Momenti straordinari con applausi finti

Momenti straordinari con applausi finti

Un gruppo di cosmonauti ci accoglie: sta viaggiando di pianeta in pianeta – da generazioni scopriremo poi – disperso in una landa misteriosa. Lo spazio è poi conquistato da un gruppo di soldati durante lo sbarco in Normandia. Siamo in realtà in un set cinematografico, con attori che recitano nel film Salvate il soldato Ryan e con un consulente di guerra, un veterano, che li guida perché possano fare proprio lo stato d’animo di un soldato il cui compagno a pochi centimetri ha appena ricevuto un colpo in testa; la meta narrazione è quella di un documentario, quello che Silvano Landi sta guardando poco prima di conversare con la moglie, dal Bed & Breakfast vicino all’ospizio dove è ricoverata la madre morente. Silvano Landi – di professione comico – sta assistendo la madre, lo incontriamo mentre si muove verso l’ospizio in cui è ricoverata in macchina, su una Punto nera, probabilmente. Gli sembra di essere a Carcosa, l’ambientazione di True detective, con la mente affollata di ricordi e sensazioni sincopate. I monosillabi e i frammenti di conversazioni sconclusionate con la moglie sono il sottofondo del suo muoversi attraverso piani sequenza di stagioni e siberie nel tragitto che percorre per arrivare dalla madre, nei suoi ultimi giorni di vita. Optalidon, tavor, lexotan, roipnol, acqua antisterica, buio, mal di testa della mamma… angoscia totale quella restituita dal sogno in cui Silvano trova se stesso bambino a casa dei suoi. E a salvarlo e guidarlo in questo percorso catartico sarà proprio un ragazzino, pieno di luce, quella della spensieratezza, che arriva a dare il giusto peso all’ansia e alla paura paralizzante di fronte all’imminente morte della madre, al cinismo e alla discontinuità con cui all’inizio Silvano affronta il dolore. Preso per mano, pare riappacificarsi con il suo passato, con il rapporto con sua madre, con il cosa significa non poter essere genitori…

In Momenti straordinari con applausi finti, ultimo attesissimo lavoro di Gipi, Silvano Landi, che avevamo avuto modo di conoscere in Una storia, riemerge non più nelle vesti di scrittore ma in quelle di un comico che si trova a fare i conti con la morte della madre, ricoverata in un ospizio. Restituire la trama che sottende un fumetto di Gipi riuscendo a stare nella gabbia che questo magazine richiede è un’impresa che mi lascia sempre la sensazione di banalizzare, di non farcela a pieno, assieme al senso profondo della mia inettitudine. Proviamo: il racconto delle vicende di Silvano Landi procede in parallelo con le avventure di un gruppo di cosmonauti costretti al confronto con un mondo alieno che fa paura, con la storia di un veterano di guerra che fa da consulente per la realizzazione di un film, con l’apparizione di un uomo primitivo e con un se stesso (Gipi) ragazzo. Non basta, il racconto procede in parallelo anche con le vicende che Gipi si trova a vivere: l’autore scrive mentre vive l’ultimo periodo di vita della madre, sgomento per la totale assenza di emozioni che caratterizza quei giorni. Oggi Gipi ha da tempo trovato la sua voce, ed è una voce autentica nel panorama del fumetto italiano, capace sicuramente di raccontarci il particolare delle singole fragilità, restituendoci l’universale capacità di restare in bilico di fronte all’abisso e alla caducità dell’esistenza, come pochi altri autori. Momenti straordinari con applausi finti è una riflessione sul ruolo di figlio – alla quale Gipi ci ha lungamente abituato – e per questo vale la pena di essere letto in contrappunto con S., precedente graphic novel con cui l’autore aveva rielaborato la perdita del padre. Ma è anche un fumetto da leggere in continuità con tutte le storie di Gipi, godendo di tutti gli strumenti del disegno, dai bianchi e neri agli acquerelli, che l’autore riesce a mettere in campo, srotolando la storia sui diversi piani narrativi. Dopo la svolta più romanzata de La terra dei figli, da cui il bianco e nero puro (con cui in quest’opera Gipi gestisce e ci presenta i cosmonauti) con Momenti straordinari con applausi finti, per sopravvivere alla morte della madre, Gipi torna al fumetto autobiografico. Ci dà il permesso di sapere come sta, di sederci accanto a lui, di accompagnarlo, a patto di faticare un po’. La poetica autobiografica di Gipi non fa sconti, neppure questa volta: né le parole né i disegni ci prendono dolcemente per mano per raccontarci una storia. L’autore ci richiede lo sforzo di sintonizzarci con quello che accade al protagonista della storia, per capire cosa lui sta vivendo, per sentire cosa tutti noi potremmo vivere, in momenti delicati della nostra vita. Se in S. l’acquerello è la cifra grafica scelta per raccontare del padre, qui gli strumenti del mestiere che entrano in campo sulle tavole sono tutti, probabilmente ognuno necessario a prendere la distanza e a mantenere lo sguardo lucido: “partivo da una base mia di gelo interiore che mi ha trasformato in una specie di serial killer della narrazione. Io ho costruito dei momenti, penso, emozionanti, però rimanendo gelido, per quello poi ne sono uscito a pezzi […] dall’immagine al testo è stato un lavoro chirurgico. Per mia fortuna la storia ad un certo punto mi è scappata di mano, si sono mescolati i due piani ed è arrivata l’altra parte, quella del sentimento”. La vicinanza al fatto è ancora fresca, lo spazio abbastanza corto, per questo nelle tavole, tra gli acquerelli e le chine, riusciamo ancora a sentire l’odore del tormento e il distacco della sofferenza, sensazioni e sentimenti che prima o poi possono appartenere a ciascuno di noi.



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