Intervista a Giuseppe Catozzella

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Giuseppe Catozzella, classe ’76, è ormai un romanziere affermato, dopo una serie di romanzi uno più bello dell’altro e dopo aver vinto il premio Strega Giovani nel 2014. Sa bene come rispondere, conosce i grandi pregi della sua scrittura; eppure, in questa riunione a distanza organizzata per i blogger da Mondadori, parla con noi come fosse anche lui soltanto un lettore, ascolta le opinioni, risponde in modo diretto e il tutto diventa una chiacchierata tra amici accomunati dalla stessa passione.




Parliamo del tuo ultimo romanzo, Italiana, uscito per Mondadori a centosessant’anni esatti dall’unità d’Italia. Innanzitutto, la data è una coincidenza?
Sì, assolutamente. Questo libro ha richiesto molti anni di lavoro, raccolta di materiale e documenti e così via. Tant’è che inizialmente pensavo che sarebbe uscito nel 2020, poi la pubblicazione è slittata. Assolutamente è una coincidenza, non ci pensavo alla ricorrenza del centosessantesimo. Ma forse l’editore sì!

In Italiana racconti una storia molto in controtendenza rispetto alla retorica che circonda il Risorgimento italiano. È un romanzo corale, che però si incentra sulla vita di Maria, detta Ciccilla, che dopo un’infanzia di povertà in Calabria vede tutte disattese tutte le speranze che lei e gli altri personaggi avevano riposto in Garibaldi e nell’Unità, decidendo quindi di diventare una brigantessa. Cosa ci dice questa storia dell’Italia di oggi?
Beh, molto, moltissimo. Ancora oggi non abbiamo un senso nazionale, siamo un popolo adolescente. Basti pensare che abbiamo bisogno di un ministero per il Sud, e questo vuol dire che ancora oggi in Italia ci sono due Paesi diversi. Tutti conosciamo qualcuno che dal Sud è andato a vivere al Nord, io stesso sono frutto di questa migrazione. E questo deriva dal tradimento iniziale, che racconto in questo romanzo. Come ha fatto Garibaldi a risalire lungo tutto il meridione con solo mille volontari? Facendo comizi lungo la strada, promettendo che l’Italia unita sarebbe stata un po’ come la Francia dell’uguaglianza, della fratellanza e della libertà, che avrebbero abolito il latifondo, le tasse sul macinato eccetera. Questo tradimento fondamentale, del nord verso il sud, e soprattutto quello della élite verso il popolo, è ancora alla base delle forti polarizzazioni presenti nel Paese. Le stesse mafie – e questo è storicamente accertato – hanno origine da quelle élite di potere che sotto i Borboni erano ancora tenute d’occhio e che con l’Unità hanno trovato un nuovo spazio. L’hanno trovato proprio in quel vuoto creatosi tra il popolo, abbandonato durante la conquista del Sud, e la ristretta classe dominante, che è rimasta la stessa anche dopo questa rivoluzione portata dai garibaldini e dai savoiardi.

Questo romanzo è scritto in prima persona, è narrato con la voce di Maria, la protagonista. Quanto è stato difficile raccogliere tutti i documenti per scrivere una storia veritiera in tutto e per tutto, e contemporaneamente per immedesimarsi in un’altra persona, in un’altra epoca?
In effetti questo è un romanzo che ha richiesto anni di lavoro. Prima c’è stata una lunghissima parte facile, fatta di ricerca negli archivi dei tribunali: la storia di Maria è ricostruita proprio attraverso i documenti dei quattro processi che ha subito. La seconda parte è stata di lasciare che Maria parlasse appunto in prima persona, trasformare tutto il materiale documentario in un romanzo. A quel punto è servito qualcosa che non so spiegarti razionalmente: è proprio la magia della letteratura. Io sono stato non tanto scrittore, ma primo lettore di questa storia. C’è qualcosa che forse… anzi, c’è proprio qualcosa di sciamanico: ho lasciato che Maria parlasse, che emergesse la verità della storia. Certo è difficile immedesimarsi nella prima persona, soprattutto se è di un’altra epoca, di un altro sesso, riadattarne la lingua per un lettore comunque del ventunesimo secolo. Eppure non ho avuto dubbi, ho dovuto lasciare che fosse Maria a parlare, con il sapore reale dell’Ottocento. In realtà, poi, noi siamo abituati a libri dell’Ottocento scritti dai nobili: ecco, ho voluto ridare la voce al popolo, come una sorta di Gattopardo ma dall’altro punto di vista. Più che un romanzo storico, direi che questo è un romanzo della storia, in cui è la storia stessa che parla.

