Intervista a Douglas Stuart

Articolo di: 

Douglas Stuart, nato e cresciuto a Glasgow, si è trasferito negli Stati Uniti per lavorare nel campo della moda. Durante i ritagli di tempo, si è dedicato a scrivere il suo romanzo d’esordio, libro vincitore del Booker Prize 2020. Si collega in video con i blogger invitati dalla sua casa editrice italiana, Mondadori, dal soggiorno della sua casa a New York. Fin dalla presentazione dell’editor sorride, con la sua tazza di caffè in mano, e ringrazia per ogni domanda posta perché costituisce un ulteriore spunto per sviscerare le tematiche e i contenuti del suo libro. Scherza con la traduttrice dicendo che in italiano le sue risposte sembrano molto più colte e intelligenti, quando, in realtà, persino con una conoscenza stentata dell’inglese emerge la sua sensibilità e delicatezza, come un preciso specchio del libro stesso.




Il processo creativo di Storia di Shuggie Bain è stato molto lungo: la forma che avevi in mente all’inizio è coincisa poi con il risultato finale? Ti aspettavi questo successo?
Per rispondere alla domanda sul processo creativo, bisogna fare un passo indietro e occorre che io dica qualcosa a proposito delle mie origini. Sono cresciuto a Glasgow nella classe operaia, in estrema povertà. Nel Regno Unito esiste il cosiddetto sistema delle classi sociali che offre opportunità per alcune persone e le nega completamente ad altri: nessuno tra le persone che mi circondavano pensava che io potessi essere destinato a una carriera di tipo accademico o legata alla scrittura. Infatti, io sono cresciuto professionalmente nell’industria tessile che mi ha portato qui a New York: ho fatto carriera nell’ambito della moda che però per me è sempre stata una sorta di diversivo, un modo di raccontare le storie attraverso elementi visivi senza avere la laurea in letteratura inglese. Per me c’è sempre stata questa compulsione a scrivere, l’esigenza di voler raccontare una storia. Ho iniziato quando ero all’apice della mia carriera nella moda, nel 2008, senza voler ammettere nemmeno a me stesso che stavo scrivendo un romanzo perché ero intimidito proprio a causa di quel background che dicevo poco fa, di quel senso di inadeguatezza che negli anni avevo accumulato: chi ero io per scrivere un romanzo? Perciò, proprio perché scrivevo per me stesso, ho continuato a scrivere, scrivere e scrivere tanto che la prima stesura del libro era monumentale, 900 pagine. Ho impiegato dieci anni perché in primis la mia carriera era da un’altra parte; poi perché mi piaceva moltissimo scrivere e non avevo nessuna fretta; ma soprattutto perché stavo imparando a maneggiare i ferri del mestiere ed ero incredibilmente critico nei miei confronti, continuavo a riscrivere e correggermi. Nonostante la prima stesura fosse molta lunga, il contenuto è rimasto pressoché uguale: ci sono state variazioni, ma la presenza e il personaggio di Agnes, nonché la sua relazione con Shuggie, erano impostati così come si leggono fin dall’inizio, fondamentalmente perché riflettono molto la mia esperienza personale. I dieci anni sono serviti maggiormente per la forma e per concentrarmi di più sui personaggi. Vorrei aggiungere che sono stato anche molto fortunato ad essere negli Stati Uniti perché quando la casa editrice ha ricevuto il manoscritto ha proposto un editing finalizzato a rendere la lettura più accessibile, ma ha detto che, anche se non lo avessi voluto accettare, in ogni caso lo avrebbero pubblicato.

Il libro affronta il tema della sorte delle comunità nate in funzione dell’industria quando si decide di de-industrializzare (povertà, disoccupazione, perdita di una direzione e di uno scopo) da un punto di vista femminile. Rispetto alla letteratura o ai film che si occupano del medesimo periodo, si pensi ad esempio a Billy Elliott, la scelta di porre al centro della narrazione una donna appare particolare. Quale è la ragione?
Questa domanda è il cuore del libro. Storia di Shuggie Bain si colloca in un’ampia tradizione di romanzi ambientati nella Gran Bretagna post-industriale che ci raccontano l’universo patriarcale degli anni Settanta e Ottanta, specialmente per le città in cui prevaleva la classe operaia. Io, però, cresciuto in mezzo alle donne, mia mamma e le sue vicine, ho sempre avvertito che la struttura portante della città si poggiava su di loro, sebbene non avessero alcun controllo sulla situazione, e, dunque, volevo che questa fosse una riscrittura dal loro punto di vista. Quando gli uomini sono vittime di una situazione, sono le donne e i bambini i primi a soffrirne e a sopportarne le conseguenze. Se l’avessi raccontata da un punto di vista maschile ci sarebbero stati gli scioperi, le scene legate ai cantieri, invece, il fatto di raccontarlo dal punto di vista Agnes, ha il preciso scopo di mostrare una donna che non ha alcun controllo su quello che sta succedendo, eppure ne porta il peso. C’è una grandissima forza nel personaggio di Agnes. Ha un destino tutto scritto: doveva uscire dalla casa del padre per sposarsi, avere dei figli e trascorrere la sua vita ad occuparsi della casa e della famiglia. Ma questo era un futuro che non le bastava, Agnes è molto più ambiziosa di così, però il mondo non riesce a soddisfare le sue aspettative. Ecco, in un certo senso il romanzo racconta proprio questo: il modo in cui le ambizioni di Agnes vengono deluse e distrutte.

