Intervista ad Anna Benvenuti

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Anna Benvenuti è un’insegnante di un liceo milanese che, dopo il successo del suo romanzo d’esordio, ha deciso di dar seguito alle vicende dei protagonisti. Fin dalla presentazione del libro, organizzata on-line della casa editrice, emerge la sua umiltà, la sua sensibilità e, soprattutto, la sua disponibilità tanto che riesco ad approfittarne per chiederle di fare un’intervista per indagare la passione per il proprio mestiere e l’origine di questa avventura da scrittrice. Ben presto si rivela piuttosto una chiacchierata che dà l’ormai persa sensazione di essere al bar davanti a un caffè, anziché di fronte ad uno schermo.




Che cosa ti ha spinto a scrivere un romanzo?
L’idea nasce a giugno, momento in cui bisogna consigliare le letture estive agli allievi: essendo insegnante di italiano, c’è sempre una forte aspettativa da parte dei genitori, della serie “Chissà quali letture ti ha assegnato la prof”. Invece i ragazzi temono molto questo momento. Negli anni ho cambiato moltissime strategie: ad esempio, ho evitato di rendere obbligatorio il classico tradizionale, di cui avrebbero scopiazzato magari il riassunto qualche giorno prima del rientro a scuola, e ho incoraggiato piuttosto i ragazzi a leggere ciò che piace loro. Poi, l’estate scorsa, anche grazie all’esperienza di tutoring che mi aveva messo di fronte ad una mia studentessa che aveva vissuto un dramma familiare, mi è nata l’urgenza di scrivere e di provare a scrivere io un libro per loro, forte anche del fatto che faccio l’insegnante da dieci anni e un po’ credo di conoscere i pensieri dei ragazzi. Quindi, ho iniziato a scrivere e scrivo per i miei ragazzi, è stata più un’idea di mio marito quella di farla vedere ad un editore, dicendomi “L’hai scritta per loro questa storia, perché non fargliela arrivare?”.

Durante la presentazione del libro on-line, parlando dei libri, hai detto che molto spesso quando si consigliano dei libri da leggere si ha “l’ansia” di dover dare quelli che educano al bello, limitandosi a identificare questa “educazione al bello” nei classici tradizionali. Invece, che cosa è per te questa “educazione al bello” e come ha influito sulla tua scrittura?
Non credo che ci siano delle letture che oggettivamente educhino al bello. Il bello è soggettivo, o meglio è bello che i ragazzi abbiano un’alternativa al cellulare, si guardino intorno, capiscano che ci sia qualcosa oltre il loro orizzonte e si possano perdere tra le pagine di un romanzo. Anche perché molto spesso hanno un’immaginazione preconfezionata con immagini già fatte. In questo senso, ho cercato di non ridurre il mio romanzo a un mero esercizio di stile, ma di gettare dentro qualche seme che germogliasse nella loro testa, soprattutto in questo periodo di crescita e di formazione della loro identità, dove spesso non solo non trovano un senso a loro stessi, ma soprattutto non si pongono nemmeno il problema di quale sia il loro senso e di ricercarlo.

Come hai ben illustrato, i primi destinatari della tua scrittura sono i tuoi allievi. Possiamo, dunque, classificare i tuoi romanzi come appartenenti al genere young adults? Quale è il tuo rapporto con questo genere letterario?
È un rapporto molto controverso: quando ho presentato il primo romanzo al primo agente letterario, mi ha detto che non andava bene perché loro, sulla base delle esigenze del mercato, volevano uno YA, o per lo meno un romanzo con un’etichetta chiara, e la mia opera non lo era a tutti gli effetti perché erano troppo presenti gli adulti. Quindi, mi ha detto che se lo avessi modificato lo avrebbe preso. Io non l’ho voluto modificare perché per me gli adulti erano fondamentali nel romanzo, nel senso che facevano da contraltare ai protagonisti giovani e, in un certo senso, erano il mio alter ego. Dunque, si può dire che mi sono auto-esclusa dal genere tout court: siamo con una scarpa nel genere young adults e con l’altra nel classico romanzo di formazione. Proprio il fatto di essere ibrido aveva reso la mia opera non appetibile per la prima persona che visionò il romanzo: però, il problema era che io non scrivevo per sfondare sul mercato, io scrivevo per me e non potevo abbandonare il doppio versante, composto anche dagli adulti, da cui discendeva un confronto che, a mio avviso, originava molta ricchezza. Tanto che il romanzo è letto anche dagli adulti. Per quanto concerne il genere in generale, ho iniziato a conoscerlo da professoressa quando ho voluto capire che cosa leggessero i miei studenti. Su alcuni mi sono divertita, altri trattano alcune tematiche in modo superficiale, ma comunque sono un incentivo alla lettura.

