Roberto Bolaño, lo scrittore latinoamericano con meno futuro

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Difficile mettersi a scrivere qualcosa di nuovo o di non già stato pensato su Bolaño. Per queste battute ho deciso di selezionare poche cose ripensate in tempi e luoghi “altri” dalla scrivania-con-laptop su cui di solito mi metto a lavorare: qualche sguardo per strada, qualche frase letta su altri testi, sugli stessi suoi, sui gialli che non ha mai scritto. Memo appuntati di fretta dunque, arrivando fuori tempo massimo, data l’immane mole di avvenimenti, uscite, libri, critiche, apprezzamenti che in questi anni hanno decretato quella che molti, compreso “The Economist”, hanno bollato come bolañomania.




Poche parole, pochi spunti che cercano di riassumere un classico degli Anni Zero: fuori posto, postmoderno, epico, massimalista, David Foster Wallace, Radiohead, David Lynch. Bolaño è fuori posto perché con la sua produzione riattiva – criticandola nel profondo – la tradizione letteraria sudamericana. Quando la mania di Marquez, Cortázar, Borges, Allende e soci sembrava essere stata sepolta negli archivi della moda letteraria, che a ondate insabbia od esalta correnti e intere biblioteche di autori troppe volte definiti come “essenziali”, vien fuori lui, lentamente, senza pubblicità e solo grazie al suo valore poetico. Bolaño ci narra in modo nuovo quel mondo magico e oscuro che è il Sudamerica. Il suo non è però il sogno magico di Cent’anni di solitudine. La sua patria virtuale (il Messico) è fatto di delitti atroci, assassini, gente losca, personaggi poco raccomandabili che vivono in un mondo decaduto e supercontemporaneo, così lontano e così vicino a tutti noi. Frequentandolo ci si sente attraversare le vene dal vento caldo del deserto. Il critico del quotidiano spagnolo “El Pais” Ignacio Echevarría ha definito bene la sensazione che si ha leggendo i libri del cileno: “Il suo stile di scrittura non è né realismo magico, né barocco o localista. Bensì è uno specchio immaginario ed extraterritoriale dell’America Latina: più uno stato mentale che un posto specifico”.

I suoi romanzi sono intrisi di postmodernità, perché mescolano registri barocchi e liste di morti, giornalismo e storia locale, poesia e pathos, poeti e professionalità scomparse, sogni e realtà in un caleidoscopio che va oltre ogni canone e che rifiuta il tempo, come se l’autore fosse stato consapevole di essere un classico, come se del futuro non gli fosse importato poi così tanto, data la sua statura imperitura, guadagnata a ritmi forsennati di pubblicazione (i suoi dieci romanzi e tre raccolte di racconti sono infatti usciti nell’arco di un solo decennio). In un’intervista ha dichiarato: “Io sono lo scrittore latinoamericano con meno futuro. [...] sono uno di quelli che hanno più passato, che alla fine è l’unica cosa che conta”. Quello che conta invece nella vita girovaga di Bolaño sono pochi ma fondamentali eventi, che meritano di essere ricordati: nasce in Cile nel 1953, ma si trasferisce nel 1968 con la famiglia a Città del Messico, dove inizia ad abitare le biblioteche. Cinque anni dopo torna in patria per combattere la dittatura di Pinochet, che aveva appena effettuato il colpo di stato. Qui viene arrestato come spia e sconta la pena otto giorni in carcere, dopo che due suoi amici poliziotti lo liberano. Negli anni Settanta diventa trotzkista e fonda insieme ad alcuni amici e poeti (tra cui Mario Santiago) il movimento d’avanguardia infrarealista che sarà all’origine del suo capolavoro I detective selvaggi, un diario delle scorribande di giovani poeti sudamericani in cerca della fondatrice della loro stessa avanguardia, la poetessa Cesárea Tinajero. L’estetica del gruppo letterario va contro la letteratura ufficiale, utilizzando accenni di surrealismo francese mixati ad elementi dada.

Per tutta la sua vita è un instancabile girovago, finché nel 1977 non sbarca in Europa. Cerca di sopravvivere facendo di tutto, dal lavapiatti al cameriere, dallo spazzino al portiere di notte. Vive per un po’ a Barcellona, ma stanco della metropoli si insedia a Blanes, una città di mare sulla Costa Brava. Qui continuerà a scrivere poesia, ma distrutto dall’eroina (anche se la moglie e il suo amico Enrique Vila-Matas non hanno mai confermato la sua dipendenza) e dalla povertà, inizia a scrivere romanzi per sopravvivere e per dar da mangiare ai suoi due figli. Il suo romanzo d’esordio – dato che il primo romanzo scritto, Lo spirito della Fantascienza, lo ha rinchiuso in un cassetto dal quale uscirà soltanto nel 2016 – viene considerato La pista degli elefanti del 1994, uscito per le edizioni del Comune di Toledo in seguito alla vittoria di un concorso letterario e poi ripubblicato in versione riveduta nel 1999 col titolo di Monsieur Pain. Anche il suo 2666 nasce proprio qui, un libro monstre di circa mille pagine che contiene tra le altre cose una denuncia contro lo stato di abbandono dell’America latina, territorio offeso da centinaia di delitti irrisolti (i famosi delitti di Ciudad Juárez), ma nel contempo pieno di poesia.

Il 30 giugno 2003, a Barcellona, lo scrittore cileno è colpito da una insufficienza epatica causata da una grave patologia autoimmune alle vie biliari della quale soffre da circa dieci anni. Invece di correre al Pronto Soccorso, si fa portare dalla sua compagna nell’appartamento di lei, dove c’è una stampante. Qui fa una copia del manoscritto che aveva appena completato, l’antologia di racconti Il gaucho insopportabile. Lo porta al suo editore spagnolo Jorge Herralde, torna a casa, ha un malore ancora più grave durante la notte e quindi infine acconsente a recarsi all’ospedale Vall d’Hebron, dove viene ricoverato d’urgenza e muore il 15 di luglio.

Prima di essere scrittore, Bolaño è un personaggio. In questo assomiglia ad altre due icone morte prematuramente: David Foster Wallace e – in altri ambiti – Kurt Kobain. Le sue foto con la sigaretta, i suoi occhiali rotondi e sproporzionati, la sua faccia così espressiva e il suo sguardo intenso creano un mito. Un maudit postmoderno che riporta l’epica come strumento narrativo cardine, avvicinando l’iper-realtà al mito. Come se fosse una superstar rock dei Duemila (vedi alla voce Radiohead), Roberto Bolaño passa in rassegna mondi incancreniti di realtà cruda e senza speranza di cambiamento. Ci allieta con visioni e cut-up degni del miglior David Lynch, definendo con uno stile a tratti asciutto, a tratti passionale la realtà del suo e del nostro contemporaneo: spezzettata, complessa, paranoica e perché no, anche allegra.

I LIBRI DI ROBERTO BOLAÑO



 

 

 

 
 
 
 
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