Un caffè con… Michela Dentamaro

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Una laurea in lettere, un master di ricerca presso l’Università di Reading, in Gran Bretagna, un’esperienza lavorativa presso una casa editrice e tanta intraprendenza fanno di Michela Dentamaro quello che è. Nello specifico, anche la fondatrice di Rina Edizioni. Classe 1991, Michela ha ben chiaro il suo progetto, gli obiettivi da raggiungere e quello che farebbe, per cambiare le cose nel campo editoriale, se gliene fosse data la possibilità. Una casa editrice femminile la sua, dedita al recupero di scrittrici cadute nell’oblio. Ci spiega il progetto nel dettaglio Michela, e il caffè che prendiamo insieme profuma, improvvisamente, di quell’aroma che solo l’amore per la letteratura e per il proprio lavoro hanno.




Ci spieghi il progetto di Rina Edizioni?
Il progetto editoriale di Rina Edizioni è nato nel 2018 e ha l’intento di occuparsi del recupero di testi di scrittrici italiane (al momento almeno sono solo italiane) poco note o che in qualche modo sono cadute nell’oblio e quindi emarginate dal mondo canonico della letteratura. In realtà, stiamo lavorando anche su una collana di autrici straniere che intendiamo pubblicare a partire dal prossimo anno. Come ho accennato sopra, il cuore del progetto è proprio questo, riportare alla luce testi, che contengono quel pizzico di originalità, capace di tradurre fedelmente il pensiero a sua volta singolare di ognuna di queste letterate. Ci siamo orientati verso la rivalorizzazione di scritti anche meno noti: un esempio su tutti il recupero di Matilde Serao, della quale abbiamo voluto riprendere un’opera che mettesse in luce anche il suo pensiero politico e giornalistico. Il recupero degli scritti ha sempre alla base un ragionamento atto a voler presentare anche il panorama culturale in cui si muovevano le scrittrici.

Cosa ha spinto una giovane donna come te verso un progetto come questo?
Sicuramente il mio percorso di studi ha avuto un ruolo determinante. Dopo la laurea, ho conseguito un master in Inghilterra e quando sono tornata in Italia, ho frequentato un corso di redazione editoriale. La collaborazione con una casa editrice mi ha permesso di fare esperienza nel campo redazionale e in quello delle traduzioni. Ed è qui che ho cominciato a leggere il testo di una scrittrice americana, che si è ritrovata in Russia sia prima che durante la rivoluzione, una lettura che ho trovato particolarmente appassionante. Ho letto tanti suoi articoli, soprattutto reportage e la mia curiosità verso questo universo di scrittrici poco note è notevolmente aumentata. Ho così iniziato a sviluppare il progetto, anche se in realtà ci sono voluti circa due anni per metterlo a punto. Comunque tutto è partito dalla mia esperienza nella casa editrice e a supporto della mia idea, c’è sempre stata la mancanza di un editore che si occupasse solo di questo.

Quali caratteristiche deve avere una scrittrice, affinché possa suscitare l’interesse della casa editrice Rina?
Sicuramente l’originalità. Altra caratteristica fondamentale è l’espressione del pensiero dell’autrice: intendo dire che le opere interessanti, sono quelle in cui si palesa il messaggio che la scrittrice ha voluto far passare e che esprimono chiaramente l’ideologia dell’autrice stessa. Naturalmente devono essere opere adatte a una ripubblicazione. Bisogna tener conto del fatto che sono state tutte donne coraggiose, che sono riuscite in qualche modo a imporre il loro pensiero in un contesto storico-sociale e culturale non facile per il genere femminile. Per intenderci, una letteratura per le donne, che si è inserita, se pur con difficoltà, in un contesto ben più ampio.Quando valuti quale scrittrice far riemergere, la tua scelta si basa anche sull’attenzione verso il lettore?
Sì soprattutto. Il lettore è uno dei motivi fondamentali per cui vengono scelti determinati testi e altri no. Sarebbe bello poter pubblicare tutto nuovamente, ma non è possibile. Bisogna tener conto del contesto in cui siamo e del periodo in cui viviamo e del fatto che il lettore di oggi è completamente differente da quello di un tempo. Si pone senz’altro attenzione al contenuto del libro, ma anche a come arriva al lettore di oggi e a come è meglio presentare quel determinato testo. È importante, per esempio, cercare di inserire una prefazione e una postfazione e fare in modo che anche chi presenta quella determinata autrice, entri in contatto con il lettore di oggi e che lo mantenga quel contatto, stuzzicando la curiosità di volerne sapere di più su quella scrittrice. Penso che qualsiasi editore che si definisca indipendente, debba avere come fine ultimo il lettore, perché è proprio grazie ai lettori che si riesce ad andare avanti e a continuare la propria attività.

Tra le scrittrici che hai recuperato o tra quelle che pensi di recuperare, c’è qualcuna in particolare che hai nel cuore?
Esattamente due di loro. La prima è Amalia Guglielminetti, innanzitutto perché il suo è stato il primo libro recuperato e poi perché secondo me, è una poetessa prima e una scrittrice dopo, alla quale bisognerebbe dare maggiore spazio. La seconda è Virginia D’Andrea, la poetessa militante anarchica, che io ho fortemente voluto, cercando di far riemergere sia i suoi scritti dal contenuto politico che le raccolte di poesie, in maniera tale da far conoscere un’altra figura dell’anarchismo, purtroppo ancora ignota.

Parliamo dell’editoria italiana: mi interessa conoscere il punto di vista di una giovane donna che ha deciso di investire in questo settore. Quanto di buono e quanto di brutto c’è oggi nel campo editoriale del nostro Paese, secondo te?
Di buono credo che ci sia la fatica e l’impegno di larga parte dei piccoli editori, un impegno quotidiano e costante ed è proprio in virtù di questo che dovremmo cercare di essere sempre solidali gli uni con gli altri. Devo ammettere che per quella che è la mia breve esperienza, posso affermare che la voglia di aiutarsi e di collaborare esiste, anche se a volte non emerge totalmente. Un aspetto fortemente negativo, invece, credo sia legato al funzionamento della filiera. Nel caso specifico, la casa editrice Rina, ha contatti diretti con le librerie, ma nonostante questo penso sarebbe utile che editoria e librai potessero confrontarsi e proporre un’alternativa a quella che è la filiera. Sarebbe bello che si potesse scegliere un metodo di lavoro che valorizzasse maggiormente sia l’editore, che i librai e poi alla fine il lettore, affinché non si ritrovi completamente spaesato nel mondo editoriale. Le uscite sono tante e anche questa non è una cosa totalmente positiva, in quanto il lettore si trova inondato di novità, non riuscendo a focalizzare la propria attenzione su quello che può realmente interessare, non per mancanza di volontà, ma perché è obiettivamente impossibile stare dietro a tutte le novità. Bisognerebbe, inoltre, dare maggiore spazio alla territorialità dei librai, rivalutare, per esempio, le librerie di quartiere, anche perché è proprio tramite loro che gli editori si fanno conoscere ed entrano in contatto con i lettori. Penso che siano questi i punti critici dell’editoria italiana oggi.

Ti consideri una femminista?
Mi considero una femminista a modo mio. Mi piacerebbe che passasse un messaggio non così rigido come quello del movimento, ma che contenesse una sorta di apertura. Mi sento lontana da quello che è il pensiero che si è sviluppato in questi anni. Il lavoro di recupero dei testi, mi ha insegnato a capire da dove siamo partite, come ci siamo poi evolute e come stiamo cercando di andare avanti. Non mi definisco una femminista tradizionale e soprattutto ci tengo a dire che la nostra non è una casa editrice femminista, ma femminile.



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