Pasolini: vita, morte e tutto quello che c’è in mezzo

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Pier Paolo Pasolini nasce a Bologna il 5 marzo 1922 in una famiglia di origini friulane. Passa l’infanzia tra continui trasferimenti al seguito del padre Carlo Alberto, ufficiale di fanteria. Nel 1927 il padre viene messo agli arresti per debiti di gioco e la madre Susanna Colussi, ex maestra, deve riprendere a insegnare per tirare avanti. Durante gli anni del liceo, ancora a Bologna, Pier Paolo scopre la passione per la lettura e nel 1939 venne promosso in terza liceo con una media tanto alta da indurlo a saltare un anno e dare direttamente gli esami di maturità, iscrivendosi così a soli diciassette anni alla Facoltà di Lettere dell’Università. In quegli anni inizia a scrivere poesie in lingua friulana e non, e nel 1942 pubblica a spese proprie la silloge Poesie a Casarsa, che riceve recensioni lusinghiere da critici molto importanti (Gianfranco Contini, Giorgio Caproni, Alfonso Gatto). Nel 1943 viene chiamato alle armi, ma con l’8 settembre diserta e si rifugia in Friuli. Sono gli anni della Repubblica di Salò, e il fratello minore di Pier Paolo, Guido, si arruola diciannovenne nei partigiani, mentre lui si dedica all’insegnamento e scopre la sua omosessualità. Il 12 febbraio 1945 Guido Pasolini viene ucciso a Porzûs durante uno scontro tra brigate partigiane italiane e milizie italo-jugoslave di Tito: Pasolini non ama parlare di questo tragico evento, ma lo racconta nel luglio del 1961 sul periodico “Vie Nuove” rispondendo alla missiva di un lettore (“(…) Io sono orgoglioso di lui ed è il ricordo di lui, della sua generosità, della sua passione, che mi obbliga a seguire la strada che seguo”).

Nel dopoguerra Pier Paolo scopre l’impegno politico e si iscrive al Partito Comunista Italiano, ma nel 1949 – a seguito di una denuncia per corruzione di minorenni e atti osceni in luogo pubblico (“Il professor Pasolini è un pederasta”, titola a tutta pagina un giornale locale) – viene espulso dal partito e sospeso dall’insegnamento. Precipitosamente dunque nel 1950 Pasolini si trasferisce a Roma con la madre, prima al Portico d’Ottavia, poi a Ponte Mammolo: sono mesi “da disoccupato disperato, di quelli che finiscono suicidi”, poi viene assunto come insegnante in una scuola media parificata di Ciampino per un modesto stipendio. La situazione migliora un po’: a Roma arriva anche suo padre e tutti assieme si trasferiscono in un dignitoso appartamento di via Fonteiana, a Monteverde, un quartiere di cui Pasolini si innamora. Faticosamente, nei ritagli di tempo, il giovane professore inizia a scrivere anche romanzi oltre alle poesie. È del 1954 il suo primo lavoro nell’ambiente cinematografico (la collaborazione con Giorgio Bassani alla sceneggiatura del film di Mario Soldati La donna del fiume) e del 1955 la pubblicazione per Garzanti di Ragazzi di vita, che viene stroncato dalla critica, escluso dal premio Strega e dal premio Viareggio, denunciato per oscenità ma ottiene un grande successo di pubblico. Pasolini è ormai una figura di spicco nell’ambiente letterario, e lo testimonia il suo lavoro sulle prestigiose riviste “Officina” e “Vie Nuove”. Nel 1958 muore il padre e l’anno successivo esce Una vita violenta, che rimedia anch’esso una denuncia per oscenità (finita nel nulla come nel caso del precedente romanzo).

