi passi da scrittore proponendosi con uno stile che ricorre ad una ironia molto sottile. Scrive su un giornale di lingua russa pubblicato a Berlino e si diverte a smascherare le contraddizioni di una città ‒ Mosca, appunto ‒ che porta nel suo seno i nuovi rampanti burocrati ed i poveri che tali erano anche prima.

I suoi feuilleton, raccolti in Diorama moscovita, hanno come obiettivo principale l’immagine del cosiddetto homo sovieticus, ossia la caricatura della Rivoluzione ed insieme il contenitore perfetto di tutte le sue storture. Agli albori dell’URSS criticare il sistema non è visto come un atto di lesa maestà. Piuttosto, la si tollera come un espediente leggero per mettere in evidenza ciò che non va e fornire al Partito l’opportunità di intervenirvi. Con l’arrivo di Stalin, però, le cose cambiano. Storicamente, la sua ascesa al potere è turbolenta di per sé; la proclamazione del socialismo in un solo paese e un sistema di controllo sfrenato e feroce contribuiscono a trasformare il clima generale. Soprattutto quello intorno alla cultura. La censura si fa serrata, la critica non è ammessa, gli artisti, gli intellettuali e gli scrittori non allineati sono perseguitati. Chiunque sia anche solo sospettato di fare propaganda controrivoluzionaria è bollato come nemico del popolo, le sue opere messe all’indice. È chiaro che ‒ pur non nutrendo Stalin del tutto disistima nei confronti dello scrittore ‒ Bulgakov e le sue opere cadano nelle maglie della censura. Se l’atmosfera intorno alla cultura è cambiata, così non è per lo stile di Bulgakov che attraverso i romanzi e le opere teatrali continua a sferzare a sangue i figli ed i frutti della Rivoluzione d’ottobre che lui ha visto e vissuto sin dagli albori - a partire dalla guerra civile che l’ha fomentata - come medico in una prospettiva rovesciata rispetto a quella della propaganda: meno edulcorata, più dura. Non la prospettiva del Palazzo d’inverno, dunque, ma quella della gente comune, dei soldati di trincea e dei campi di battaglia dove tutto si semina e si raccoglie fuorché allori e gloria come ha raccontato magistralmente in La guardia bianca.

La narrativa che propone, imperniata su ambientazioni surreali e grottesche che non fanno altro che creare un’allegoria e un paradosso intorno a fatti reali disturba la nomenklatura e, di fatto, segna la sua disgrazia. Subisce una forma di persecuzione più sottile della deportazione, dei ceppi, delle purghe. Subisce l’oblio. La sua attività di scrittore e drammaturgo scompare dal panorama della letteratura russa e passeranno almeno quaranta anni prima che il suo nome possa essere reinserito di diritto accanto a quelli di Dostoevskij, Čhecov, Puškin, Tolstoj. Per uno scrittore, se è possibile stabilire una gerarchia, questa è la peggiore delle torture: essere dimenticato, scrivere senza essere pubblicato, diffuso, letto. Sul suo nome cade una cortina di ferro pesante dopo la pubblicazione, tra il 1924 ed il 1925, di tre racconti lunghi, piccoli capolavori di satira ‒ Diavoleide, Uova fatali, Cuore di cane ‒ che sviluppano ed estremizzano la sua materia preferita, quella intorno alla quale ruota tutta la sua narrativa: la critica spietata ai nepmen ‒ i nuovi ricchi arroganti e rozzi partoriti dalla Nuova Politica Economica ‒ ed alla burocrazia del nuovo governo, quella, come scrive Fausto Malcovati: “Insaziabile nel creare intralci a qualunque iniziativa, tronfia dei propri meccanismi contorti e funesti”.

Frustrato dall’oscurantismo e da sforzi creativi che non hanno alcuno sbocco nel 1930 decide di scrivere quella che diventerà la famosa “Lettera al governo dell’URSS” nella quale chiede di poter espatriare insieme alla moglie o quantomeno di essere assunto in teatro come operaio di scena o comparsa (sembra di ricordare il maestro Andreï Filipov, decaduto direttore d’orchestra del teatro Bolshoi, nel film Il concerto di Radu Mihăileanu, che pur di rimanere nel suo teatro ‒ dopo esserne stato cacciato ai tempi di Brežnev proprio mentre dirigeva il concerto per violino e orchestra di Tchaikovsky ‒, vi si ricicla come uomo delle pulizie). L’esito della lettera è logico: Stalin in persona gli scrive che non può uscire dal Paese. Ma questa lettera ha un’importanza maggiore che non risiede propriamente nella frustrazione e nel desiderio di fuga. Sapendo di essere spiato, infatti, decide di inserire una frase lapidaria sul romanzo che ha in lavorazione in quel momento e che gela le vene ai polsi della moglie che la sta scrivendo sotto dettatura. Fa sapere al governo che ha intenzione di bruciare i quaderni con la prima stesura. Coerente e un po' emulo del suo idolo Gogol’, in effetti, di quei quaderni ne brucia due.

Negli anni Sessanta, però, quella che oggi è la sua più illustre studiosa, Marietta Čudakova ‒ e colei alla quale va il merito, con la sua imponente biografia, di averlo tirato fuori dalle nebbie ‒ lavora alla sezione manoscritti dell’allora Biblioteca di Stato “Lenin” alla quale la vedova di Bulgakov aveva donato l’archivio del marito, fa una scoperta sensazionale: di quel manoscritto esiste una seconda stesura fitta di appunti, cancellature, correzioni a margine. Rimaste avvolte nel mistero per oltre un quarto di secolo dopo la sua morte, quelle righe racchiudono il capolavoro dei capolavori. Pubblicato nel 1966, Il maestro e Margherita cade sulla letteratura russa come una bomba, ridona a Bulgakov un pezzo di quella notorietà che gli è stata scippata e a noi restituisce un sublime maestro di narrativa.


I LIBRI DI MICHAIL BULGAKOV


 

 

 

 
 
 
 
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