Speciale zombie

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Un corpo umano svuotato della mente in preda a istinti cannibaleschi. Un morto – o meglio, un non-morto –  tornato alla vita totalmente trasfigurato nel corpo e nell’anima: quella dello zombie è una figura che, a partire dalla prima metà del Novecento, ha ispirato pellicole, romanzi, racconti e fumetti, scaraventata nel vasto contenitore dell’immaginario collettivo. Chi, infatti, almeno una volta nella vita, non si è imbattuto in questo personaggio grottesco e spaventoso che si muove a passi lenti in cerca di carne fresca da addentare? E come non ricordare l’indimenticabile video di Thriller, in cui Michael Jackson, nel lontano 1983, assumeva fattezze terribili, trasformandosi in un famelico mangiatore di fanciulle?



Ma il termine affonda le radici nelle oscure lande del folklore haitiano e nelle pratiche esoteriche del Vudù, e solo in un secondo momento diviene parte del linguaggio comune occidentale, grazie allo sviluppo del cinema e della letteratura di genere, declinato, nel corso degli anni, nelle forme più originali e disparate. È quello che il sociologo Maxime Coloumbe illustra nel saggio Piccola filosofia dello zombie , delineando l’evoluzione della sedimentazione culturale e degli aspetti antropologici della figura dello zombie.

Se il primo film sui morti viventi è L’isola degli zombies di Victor Halperin del 1932, interpretato da Bela Lugosi, è nel 1968 che esplode il big bang “zombesco” con La notte dei morti viventi di George A. Romero, che agli occhi della critica si trasforma, nel corso di pochi anni, da mero splatter pieno di sangue e frattaglie, a vera e propria pellicola di culto. Quindi, se ci trovassimo davanti al solito paradosso della nascita dell’uovo e della gallina, questa volta non avremmo alcun dubbio: è il cinema ad aver dato il la alla diffusione dell’immagine dello zombie nella cultura di massa.

Ma la letteratura non è da meno: negli ultimi anni si è assistito ad una crescita esponenziale di narrativa horror dedicata agli zombie e alla nascita di un sottogenere che al di là dell’Atlantico viene definito outbreak, il cui capostipite indiscusso è certamente quel Resident Evil che, nato come videogames di successo planetario, ha ispirato la saga cartacea di Stephani Danelle Perry. Altra colonna della letteratura outbreak è Io sono leggenda di Richard Matheson, il quale, scritto nel 1954, è stato recentemente rispolverato dopo l’uscita nelle sale dell’omonima pellicola diretta da Francis Lawrence, con protagonista uno straordinario Will Smith nei panni di Robert Neville, unico sopravvissuto ad un virus letale che ha infettato tutti gli animali e gli esseri umani. Siamo all’anno zero della letteratura zombie. Da questo punto in poi, ci sarà chi si allineerà a quel filone che potremmo definire “classico”, a là Romero, che analizza il fenomeno degli zombie da un punto di vista paranormale e rituale; e chi, seguendo le orme di Matheson, si cimenterà in storie di virus letali e pandemie, disegnando scenari apocalittici e addirittura distopici, a volte.

È a questa seconda categoria che appartengono alcuni dei romanzi più importanti degli ultimi tempi. Il primo è certamente World War Z di Max Brooks, originale e rivoluzionario per l’uso di uno stile narrativo da reportage; lo stesso è anche autore di Zombie Story e altri racconti, e soprattutto del geniale Manuale per sopravvivere agli zombie, un vero e proprio prontuario da utilizzare in caso di invasione. E poi le saghe: da Apocalisse Z dell’avvocato e scrittore Manuel Loureiro, alla trilogia (certamente non ai livelli di Brooks) di J. L. Bourne, fino a Epidemia Zombie di Zachary A. Recht, prematuramente scomparso a ventisei anni in un tragico incidente stradale, e la trilogia di David Weelington - Zombie Island, Monster Nation e Monster Planet - nata prima sul web e successivamente adattata alla carta stampata.

La costante è sempre una Terra che si è profondamente trasformata, dando vita (o morte) ad una specie subumana con cui l’uomo è costretto a confrontarsi e scontrarsi per la sopravvivenza: è lo scenario immaginato da Scott Nicholson in Dopo lo shock; da Colson Whitehead in Zona Uno, in cui Manhattan diventa il primo baluardo della riscossa umana in un mondo invaso dai morti viventi; da Alden Bell, il cui Angeli e Zombie narra di un mondo crudele popolato dai "Pellemorta" e di una quindicenne che ha sempre vissuto in questa landa corrotta; da Peter Clines, che in Ex – Supereroi verso Zombie trasforma lo scenario urbano in un postzombie apocalittico; da Robert Kirkman in Anonima Aldilà, in cui la distopia raggiunge picchi altissimi e gli zombie sono parte attiva della società.