Allora perché il titolo del libro è Storia di Shuggie Bain e non Storia di Agnes Bain?
La risposta è in parte sciocca, nel senso che banalmente mi piacevano le parole Shuggie Bain perché non potevano essere tradotte e perché non si capisce fin da subito se si tratta di una persona o di un qualcosa di inanimato, come ad esempio un treno.L’altra ragione, più profonda, è che io volevo che l’attenzione fosse focalizzata su Shuggie e sulla speranza che Agnes ha per lui, come una sorta di passaggio di testimone che Agnes fa al figlio. Volevo che venisse messo in risalto la speranza che la madre nutre per Shuggie piuttosto che il senso di perdita.

Nel libro emerge il tuo legame con la città di Glasgow, che è descritta minuziosamente, dai sobborghi della città ai dialetti con cui i personaggi interagiscono. Ora che vivi a New York come sei riuscito a tenere vivo l’amore per la tua patria e, soprattutto, coniugare la vita statunitense con la cultura scozzese?
Qualche volta è capitato che mi chiedessero: “Ma tu vuoi bene a Glasgow?”. Io voglio un bene molto sincero e profondo a questa città e, in fondo, la scrittura è stato un modo per ricondurmi a casa. La verità è che forse Glasgow non voleva bene a me: era una città che non offriva un posto per un giovane omossessuale come me in quegli anni, quindi dopo la morte di mia madre non avevo più un contesto in cui stare e avevo bisogno di trovare una nuova famiglia, motivo per cui mi sono trasferito a New York. C’è anche da dire che io non mi aspettavo che la Storia di Shuggie Bain sarebbe stata pubblicata e pensavo che sarebbe stato qualcosa che avrei tenuto per me; per questa ragione, quello che ho scritto a proposito della città sembra una lettera d’amore a Glasgow: perché, in fondo le lettere non sono lette da molte persone e sono scritte quando si è lontani l’uno dall’altro. Certamente non è una lettera sempre piena di encomi per la città, ma credo che sia giusto così perché gli abitanti non avrebbero mai accettato una lettera troppo elogiativa, ho preferito adottare un punto di vista onesto, sincero e che abbracciasse la verità nel suo insieme. Quando si mostra la bruttezza e la complessità di una situazione in qualche modo le si riconosce anche più dignità rispetto ad un momento in cui se ne tessono solo le lodi. Comunque, la mia relazione con Glasgow è ancora viva, in quanto alcuni miei familiari vivono nei quartieri che ho descritto e in cui mi reco un paio di volte all’anno, quindi è ancora parte della mia vita.

Mentre nella traduzione in italiano non si può notare, nella versione in inglese appare evidente l’uso del dialetto scozzese: hai mai pensato che questo potesse essere un limite nella lettura?
Il mio libro è pensato per i personaggi ed appartiene ai personaggi, quindi non poteva che essere in questa lingua. Non ho mai creduto che fosse un problema perché da emigrante posso dire che la scrittura in una lingua diversa ti permette di imparare espressioni nuove e di approfondire una cultura diversa; e poi comunque il significato complessivo si evince.

Molte recensioni hanno paragonato la tua opera a Una vita come tante di Hanya Yanagihara. Ti ritrovi in questa ispirazione che ti hanno affibbiato o, piuttosto, ci sono stati altri autori che ti hanno stimolato?
Molte recensioni hanno operato questo accostamento credo semplicemente perché abbiamo la stessa casa editrice, ma i nostri personaggi sono ben diversi. Quelli di Una vita come tante hanno il potere di cambiare il proprio destino e decidono poi non di farlo; i miei personaggi invece non hanno proprio la possibilità di farlo. Se proprio dovessi citare un’autrice cui ho pensato mentre scrivevo, ti nominerei la scrittrice scozzese Agnes Owen. Mi veniva in mente lei come riferimento sia per la figura materna che rappresenta (è madre di 7 figli) e che tratteggia nei suoi personaggi sia per come nei suoi libri ci sia costantemente questo rapporto di violenza – tenerezza tra il linguaggio che adopera e le scene che descrive. Nel senso che non si sottrae a scrivere di scene crude e violente, usando, però, per così dire uno stile tenero. Ovviamente, tra i miei riferimenti c’era anche James Joyce con Gente di Dublino che è un classico. Ma questo perché il mio romanzo non ha mai avuto la pretesa di essere moderno; anzi la mia idea era quella di un libro tradizionale che si proponesse di raccontare e dare dignità alla classe operaia a fronte di numerosi libri che ci sono in circolazione che, invece, hanno come protagonista l’Upper e la Middle class. Inoltre, ci tengo a sottolineare che io sono cresciuto in una casa senza libri, quindi quello che mi ha molto influenzato è stato anche il cinema, soprattutto quello italiano. Nel pensare al personaggio di Agnes, una donna estremamente forte, con delle aspettative e dei sogni che vengono costantemente traditi dalle circostanze e dal mondo, non é potuto che venirmi in mente il personaggio di Filumena di Matrimonio all’italiana, interpretato dalla bellissima Sophia Loren: una madre con un amore immenso per i figli e una voglia di riscatto enorme.

I LIBRI DI DOUGLAS STUART



Fai una donazione!

 

Pubblicità

 

PUBBLICITÀ

 

PUBBLICITÀ

 

PUBBLICITÀ

 

PUBBLICITÀ

 

PUBBLICITÀ

 

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER