Un caffè con... Carmen Giorgetti Cima

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Traduttrice di Lars Gustafsson, Torgny Lindgren, Sven Lindqvist, Håkan Nesser e Arne Dahl fra i tanti, è grazie a Carmen Giorgetti Cima se abbiamo potuto leggere anche in Italia la trilogia di Stieg Larsson. Si è laureata in Lingue e Letterature Scandinave con una tesi sullo scrittore Olof Lagercrantz (padre di quel David che ora scrive il sequel della trilogia di Larsson); una passione, quella per il mondo scandinavo, che l’ha anche portata negli anni a viaggiare spesso. Ha al suo attivo centotrenta libri tradotti, collabora con diverse case editrici ‒ Marsilio, Guanda, Ponte alle Grazie, Iperborea, Bompiani, Longanesi, solo per citarne alcune ‒ e vive in provincia di Varese nella tranquillità della sua casa, dove trascorre gran parte del tempo assieme ai suoi amatissimi cani.




Due errori che un buon traduttore non deve commettere mai?
Difficile citarne solamente due, ma ci provo. L’errore più grave, secondo me, è affrontare un testo con leggerezza. Ogni volta che si lavora a una traduzione, è indispensabile farlo con umiltà, che vuol dire non pensare di saperne abbastanza, non accontentarsi, non dare mai niente per scontato, scavare anche dove si è già scavato mille volte. Perché c’è sempre una soluzione migliore, l’unica perfetta per ogni caso specifico. L’altro errore che non si dovrebbe mai fare è tradurre un testo che non è nelle proprie corde. Vuoi perché la materia è “sgradita” (uno dei libri che non ho voluto tradurre, ad esempio, parlava di giovani reclutati da terroristi e obbligati a nefandezze, e non me la sentivo proprio di vestire una storia del genere con parole mie), vuoi perché semplicemente il libro proposto non ci piace. Tradurre qualcosa di malavoglia è una tortura per il traduttore e difficilmente rende un buon servizio al testo.

Il libro o l’autore che ti è piaciuto di più tradurre e perché…
Con più di quarant’anni di lavoro alle spalle sono tanti i libri e gli autori che ho amato. Ma un testo mi è particolarmente caro. Parlo del romanzo La biblioteca del Capitano Nemo di Per Olov Enquist. Una storia dolorosissima che è racchiusa e velata in una dimensione onirica, proprio perché troppo terribile per essere raccontata in termini realistici. Un libro tanto enigmatico quanto affascinante. E certamente il capolavoro di uno dei miei autori svedesi preferiti. Tradurlo è stata una bella sfida, perché si trattava anzitutto di capire il peso di ogni parola, per poter restituire anche al lettore italiano le sensazioni che comunicava in lingua originale. È stato anche l’unico libro in cui ho tradotto alcune criptiche frasi in dialetto (quello del villaggio d’origine di Enquist, nell’estremo nord della Svezia), con l’unico dialetto che un po’mi appartiene, quello dei miei avi paterni, vissuti in un’altrettanto piccola comunità nel nord dell’Italia. Una scelta che si è rivelata felice e una scelta anche di coerenza, credo, in quanto il traduttore ha comunque un linguaggio suo ed è a tutti gli effetti co-autore del testo.

Come si diventa traduttori di romanzi, esiste un percorso specifico?
Probabilmente oggigiorno esiste un percorso specifico, ci sono le scuole di scrittura e ci sono le scuole di traduzione, e tanti altri corsi ad hoc, sia in Italia sia all’estero. Io mi sono formata in un’epoca in cui non esisteva nulla di tutto ciò, e si diventava traduttori semplicemente per passione. Nel mio caso, innamoratami della letteratura di un paese lontano e la cui lingua non era diffusamente studiata in Italia (sono stata la prima a laurearsi in Lingue e Letterature Scandinave all’Università Statale di Milano) il desiderio era anzitutto di farla conoscere nel mio paese. Naturalmente oltre alla passione per la letteratura è indispensabile una passione altrettanto grande per la scrittura, e una solida preparazione tecnica e culturale; le basi che solo un percorso scolastico solido (dalle elementari all’università) può dare.

Come ti prepari ad affrontare un nuovo testo?
Anzitutto lo leggo. Sembra ovvio ma non lo è. So di bravissimi colleghi che preferiscono affrontare un testo senza averlo prima letto. Io no; ho bisogno di farmi un’idea generale, di collocare il testo e non solo a livello linguistico e stilistico. Spesso anche in narrativa si parla di argomenti specifici con cui occorre prendere dimestichezza prima di affrontare una traduzione: ultimamente, solo per citare un paio di casi, mi è capitato di tradurre romanzi dove si gioca molto a golf o dove si pratica alpinismo estremo, e quindi mi sono documentata su questi due sport per poter tradurre correttamente e con efficacia. Inoltre raccolgo anche più informazioni possibili sull’autore, il più delle volte cercando di stabilire anche un contatto personale; conoscere chi scrive aiuta a capire che cosa scrive. Una buona collaborazione fra autore e traduttore è sempre feconda, e spesso uno degli aspetti più piacevoli del mio lavoro.

Se potessi vivere per un giorno la vita di un personaggio letterario, quale sceglieresti?
D’impulso mi verrebbe da rispondere: Lisbeth Salander, l’eroina della trilogia Millennium di Stieg Larsson, perché è piccola e smilza come me, sa fare meraviglie con il computer che io posso solo sognare ed è capace di mettere KO anche energumeni molto malintenzionati. Ma credo che preferirei essere la nonna del Libro dell’estate di Tove Jansson, che ha la saggezza dell’esperienza data dall’età e insieme la trasgressività di chi ha conservato dentro di sé il bambino ribelle; e soprattutto vive su un’isoletta persa nell’arcipelago del Golfo di Finlandia, governata ancora dai ritmi delle stagioni e della natura (per me, il paradiso!).



 

 

 
 
 
 
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