Philip Roth: un uomo chiamato desiderio

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Philip Milton Roth nasce il 19 marzo 1933 a Newark, nello stato del New Jersey, fortezza dorata degli ebrei trapiantati negli Stati Uniti d’America. In seguito al diploma ottenuto nel 1950 e a una prima laurea presso la Bucknell University (echi di questo periodo si posso sentire nel suo libro Indignazione), continua i suoi floridi studi a Chicago. Qui ottiene una seconda laurea in letteratura inglese e per la prima volta entra in contatto con Saul Bellow e quella che presto diverrà la sua prima moglie, Margaret Martinson. La carriera universitaria non si fermerà certo nella città di Lewisburg: Roth acquisirà importanti ruoli accademici tra le mura della University of Iowa e la Princeton University (tra le più prestigiose scuole nate sul suolo coloniale e una delle otto università iscritte alla Ivy League), fino ad arrivare alla University of Pennsylvania dove continuerà ad insegnare fino al 1991, anno del pensionamento.




Nel 1960 vince il National Book Award con il suo esordio letterario Goodbye, Columbus, arioso e scanzonato ritratto dei costumi ebraici, cronaca delle differenze di classe e della rivoluzione culturale che impegnarono i giovani americani negli anni ’50. Le sue opere, sempre venate dalla malsana criticità dei rapporti umani, ricevono un’ulteriore sterzata verso i lidi del dramma con la separazione e la di qualche anno successiva morte in un incidente automobilistico di Margaret, nel 1968. La Martinson e il suo bagaglio esperienziale si trasporranno in certi personaggi legati alla sua prima produzione romanzesca: basti pensare alla protagonista di Quando lei era buona e a Maureen Tarnopol dell’autobiografico La mia vita di uomo.

Negli stessi anni, Roth scala velocemente le vette del successo editoriale e diviene uno dei prosecutori del grande romanzo americano. È infatti del 1969 quello che forse è il suo libro più noto e legato alle tematiche che l’han reso famoso, Lamento di Portnoy. Dopo alcune prove di satira politica e malriuscite esemplificazioni kafkiane (Il seno, del 1972, dove per la prima volta appare il professore di desiderio David Kepesh), Roth dà finalmente vita al suo personaggio più carismatico, lo scrittore Nathan Zuckerman, al quale ha dedicato ben nove romanzi. Non sempre Zuckerman compare come protagonista assoluto, spesso è un semplice narratore di storie altrui, ma a tutti gli effetti la sua saga inizia nel 1979 con Lo scrittore fantasma.

La vita di Philip Roth è nella maniera più estrema inscindibile dalla sua produzione, labilissimo è il confine tra finzione e autobiografia e con ogni probabilità la lettura più veritiera è quella che vuole l’intero suo corpus letterario come un unico grande diario che programmaticamente – fin dalla sua ideazione – doveva essere reso pubblico. Questo espediente letterario è stato uno dei motori primi del suo successo: un esempio calzante è riferibile a Operazione Shylock (1993), dal quale si evince con chiarezza che l’autore a cavallo tra gli anni ’80 e ’90 soffrì di una acuta depressione. Durante gli anni ’90 inoltre, la sua penna divenne la testimone più diretta della sua vita sentimentale. Il matrimonio con la sua compagna di molti anni, l’attrice inglese Claire Bloom, terminò dopo soli quattro anni nel 1994. La Bloom non tardò a pubblicare un memoriale della loro lunga relazione, il quale ovviamente mise in cattiva luce gli atteggiamenti quotidiani dello scrittore, quelli più lontani e sacralizzati dai suoi lettori. Secondo una parte della critica, Roth non si fece mancare una risposta cartacea quando nel 1998 diede alle stampe Ho sposato un comunista, nel quale il personaggio di Eve Frame ha più d’una contingenza con Claire Bloom.

Il Roth del XXI secolo è sembrato come non mai gettare un occhio critico verso il suo passato, la sua giovinezza. Sue recenti dichiarazioni lo vedono rimarcare l’amicizia con Bellow: proprio negli ultimi anni della sua vita, il premio Nobel si stupiva di come si fosse gettato a capofitto nella stesura di racconti e romanzi brevi, lui, pur essendo un amante terminale della densità in prosa. Per non lasciare nulla d’intentato, per non lasciare nulla di non detto. Roth non ha voluto condividere questa scelta, ne ha fatta una opposta. Nel 2012 lo scrittore ha attaccato al suo computer ‒ come ha raccontato in una memorabile intervista al “New York Times” ‒ un post-it che recitava: “La lotta con la scrittura è terminata” e ha abbandonato la scrittura dopo ben 31 libri. “Guardo quell’appunto ogni mattina”, ha spiegato. “E mi dà una grande forza”.

Nel gennaio 2018 Roth ha rilasciato una commovente e divertente riflessione sulla vecchiaia e la morte: “È stupefacente trovarmi ancora qui, alla fine di ogni giornata. Andare a letto di notte e pensare sorridendo che ho vissuto un altro giorno. E poi è stupefacente risvegliarsi otto ore dopo e vedere che è la mattina di un nuovo giorno, e sono sempre qui. Sono sopravvissuto a un’altra notte, penso, e mi viene da sorridere di nuovo. Vado a dormire sorridendo e sorridendo mi risveglio. Sono molto felice di essere ancora vivo. Da quando va così, di settimana in settimana, di mese in mese da quando sono andato in pensione, mi è nata l’illusione che quest’andazzo non finirà mai, anche se ovviamente lo so che può finire da un momento all’altro. È come un gioco che faccio giorno dopo giorno, un gioco dalla posta molto alta che per ora, contro ogni previsione, continuo a vincere. Vedremo quanto andrà ancora avanti la mia fortuna”. È andata avanti fino al 22 maggio 2018, quando Judith Thurman, un’amica di Roth, ha annunciato che lo scrittore è morto per un’insufficienza cardiaca, a 85 anni, in ospedale. Si è appreso che per scongiurare la pubblicazione di opere postume, lo scrittore ha dato disposizione che i suoi archivi vengano distrutti.

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