Intervista a Chiara Francini

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Senza trucco, ma con i suoi occhioni espressivi e il sorriso dilagante. Incontrare Chiara Francini in un’occasione ghiotta come la presentazione del suo libro, avvenuta online causa pandemia di Covid-19, è il modo per passare un’ora piacevole, cercando di sondare motivi, ispirazioni e facendosi presentare il suo gatto Rollone! “Per me è la prima volta nel fare questa specie di tavola rotonda con i blogger letterari. Sono felice, perché forse mi interessa più il vostro parere di molto altro, perché il web al momento è quello che trova un alfabeto con il quale comunicare con i lettori”. Un’intervista a più mani e a più curiosità, prevalentemente femminili.




Allora rompiamo subito il ghiaccio: come è nata l’idea di scrivere un nuovo Decamerone?
In realtà stavo scrivendo un altro romanzo, poi la mia agente letteraria - che si chiama Vicky Satlow ed è americana - mi ha chiamato per dirmi che dovevo scrivere il Decamerone (lo racconta utilizzando la pronuncia di Stanlio, ndr). Lì per lì l’ho presa per matta, anche perché non ha aggiunto nient’altro, ma poi ho capito che questa cosa mi poteva molto intrigare, perché mi dava la possibilità di dare sfogo alla grande curiosità che ho, dato che ovviamente quando scrivi un romanzo hai dei limiti dovuti all’ambientazione e al periodo. Se scrivi un romanzo ambientato negli Anni Quaranta sì certo, ce li puoi mettere gli Abba se proprio vuoi, ma è di certo più periglioso. E quindi questa modalità, il fatto di scrivere queste novelle raccontate da oratori di varie nazionalità, mi ha dato la grande possibilità di raccontare storie, come per esempio quella delle “radium girls” che avevo letto qualche tempo fa e mi era rimasta impressa soprattutto per la frase “e i loro corpi ancora brillavano”... Tutto è frutto di ricerca, anche la descrizione dei locali americani dove cantano il jazz e mentre ricercavo, ho trovato, ad esempio, la storia di Mamie Smith, prima donna afroamericana a incidere un disco. Mi piaceva raccontarle, queste storie, e ho colto al volo anche l’occasione di parlare di due poeti che sono stati dimenticati come Patrizia Vicinelli e Vittorio Reta. E quindi ho avuto l’opportunità di mettere insieme tanti ingredienti in questo “frittatone” che è l’essere umano.

Ci sono molti versi riportati: quindi è un tuo omaggio alla poesia?
Io sono una grandissima amante della poesia, che è la forma d’arte suprema! Scontorna la vita come fa con le parole, quindi è una magia, forse un incantesimo. E siccome ho una concezione molto ortodossa della giustizia, credo che la poesia e soprattutto alcune voci riescano davvero a illuminare, anche soltanto con tre righe. È veramente uno squarcio nell’universo e quindi in quel poco che posso, voglio portare in ciò che scrivo quello che per me è bellezza! Un atto di giustizia anche nei confronti di poeti come i due che abbiamo sopra citati, le cui opere sono praticamente introvabili: parlando di loro due, ho voluto attirare l’attenzione, proprio come atto di giustizia.

Ci sono state storie che ti piacevano, ma che alla fine non hanno trovato spazio?
Io sono così tignosa che quando mi piace una cosa, la devo mettere per forza. In realtà la caratteristica più spiccata che ho è la velocità dei collegamenti e quindi se una cosa mi piaceva ho trovato il modo di ficcarcela. L’unica cosa a cui ho rinunciato è nella novella della Vicinelli e di Reta: avrei voluto metterci anche Alberto Grifi, il regista, quello che ha fatto Anna, un regista super sperimentale, però mi sono resa conto che non facevo in tempo e il discorso di Vicinelli e Reta era già esaustivo, quindi è stata una rinuncia che non mi ha fatto patire, perché se così fosse stato... l’avrei scritto!