Insoddisfatto della sua carriera di romanziere e alla perenne ricerca di nuove forme espressive, Pasolini nel 1961 dirige il suo primo film, “Accattone” con Franco Citti, e rimedia la terza denuncia, stavolta per favoreggiamento, dopo aver dato un passaggio a due ragazzi coinvolti in una rissa: è ormai una vera e propria persecuzione giudiziaria (“Certamente quello che devo pagare io è particolarmente pesante, delle volte mi dà un vero e proprio senso di disperazione, ve lo confesso sinceramente”), che lo accompagnerà per tutta la vita. Lo scrittore accumulerà in cinquantatré anni di vita ben 31 procedimenti giudiziari per corruzione di minori, oscenità, diffamazione, furto, persino rapina a mano armata (!!!). Il secondo film di Pasolini, Mamma Roma, viene presentato alla Mostra del cinema di Venezia ottenendo un grande successo, mentre La ricotta del 1963 viene sequestrato lo stesso giorno della sua uscita con l’accusa di vilipendio alla religione di Stato. Stavolta il processo si conclude con una condanna a 4 mesi di reclusione ribaltati in appello ma confermati in Cassazione nel 1967, anche se il reato è rientrato nell’amnistia del 1966. Pier Paolo è ormai un cineasta celebre in tutto il mondo, con la critica internazionale che oscilla tra ammirazione sconfinata e aspro dileggio. Fa rumore la poesia “Il PCI ai giovani!” che il settimanale “l’Espresso” pubblica nel 1968 dopo gli scontri tra studenti e polizia a Valle Giulia a Roma, e nella quale Pasolini accusa i protagonisti del nascente movimento di contestazione di essere solo borghesi conformisti, mentre i veri proletari sono i ragazzi in divisa, tutti di origini contadine e operaie. Non cessano gli scandali legati al suo nome: nel film Il Decameron del 1970 appare per la prima volta nella storia del cinema italiano il nudo integrale di un uomo, mentre – ormai assurto al ruolo di coscienza critica della modernità – Pasolini martella con i suoi editoriali sul “Corriere della sera” il potere costituito: nel più celebre e citato di questi editoriali, intitolato Cos’è questo golpe? Io so, accusa nemmeno troppo velatamente la Democrazia Cristiana e gli altri partiti di governo di essere i mandanti delle stragi e dei tentativi di colpo di Stato portati avanti in quegli anni, segnando secondo alcuni la sua condanna a morte. I grilli parlanti, soprattutto se eretici, non stanno simpatici a nessuno, si sa: Pasolini è ormai inviso quasi a tutti, capito da pochissimi.

È in questo clima di isolamento che matura l’omicidio del poeta e cineasta: la notte tra 1 e 2 novembre 1975 viene letteralmente linciato in una zona appartata di Ostia, sul litorale romano. Viene accusato del delitto sin dalle prime ore un giovanissimo e gracile prostituto di borgata, tale Pino “la rana” Pelosi, che confessa il delitto e afferma di aver pestato Pasolini per una richiesta sessuale non gradita: una versione che sin da subito mostra evidenti lacune e contraddizioni e che pare ai più frutto di indagini carenti se non di un vero e proprio depistaggio voluto “dall’alto”. Non a caso Pelosi viene condannato in primo grado per omicidio in concorso con ignoti (sono in molti, sulla scia di un articolo memorabile di Oriana Fallaci per “L’Europeo”, a ritenere il poeta vittima di un commando di picchiatori), condanna solo in parte confermata in appello, quando con una frettolosa sentenza scritta maldestramente viene cancellato il concorso con ignoti adducendo motivazioni a dir poco sconcertanti. Nel 2005, intervistato nella trasmissione televisiva “Ombre sul giallo”, Pelosi ha ammesso che assieme a lui quella sera erano presenti altre persone, che avrebbero massacrato di botte Pasolini (nel 2008 Pelosi ha parlato di un gruppo di estremisti di destra tra i quali i fratelli catanesi Franco e Giuseppe Borsellino). Nonostante tali tardive confessioni, sulla vicenda permangono ancora dubbi e ombre. E non manca chi come Giuseppe Zigaina, Nico Naldini o Walter Siti propende con sfumature diverse per la teoria dell’omicidio avvenuto nell’ambito di pratiche sadomasochistiche, con Pasolini che sarebbe “andato al macello” - in parte persino consapevolmente - per soddisfare la sua sete feticistica e autodistruttiva di violenza subita. Dal canto suo Sergio Citti, strettissimo collaboratore e amico fraterno di Pasolini, ha sempre rifiutato con forza la tesi dell’omicidio gay, e sostenuto fino alla morte che lo scrittore fu attirato in trappola con la promessa della restituzione della pellicola originale dell’ultimo film girato, Salò o le 120 giornate di Sodoma, sparita in circostanze misteriose.

Ma se il movente dell’omicidio Pasolini è davvero di natura politica, chi è il mandante? Molti puntano il dito su Eugenio Cefis – all’epoca vera eminenza grigia della finanza italiana – inferocito per le allusioni alla sua figura e all’affaire Mattei contenute nel romanzo Petrolio, che Pasolini stava ultimando proprio in quelle settimane, magari con l’appoggio dei servizi segreti coinvolti nella strategia della tensione e la manovalanza di piccoli criminali locali o picciotti “prestati” dalla mafia catanese. È questa la tesi di chi ha propugnato con forza la necessità di riaprire l’inchiesta sul delitto, anche con interrogazioni parlamentari. La Procura di Roma nel 2009, in seguito a una denuncia di un familiare di Pasolini, ha finalmente avviato il riesame dei reperti rinvenuti sulla scena del delitto e individuato tracce di DNA non appartenenti né a alla vittima né a Pelosi, e tuttavia non ha ritenuto questo sufficiente per impedire una nuova archiviazione del caso nel maggio 2015. La decisione del GIP Maria Agrimi ha suscitato non poche perplessità, e c’è chi chiede l’istituzione di una Commissione Parlamentare, mentre nuove testimonianze venute alla luce potrebbero aprire scenari imprevedibili. Il caso Pasolini non è ancora chiuso a quarant’anni di distanza.


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