Mentre si legge il libro si rimane colpiti dall’accuratezza delle descrizioni anche dei luoghi: la Sila, i monti della Calabria, i boschi… li conosci bene!
Sì, li conosco. Tra l’altro io amo camminare e, in questi tempi di COVID-19, è una delle cose che mi manca di più. Conosco quei luoghi, la Sila, il monte Donato eccetera. Ho la fortuna di avere un amico che fa la guida proprio lì e mi ha portato a dormire in quei boschi, a conoscere quegli animali lì, quelle piante lì. Mi fa piacere che questo venga fuori nel libro, per me era fondamentale restituire la verità anche della natura di cui Maria sente il richiamo.

A questo proposito, anche la natura nel romanzo subisce una trasformazione. All’inizio è più rassicurante, penso al larice dove la ragazzina ama rifugiarsi, il bosco di zia Terremoto, eccetera. Poi diventa sempre più cupa, più gotica in un certo senso, con questo nibbio che sembra quasi l’incarnazione di un conflitto perenne…
Mah, guarda, la mia sensazione è in qualche modo rovesciata, nel senso che all’inizio la natura è qualcosa da tenere distante, il bosco è un luogo dove non avventurarsi. Quindi sì, quando Maria è nel paese, la natura è meno spaventosa proprio perché è lontana; però in qualche modo è una natura matrigna come quella di Verga, o de I Viceré, dei romanzi meridionalisti o meridionali in genere. Quando invece la protagonista sente il richiamo del bosco, della montagna, e decide di seguire questo richiamo, ecco che la natura si fa più viva e diventa una natura romantica, un po’ come viene descritta da Rigoni Stern o dagli autori nordici. Quindi sì, in un certo senso più gotica, inquietante e conflittuale ma non come lo è il mondo del paese, che è conflittuale perché corrotto. La natura è un qualcosa che ci chiama proprio perché noi siamo natura.

In questo, come anche in altri tuoi romanzi, il protagonista è un giovane, una ragazzina, e tu racconti la sua vita dall’infanzia e attraverso la crescita. È molto presente questo tema del cambiamento, del diventare adulti. Giusto?
È vero. Forse perché mi piace cogliere quell’elemento vitale che è in noi, quello slancio verso la vita. Non mi piacerebbe scrivere ad esempio di un vecchio benestante annoiato e insoddisfatto; non mi piace scrivere di me stesso, dei miei sentimenti o queste cose, almeno per ora. Preferisco cercare la vitalità, la crescita, la speranza che appunto è in tutti noi, quello sforzo di diventare ciò che siamo destinati a diventare. Forse è per questo che scrivo soprattutto di giovani. Anche in quest’ultimo romanzo Maria cresce, proprio nel momento in cui decide di non essere come la madre, sottomessa, appiattita sulla situazione di fatto; cresce quando conosce la zia Terremoto che vive da sola, vicino al bosco, senza figli, essendo fedele alla propria natura. O quando risponde al richiamo della montagna e decide di lottare per una nazione più giusta, più libera. Loro volevano “scegliere di essere italiani”, appunto, e lottavano per questo. Poi certo, tutto è cambiato proprio perché nulla cambiasse. E Maria e gli altri hanno deciso di non rassegnarsi allo stato delle cose, di inseguire la propria vitalità, il proprio futuro.

Un’altra domanda, visto che dicevi che non ti piacciono i libri autobiografici, sui sentimenti… Cosa ti piace leggere?
Non è che non mi piacciano i libri sui sentimenti, anzi; ci sono grandissimi libri sentimentali e anche il mio ultimo romanzo può essere letto come una feroce storia d’amore. Intendevo dire che per ora non mi piacerebbe scrivere in modo rassegnato o disfattista, per questo cerco sempre storie vere, vitali, che possano cambiare qualcosa in chi legge. Leggo di tutto, davvero. Ho lavorato per molti anni come editor, quindi ho letto anche quindici libri a settimana. Se mi chiedi cosa prediligo, beh… mi piacciono i libri belli, quelli che probabilmente rimarranno. I famosi libri da portare nell’isola deserta, poi, sono quelli della nostra letteratura, quella italiana, del secondo dopoguerra. Primo Levi, Fenoglio, Pavese, Pasolini, la poesia di Montale. Questi sono autori che rimarranno, proprio perché hanno saputo raccontare la realtà, il mondo.

I LIBRI DI GIUSEPPE CATOZZELLA



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