Partiamo dall’inizio: c’è un po’ “puzza dell’odierno lockdown”, anche se i colorati personaggi hanno la possibilità dell’assembramento all’interno della villa...
In realtà hai ragione, l’ho scritto durante il lockdown, ma solo oggi mi rendo conto di quanto sia attuale per la modalità con cui si viene a conoscenza di un periodo di chiusura. Mi spiego meglio. Quando Lauretta dice: “Ah, allora dobbiamo stare rinchiusi qui per sei giorni”, nessuno fa una piega, un po’ come noi che adesso abbiamo una cognizione diversa di questa situazione. Se qualcuno oggi mi dicesse che devo stare rinchiusa sei giorni, acquisirei la notizia con un “Ah, va bene”. Ma in tutto il romanzo non viene mai citato nulla, si fa riferimento a qualcosa che è “scoppiata un’altra volta”. Comunque mi piace l’idea (ovviamente non ne sono felice per quello che stiamo vivendo) che il romanzo esca proprio in questo periodo, in una situazione che lo rende di grande attualità.

A differenza del Boccaccio che fa tutta un’introduzione sulla peste e su ciò che sta accadendo, tu, infatti, non hai fatto cenno all’epidemia...
Io non la volevo nominare, l’epidemia non si nomina mai concretamente, ma se ne parla spesso, perché non c’è solo un’epidemia e la riflessione finale è di speranza, ma anche un suggerimento a capire come la nostra vita e la nostra sopravvivenza siano così legate al concetto di salute e come dice Rollone: “Tutti dobbiamo capire che siamo dei guaritori feriti”... tutto secondo me è un cerchio, un tondo che ci porta alla sopravvivenza, all’evoluzione, conditio sine qua non alla vita.

Ma la storia era già chiara nella tua mente sin dall’inizio?
No, no, no, io non ce l’ho mai una storia in testa dall’inizio alla fine. Avevo idea di scrivere una sorta (e mi scuso con ser Boccaccio) di Decamerone e mi piaceva l’idea di questa villa con questo bosco ceduo e io amo moltissimo le descrizioni, ma mi serviva anche la motivazione per la quale queste persone dovessero riunirsi e mi è venuto in mente questo convegno su “Cibo e Cultura”, perché per me il cibo è fondamentale e non c’è niente che mi fa piacere più di questo connubio, cioè stare a tavola e parlare. Insomma, per me l’idea di Paradiso è molto vicina alla tavola. Quindi l’idea del creare delle novelle degli oratori era in fieri. Ho scritto anche tre novelle insieme. Poi magari ogni tanto sono tornata indietro ad aggiungere qualcosa ad una già scritta. La mia è sempre una sorta di disarmonia prestabilita, cioè so l’inizio e la fine, però poi nel mezzo vado un po’ a istinto. Quindi magari non finivo una novella e ne iniziavo un’altra o tornavo a concluderne un’altra ancora. Il processo creativo deve darmi gioia, perché se mi rompo io a scrivere, poi si annoia anche il lettore. Non amo molto l’immagine dell’intellettuale sull’eremo che si isola: non voglio dire che sia sbagliato, ma non è in linea con la concezione che ho io di scrittura come condivisione.

La tua ironia: qual è il ruolo non solo in questo romanzo, ma nella tua vita?
Ironia e autoironia sono in realtà il mio... pane e mortadella! Credo che saranno ciò che salverà il mondo, perché in realtà l’ironia è quel balsamo che ti fa capire come quello che tu pensi siano brutture, dei bozzi, degli errori, in realtà sono delle meravigliose possibilità che ti rendono unica. Credo anche che l’ironia sia la capacità di vedere un qualcosa da lontano, a una distanza tale che tu lo possa avvolgere con lo sguardo, vedendolo nelle sue reali dimensioni, quindi è come una mano calda sulla pancia quando ti fa male, un qualcosa che ti rassicura perché ti dà la consapevolezza di quanto è giusta l’imperfezione, perché come diceva Pessoa “L’umano è imperfetto perché il perfetto è disumano”. Questo ci fa capire come è un valore l’essere "sbeccati” e imperfetti e l’ironia è questo gran collante che rende deliziosa questa torta.

È importante, soprattutto oggi, la leggerezza del tuo libro che non significa essere superficiali...
No, certo. Calvino diceva: “Leggerezza non significa superficialità, ma planare sulle cose”. Mi fa davvero piacere perché ci sono tanti momenti anche di riflessione, anche commoventi, ma questa vita la si deve rispettare e amare pazzamente e volevo che alla fine, dopo le considerazioni finali di Rollone si sentisse una sensazione di accoglienza, di calore, quindi mi fa piacere.

Quanto è stato divertente giocare con l’italiano e il dialetto toscano. Soprattutto, dove hai trovato “sbenedizionare”?
Mi sono divertita moltissimo perché in realtà io quando scrivo vado anche molto a orecchio. Non sono una che riscrive le cose quaranta volte, ma quando le rileggo le devo sentire a orecchio, come sentire una nota se è giusta o meno. Riguardo a “sbenedizionare”, vi racconto una cosa. La mia editor che si chiama Lidia ed è molto brava, ma è una molto perbenino, me lo fa notare e mi fa: “Allora Chiara, ’sta parola non esiste!”. Ma io posso dire che sbenedizionare non è una parola in toscano, bensì in romanesco ed è in un sonetto del Belli. Mio papà è romano e quindi fin da piccola mi leggeva i sonetti del Belli e del Porta e in uno in particolare dice “Er papa ancora sbenediziona”... Mi è rimasta così impressa e la trovavo precisa per Lauretta, con questo mestolo, con cui sbenediziona, c’è il movimento, ma anche la sacralità. Ma credo che venga notato questo termine perché tutti leggendolo hanno ben presente, in mente, la scena. È una questione di divertimento, ma anche di verità perché non devi pensare che il lettore poi non lo capisca, anzi. Credo che la verità sia sempre un buon punto di inizio, come quando senti di essere innamorata, non è che ci sono i pro e i contro: è così!

Il gatto, un punto di vista diverso del tuo libro...
Io sono una grande amante dei gatti, perché penso che siano delle creature incredibili: hanno un’eleganza, una maestosità, ma sono capaci di guardarti dall’alto anche se sono per terra e mi piaceva tantissimo l’idea di questo narratore, di questo gatto che aveva un po’ un animo monicelliano, che fosse così sarcastico, ma che però, alla fine, fosse anche così umano, quasi l’immagine della perfezione, è ironico, è caustico, è colto. Se poi devo essere sincera fino in fondo, l’idea che mi stuzzica è quella di questo gatto che cita Gadamer mentre si fa il bidè davanti a dieci persone, che è esattamente quello che fanno i gatti che sono elegantissimi, ma stanno lì che si puliscono le pudenda, mentre tu gli dici: “Amore, come sei bello!”.

Quanto ti aiuta nello scrivere essere anche un’attrice?
Mi aiuta per l’orecchio, anche e soprattutto per quello che riguarda i dialoghi. È una questione di... solfeggio. Anche perché credo che la cosa più difficile nello scrivere è non scrivere dialoghi banali o che comunque si scostino da quella che è la realtà. Credo che i miei siano assolutamente credibili. È una sinergia tra lo scrivere e il recitare.

Ma tu dove ti senti più a tuo agio, nella scrittura o nella recitazione?
Nel mondo della scrittura e in quello della recitazione quando si parla di teatro, ma sicuramente la scrittura è il mezzo tramite il quale ho la possibilità, veramente, di restituire tutti quelli che sono i miei colori, perché sono sicuramente una folle amante, una pazza amante della vita, sono empatica, sono molto gioiosa, ma ho anche delle profonde parti malinconiche, molto pensose e anche molto silenziose. Il cinema e la televisione ti danno l’opportunità di “sporcare" i personaggi di quelle che sono le tue tinte, però, comunque, non sono parole tue. Scrivere è un po’ come essere Dio...

E soprattutto essere libera...
Esatto! Infatti l’esergo del mio primo romanzo, “Non parlare con la bocca piena”, è una citazione di Cristina di Svezia: “Sono nata libera, vissi libera e morirò libera”.

Due parole anche sulla copertina...
È un quadro di Bosch! L’ho trovato una mattina alle cinque, dopo aver visionato copertine che non mi piacevano e come si capirà la copertina è importante, perché l’estetica è sostanza a volte! Quindi ho trovato questa artista, Svetlana Petrova, che ha un bellissimo gatto rosso che si chiama Zarathustra e lei lo fa partecipare ai più grandi dipinti della storia, quindi quando ho visto questo quadro di Bosch nel quale lei ha sostituito il carro con il suo gatto, mi è sembrato perfetto, perché c’è gente che lavora, c’è il prete, c’è gente che dorme, c’è l’angelo buono e c’è quello cattivo e mi sembrava perfettamente rappresentante la commedia umana del Boccaccio e quella che ho cercato di rappresentare io. E poi c’era il gatto rosso: non è Rollone, ma Rollone è comunque richiamato qua, per cui... Io la trovo perfetta. No?

I LIBRI DI CHIARA FRANCINI



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