Una strada migliore

Ero emozionatissimo. Era un giorno molto importante, quello, che probabilmente sarebbe stato ricordato per sempre, uno di quei giorni che sarebbe stato sui libri di storia delle generazioni future. Circa sei mesi prima era stata scoperta una civiltà in pieno sviluppo su Marte. Al contrario di quanto si potesse pensare, erano sorprendentemente simili a noi, sia fisicamente (tranne il colore della pelle, che i Marziani avevano di una sfumatura rossastra) che culturalmente. Parlavano per fino inglese. Si era deciso di organizzare un incontro tra i principali Capi di Stato della Terra con rispettive delegazioni e l’unico Capo Marziano, che a quanto avevo capito governava tutto. Io, Mark Cheryl, avevo la fortuna di partecipare, non perché fossi Presidente di qualche paese, assolutamente no, ma perché il mio Presidente aveva scelto me per far parte della delegazione degli USA.

Mi trovavo nella Sala Conferenze di New York, affiancato dagli altri funzionari della mia delegazione e dal Presidente. Ci trovavamo attorno a un tavolo ovale, diviso in undici sezioni, una per ogni Paese, più una per la delegazione di Marte. Tutti i Paesi Terrestri erano arrivati, mancava solo il Capo Marziano. Io guardavo tutto attorno a me con occhi curiosi, mai nella mia vita avrei pensato di poter vedere così vicini tutte quelle Nazioni che si riunivano per uno scopo comune. Mi aspettavo che si discutesse di alleanze, accordi politici, economici, militari, scambi culturali tra i due popoli, ed ero entusiasta. Credevo che quel giorno avrebbe cambiato le sorti dell’umanità, e l’avrebbe fatto, ma non come mi aspettavo.

Entrò il Leader Marziano, seguito da due funzionari e si sedette. Senza aspettare l’inizio ufficiale, iniziò a parlare: “Senza convenevoli o inutili sproloqui, vorrei chiarire perché sono qui. Marte sta morendo. Delle radiazioni che ci uccideranno tutti saranno lì in meno di un anno. Queste radiazioni non colpiranno la Terra. Il mio scopo è di portare 500 milioni dei miei cittadini, per non far estinguere la razza Marziana, anche se è solo una minuscola parte della popolazione totale, sul vostro pianeta. Non posso farlo così, ovviamente, perché le risorse della Terra non riuscirebbero a sostenere tutti. Dunque, voi tutti dovreste eliminare circa 500 milioni dei vostri abitanti. Se vi rifiutate, inizierò una guerra che vi sterminerà tutti, perché siamo tutti consapevoli della nostra superiorità numerica e militare. Avete sei mesi per decidere e organizzarvi di conseguenza. Buona giornata”. E uscì seguito dai suoi funzionari, con le persone più importanti del pianeta che lo guardavano allibite.

Nella sala ci furono dieci secondi buoni di silenzio totale. Tutti si guardavano tra di loro, increduli, cercando di capire se erano loro che avevano avuto le allucinazioni o era tutto vero. E poi ci fu un preciso istante in cui scoppiò il caos. Il caos più totale, con l’Australia che urlava contro la Russia accusandola di non si sapeva cosa, il Giappone e la Cina che iniziarono a litigare ognuno nella proprio lingua. Ad un certo punto il mio Presidente si alzò in piedi e urlò: “Silenzio!”. Tutti ammutolirono. Il Presidente s’alzò in piedi e iniziò a camminare attorno al tavolo. Era chiaro che era lui quello che tutti quanti ascoltavano. Era chiaro che sarebbe stato lui a dirigere le operazioni, e persino la Russia se ne rendeva conto e lo accettava. “Oggi è successo qualcosa che non ci aspettavamo. Avevamo pensato, come sciocchi, che ci potesse essere qualche sorta di collaborazione tra Marte e la Terra, ma ci sbagliavamo. Credevamo fossero simili a noi e ci siamo sbagliati ancora di più. Dobbiamo prendere un’ardua decisione. Eliminare 500 milioni di persone della nostra stessa gente o tentare una guerra contro Marte, che ha 2 miliardi di abitanti, e quindi di possibili soldati, tecnologie e armi più avanzate?”. Fu il rappresentante del Giappone a parlare: “La decisione mi sembra facile. Dobbiamo eliminare 500 milioni dei nostri, non c’è altra scelta. Non abbiamo la minima possibilità contro Marte, lo sappiamo tutti, e le vittime di un possibile conflitto sarebbero mille volte superiori”. “Sono contento che lei la veda così, perché a me non pare affatto semplice”. Era stata la Cina a parlare, sempre in cerca di un contrasto con il Giappone. “Primo: come scegliere le persone? Facendo un sorteggio magari?”, disse sprezzante il diplomatico cinese. “Sceglierle noi? Scoppierebbe una rivolta mondiale, che ci distruggerebbe tutti. E poi è davvero così sciocco da credere che una volta arrivati qui, i Marziani ci lascerebbero vivere in pace?”. “Come ho già detto, non è una decisione facile. Io ho una proposta: facciamo decidere al popolo. Informiamoli, indiciamo un referendum, in tutti i paesi conosciuti, e facciamo decidere loro. Se vincerà l’eliminazione selettiva, ci preoccuperemo poi di scegliere chi”, disse il Presidente. Si sollevò un brusio. Nessuno voleva che la gente sapesse, non prima della cosa fatta. Avrebbe portato a delle rivolte, non andava bene. In quel momento non ci voleva la democrazia, ma un governo forte. Si votò allora, e tutte le Nazioni , dopo essersi consultate, votarono a favore dell’eliminazione selettiva, decidendo di avvertire il mondo solo a cosa fatta, scegliendo i soggetti tra i disoccupati, gli anziani, e le persone meno utili alla società e prelevandoli dalle loro case. Io ero disgustato, e così lo era il mio Presidente. Chi erano loro per decidere chi avrebbe potuto vivere e chi no?

Erano passati tre mesi da quel giorno, e io credevo che sarebbe veramente andata a finire così. Andavo a lavoro solo per senso del dovere, e non riuscivo più a guardare in faccia il Presidente. Io credevo fosse un uomo giusto, e invece lasciava che tutto questo succedesse. Un giorno però, quando arrivai nel mio studio, trovai un biglietto che mi diceva di incontrarci alle 7 quella sera a casa mia. Era firmato B.L., Bill Launter, il nome del Presidente. Quella sera rimasi a casa, solo per precauzione, non realmente aspettandomi che il Presidente degli Stati Uniti d’America bussasse alla mia porta. Insomma, eravamo, o eravamo stati molto vicini lavorativamente, ma non ci eravamo mai visti al di fuori di quell’ambiente. Eppure alle 7.00 il citofono della mia casa suonò. Andai ad aprire la porta, quasi timoroso,e mi ritrovai davanti Bill Launter. Entrò senza troppi convenevoli, e si sedette sul mio divano. Mi spiegò brevemente la situazione. Lui non poteva permettere che un’eliminazione selettiva forzata fosse il destino dell’umanità, non dopo tutto quello che si era fatto per arrivare alla pace. Perciò lui aveva radunato un gruppo di circa 10 persone fidate che lavorassero in segreto per entrare nei sistemi della televisione, delle radio, di internet, per diffondere la notizia e allertare tutti. E voleva che io, Mark Cheryl, facessi parte del gruppo.

Mi sentivo onorato e avrei voluto picchiarmi per aver dubitato di lui. Mi informò dei rischi che correvamo, la prigione per il resto della nostra vita, ma non mi importava. Gli dissi che ero dentro. Nella settimana successiva lavorammo incessantemente per realizzare il nostro progetto principalmente di notte, visto che il Presidente non era esattamente libero di andare dove volesse quando gli pareva. E infine, a 10 giorni da quando mi aveva detto tutto, fummo pronti. Mancavano 20 giorni da quando avrebbero dovuto incominciare a prelevare le persone dalle loro case, ma grazie a noi, grazie a me, non sarebbe mai successo. Mi sentii immensamente felice per quello. E infine, quando venne il momento di premere il bottone che avrebbe diffuso la notizia dappertutto, mi sentii immensamente sollevato quando insieme ai miei 11 compagni lo pigiai.

Non erano passati neanche 3 giorni quando arrivò una lettera ufficiale dal consiglio delle Nazioni che invitava (ordinava) il Presidente a venire immediatamente alla Sala delle Conferenze di New York per discutere di alcune questioni. Sapevamo benissimo di quali questioni si trattava, visto che avevamo firmato il messaggio che avevamo lanciato pressoché dappertutto. Io insistetti per accompagnarlo, l’avevamo fatto insieme e avremmo pagato insieme. E poi, onestamente, avevo paura che il rappresentante del Giappone lo picchiasse. Ci mancò poco. Dovemmo entrare da una porta di servizio perché davanti l’edificio non c’erano meno di qualche migliaio di persone, i cui manifesti e cartelli facevano intuire la ragione per cui erano venuti lì. Per il nostro messaggio. Quando facemmo il nostro ingresso (che a me sembrò trionfale) dentro la sala, dovetti fare del mio meglio per non fare malmenare il Presidente o me stesso. Erano tutti infuriati. Blateravano qualcosa sul fatto del rispetto, dell’onestà (capito, loro predicavano di onestà!).

Ad un certo punto una guardia dell’edificio salì accompagnata da un uomo di mezza età , che venne verso di noi. La guardia si scusò dicendo che non c’era stato verso di tenerlo fuori. L’uomo si avvicinò al Presidente e disse : “Dobbiamo parlare. Nonostante io sia disgustato dal fatto che 10 delle Nazioni che dovrebbero essere le più potenti abbiano deciso di fare un qualcosa di così riprovevole, noi tutti siamo rimasti colpiti dall’onestà e la saggezza del nostro Presidente”. L’uomo fece una pausa, godendosi il fatto di averli tutti in pugno. “Perciò io per primo mi sono impegnato personalmente. Abbiamo indetto una petizione e siamo già a 200.000 firme, solo dopo un giorno, e stiamo rapidamente crescendo”. Il presidente dell’India parlò: “Scusi tanto, ma non capisco proprio di cosa stia parlando. 200.000 firme per cosa?” “200.000 persone che hanno accettato di sacrificarsi perché le altre possano vivere. Siamo consapevoli che una guerra contro Marte provocherebbe solo altre vittime, e molte persone hanno deciso di sacrificarsi per garantire un futuro ai propri figli. Nei prossimi giorni vi faremo avere la lista definitiva”. E fece per andarsene. Il Presidente lo fermò, lo guardò negli occhi e disse: “Grazie”. L’uomo sorrise e disse: “Grazie a lei signore, per aver mostrato a tutti che c’ è sempre una strada migliore”.

5 mesi dopo stavano già arrivando le prime navicelle. Si era deciso che i Marziani avessero un’area tutta per loro, nell’Asia Medio-Orientale. Io ero contento. Contento perché l’indomani sarebbe potuta scoppiare una guerra tra i Marziani e i Terrestri, ma rimaneva il fatto che io avevo contribuito a salvare il mondo ieri, da una possibile Terza Guerra Mondiale. E non avrei mai smesso di ringraziare il mio Presidente per aver mostrato a me e al mondo intero, una strada migliore.

Francesca Della Libera, III D – I.C. Largo Oriani, Roma

Racconto terzo classificato al Premio A.A. Fantascienza Cercasi 2018 riservato agli studenti delle scuole medie del Lazio.



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