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Agli aspetti “sociali” del fenomeno guardano alcuni racconti dell’antologia L’invasione dei morti viventi, in cui i revenant non fanno solo paura e ribrezzo, ma suscitano anche sentimenti di compassione e, addirittura, amore. Lo stesso accade in Cronache Zombie – Le avventure di Benny Imura di Jonathan Maberry, in cui gli zombie vengono visti come esseri degni di rispetto per la vita che hanno precedentemente vissuto. In Breathers – L’anonima Zombie di Scott G. Browne, il protagonista si fa portatore di rivendicazioni dei diritti degli zombie, messi ai margini della società, proponendo addirittura un’improbabile integrazione. L’estate dei morti viventi di John Ajvide Lindqvist racconta la possibile reazione che l’umanità avrebbe di fronte alla resurrezione dei morti, ridotti a surrogati subumani che tentano di riadattarsi ad una vita che non hanno più.

C’è chi poi, come Stanislaw Lem, usa gli zombie per percorrere altre strade narrative: il suo L’indagine del tenente Gregory è un noir in cui si sente l’oscura presenza di zombie nella nebbia inglese; e chi si allontana dai cliché, proponendo trame originalissime: Warm Bodies di Marion Isaac è una storia d’amore nata in una società pullulante di zombie, così come Il primo giorno di Rhiannon Frater. La trilogia di Jesse Peterssen – Finché zombie non ci separi, Gli acchiappazombie e Mangia crepa ama ˗ è una sorta di Sex & the City zombesco dai contorni ironici, al limite del demenziale. Con Alice in Zombieland, primo episodio della saga White Rabbit Chronicles, Gena Showalter omaggia la fiaba carrolliana con una storia dai contorni truculenti. E poi, un capolavoro assoluto: Orgoglio e pregiudizio e zombie, un romanzo che riscrive esattamente il libro di Jane Austen aggiungendo parti di trama horror. Geniale!

E in Italia? Si sa, l’horror ha sempre attirato frotte di invasati amanti del genere, e l’universo dei morti viventi non fa certo eccezione. Lo dimostra l’antologia Tre metri sotto terra, in cui alcune delle maggiori firme italiane si cimentano con storie di streghe, orchi, assassini e, ovviamente, zombie. Claudio Vergnani non dimentica le origini del genere, scrivendo un romanzo, I vivi, i morti e gli altri, in cui forte è la presenza di atmosfere romeriane. Immaginate, poi, che Porta Pia a Roma non pulluli di macchine, autobus e gente indaffarata, ma di zombie famelici: è ciò che hanno fatto Giacomo Bevilacqua e Luca Marengo con Roma città morta, opera apocalittica a metà strada tra romanzo e graphic novel.

E proprio il fumetto rappresenta uno dei terreni più fertili per le revenant stories. Sempre Roma è il teatro di una zombiepocalypse in Dodici di Zerocalcare, in cui emerge il punto di vista dell’autore capitolino sul fenomeno zombie. E come non citare il bonelliano Dylan Dog, che nel 1986 nasceva proprio con un titolo mutuato, neanche a dirlo, da Romero: L’alba dei morti viventi. Altro autore nostrano è Stefano Raffaele, i cui morti viventi si muovono sul filo sottile che separa l’horror dal romance negli albi Fragile – L’amore dopo la morte e Fragile – Polvere alla polvere. Vero e proprio fumetto cult è quello che vede protagonista il sinistro Professor Rantolo, personaggio di “ziotibiana” memoria, le cui gesta sono raccolte in un secondo volume totalmente politically uncorrect. Spostandosi in Spagna, una delle opere più rivoluzionarie è quella di Santipérez, le cui visioni sono raccolte in Various Horror Visions, in cui viene scandagliato l’orrore della quotidianità, al quale non si sottraggono nemmeno gli zombie. Il Belgio è invece la patria di Jerry Frissen, autore di una saga che prende i cliché e li ribalta in chiave grottesca. Gli Stati Uniti, come al solito, si dimostrano terra sensibile al fenomeno dei morti viventi e i fumetti di genere abbondano. Resti di Steve Niels aggiunge ai cliché le tinte forti dell’hard boiled; con Jonah Hex Joe R. Lansdale riesce in un’operazione incredibile, quella di abbinare due generi lontanissimi: l’horror e il western. Un fumetto in cui rivivono (non è una battuta) gli zombie vecchia maniera è Raise the dead, a quattro mani dai coniugi John Reppion e Leah Moore e illustrato magistralmente dallo spagnolo Hugo Petrus.

Un discorso a parte merita Robert Kirkman, autore della serie che, di fatto, ha rilanciato la moda dei morti viventi: The Walking Dead. Le sue opere hanno una peculiarità che le distingue dalle altre e che ha valso al fumettista di Richmond un successo di livello planetario: l’umanizzazione dei personaggi. La sua è una lunga saga che comprende: The Walking Dead – Giorni perduti; Il lungo cammino; Al sicuro dietro le sbarre; La forza del desiderio; La miglior difesa; Questa vita dolorosa; La calma che precede e Nati per soffrire.

Insomma, ce n’è davvero per tutti i gusti, rigorosamente al sangue però. Una sola raccomandazione: mirate alla testa.



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