Rispetto allo YA che talvolta sembra inondato da alcool, droga e sesso come se fossero delle componenti imprescindibili per parlare ai giovani e dei giovani, la peculiarità della tua opera è la delicatezza con cui queste questioni sono trattate, soprattutto con riferimento al tema del sesso che non viene tralasciato, ma piuttosto affrontato, facendo leva sulla verginità. È stata una conseguenza automatica oppure un qualcosa di pensato grazie alla tua esperienza da insegnante?
È nata dall’esperienza con i ragazzi, nel senso che loro sono bombardati da tutt’altro messaggio. Quando ne parlo con loro, specialmente con le ragazze, noto che ci sono alcune che si fanno scivolare addosso questa questione, altre, invece, la problematizzano tantissimo, nel senso che addirittura identificano la loro persona con la posizione che assumono rispetto al sesso. Quindi, quando ho descritto i personaggi e ho affrontato la questione, volevo che emergesse non tanto l’appartenenza a un gruppo piuttosto che ad un altro, ma il condizionamento e la pressione che tante adolescenti vivono, come se tutto si riducesse al giudizio degli altri. Anche il mio personaggio non è qualcuno che effettua una scelta, ma che la subisce da parte del ragazzo, così come avviene a tante ragazze con cui mi trovo a parlare.

Il tema principale del libro è quello della fragilità affettiva sia degli adulti sia dei ragazzi. Che cosa hai voluto intendere trattando questa tematica?
La fragilità affettiva degli adulti era un punto di partenza perché è quella che fa soffrire di più i ragazzi che di per sé son fragili e hanno bisogno di avere delle rocce alle loro spalle. Parliamoci chiaro: io vedo i miei alunni avere molto spesso delle crisi, ma le più profonde avvengono quando sentono che non c’è alcun appiglio alle spalle. In quei casi crollano. Però, io sono anche una persona profondamente ottimista e volevo che passasse anche l’idea che vale la pena aggiustare le cose. Noi adulti molto spesso nella nostra fragilità perdiamo di vista la possibilità di ricostruire e abbiamo sempre la tentazione di voler buttare via tutto. Invece, io volevo, senza cadere nel moralismo del “Vi siete scelti e ora vi pigliate” tratteggiare la generazione nella quale mi inserisco come quella che ha ancora tutta la vita davanti, che talvolta fa gli errori dell’adolescenza e che ha ancora tutto da imparare.

Quindi, il titolo Ancora tutto da imparare equivale a un nuovo inizio? Perchè hai scelto questo titolo?
In realtà, imparare era quello che sentivo di dover fare io sia come persona sia a livello di famiglia per il periodo che abbiamo vissuto l’anno scorso durante il lockdown e che stiamo ancora vivendo. È stato messo tutto in discussione, abbiamo dovuto ricominciare su tanti fronti, come ad esempio imparare a rifare la scuola in DAD o gestire le relazioni a distanza o ricostruirle senza l’aiuto della quotidianità. Io ho messo in discussione me stessa, come insegnante, in famiglia e nei rapporti: pensavamo tutti di sapere tutto, poi a febbraio si è capovolta la situazione e ci siamo dovuti rimboccare le mani per imparare a vivere in un altro modo.

Per ora hai concluso due romanzi di cui uno è il sequel del primo. In futuro pensi di poter scrivere ancora un capitolo di questa storia o immagini di poter scrivere qualcosa di diverso?
Sicuramente qualcosa di diverso: i protagonisti sono cresciuti e si sono allontanati da quello che è il mio orizzonte; però, in questo momento non mi sento in grado di scrivere sugli adulti, se non quando fanno da sfondo ai ragazzi. Se ho qualcosa da dire, ce l’ho da dire sui ragazzi. Poi, la scrittura per me è sempre stata abbastanza terapeutica, quindi sto valutando di scrivere qualcosa che abbia a che fare con le mie vicende biografiche e con i ragazzi, ma è qualcosa che dovrò vedere tra qualche tempo.

I LIBRI DI ANNA BENVENUTI



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