Intervista a Ken Follett

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L’attesissimo prequel del successo planetario I pilastri della Terra è arrivato sugli scaffali di tutto il mondo e Mangialibri ha raggiunto via Zoom Ken Follett, che – direttamente dal suo comodo salotto di gusto vittoriano – ha parlato ad un gruppo di blogger severamente selezionati dall’editore Mondadori della sua nuova opera e della sua scrittura.




Hai ambientato le tue opere dovunque. Dall’Europa all’Africa, passando per il Medio Oriente. Se dovessi scegliere di ambientare una tua opera interamente in Italia quale città e soprattutto quale periodo storico sceglieresti?
Beh, direi che la città simbolo italiana all’estero è certamente Firenze e, benché siano già state raccontate tante storie sul capoluogo toscano, ritengo ce ne siano ancora tantissime da dover narrare. Il periodo storico che mi entusiasmerebbe di più è il Rinascimento, con tutte le sue battaglie e i suoi intrighi di palazzo. Il Rinascimento poi è stato un periodo molto sexy e Firenze è una città molto romantica quindi vanno bene assieme. Pure impressioni da turista naturalmente, magari la realtà è un’altra.

Per il tuo romanzo Fu sera e fu mattina perché la scelta di un verso della Genesi?
È una frase molto solenne che credo abbia una grande risonanza a livello globale. C’è qualcosa di speciale nella versione della Bibbia di Re Giacomo, pubblicata nel 1623. Ha un valore letterario notevole ed è stata scritta in una maniera sublime da William Tindale. Quindi i versi contenuti al suo interno hanno una grande importanza per il popolo inglese e spero che valga lo stesso per le varie traduzioni.

Nel romanzo molto importante è la figura dei cosiddetti masters o padroni, che sono in grado di anticipare gli avvenimenti futuri per trarne un vantaggio personale. Chi sono i padroni di oggi e quali strumenti utilizzano per mantenere la propria supremazia?
Essendo il mio e il vostro Paese delle democrazie mi verrebbe da rispondere quindi che oggi comanda il popolo, siamo noi stessi i padroni. Possiamo votare e abbiamo una stampa libera. Come in ogni gruppo sociale però ci sono alcuni leader naturali e altri che semplicemente seguono le direttive. Anche nelle democrazie quindi abbiamo delle persone che contano più di altre. Oggi però non serve essere ricchi, né acculturati, né tantomeno intelligenti per essere dei politici e quindi influire sulla società. Prendiamo ad esempio la assoluta mediocrità di Donald Trump alla guida degli Stati Uniti d’America. Il maggior problema delle democrazie è che per vincere bisogna essere popolari e oggigiorno il dire la verità non fa guadagnare molto consenso. Per rispondere alla tua domanda posso quindi affermare che la via più sicura per avere potere ai nostri giorni è quella di raccontare bugie confortanti alle persone.

E dopo i padroni, gli schiavi. Nell’antichità era molto facile diventare schiavi di qualcuno. Quali sono secondo te gli schiavi di oggi?
Credo che l’unica differenza tra gli schiavi del Medioevo e quelli odierni risieda nel fatto che oggi la schiavitù sia illegale. Ma questo non significa che sia stata effettivamente abolita. In compenso molti non ne parlano e alcuni storici arrivano quasi a giustificarla. Per quanto mi riguarda è una delle cose più crudeli e orribili di sempre e penso che tiri fuori il peggio di sé anche dai padroni degli schiavi. Per questo ognuno dovrebbe impegnarsi ogni giorno per porre fine a questo abominio.

La forma del ciclo impone di ritornare sempre negli stessi luoghi per osservarli sotto la prospettiva di ottiche differenti, in periodi storici differenti. Quali sono le opportunità e le difficoltà nello scrivere, utilizzando questo tipo di approccio?
Non è stata una cosa pianificata ma dal momento in cui ho voluto parlare della peste bubbonica o delle guerre di religione del sedicesimo secolo mi è venuto naturale ritornare a Kingsbridge. Gradualmente, quindi, la città fittizia di Kingsbridge ha finito per rappresentare l’intera Inghilterra. I lettori hanno apprezzato questa scelta perché per loro è un setting familiare e quindi la città è diventata la protagonista di un ciclo un po’ come fosse quello che James Bond o Poirot sono per altri cicli letterari. Per questo però non volevo essere banale e quindi invece che proseguire nel ciclo di Kingsbridge ho preferito fare un salto indietro nel tempo e quindi parlare di quando la città era solamente un villaggio. Ho potuto regalare ai lettori la nascita e lo sviluppo di ciò che conoscono bene, con tutti i relativi conflitti. Non è un ripetersi ma semplicemente è come sentire degli echi di eventi passati. È illusorio affermare che la Storia sia ciclica perché ogni evento è diverso e specifico nel corso degli anni, sempre con una forma diversa.

Ogni volta che esce un tuo romanzo è sempre un grande successo. Perché i lettori sembrano apprezzare così tanto i romanzi storici? E in te fa mai capolino la paura di deludere i fan?
Ci penso spesso, perché quando scrivo penso sempre ai lettori. Penso a essere credibile, a rendere le mie storie godibili, a fare felici i miei lettori insomma. Molti dei miei colleghi scrivono solo per loro stessi, senza considerare il pubblico. Io sono l’opposto. Voglio scrivere storie che catturino chi mi legge così tanto da far dimenticare la realtà o renderla noiosa. Per questo non voglio neanche mai essere prevedibile per non diventare mai noioso. Concordo a pieno con quello che Henry James disse una volta, ovvero che l’unico peccato che uno scrittore può compiere è quello di essere noioso. È la responsabilità di ogni scrittore famoso quale io sono.

Nei tuoi romanzi storici c’è tantissima modernità dei personaggi femminili. È un fattore voluto o è un fatto che si verifica per tensioni naturali del romanzo?
Non è un discorso legato semplicemente alle donne, credo piuttosto che in ogni epoca storica ci siano degli individui che si rifiutino di seguire le norme costituite, uomini o donne che siano. Nella storia ci sono sempre state quindi molte donne di potere come regine, nobildonne o abbadesse, ma gli uomini hanno sempre fatto finta che non esistessero. Semplicemente abbiamo iniziato ad accettare queste figure solo negli anni Sessanta quando io ero all’università e questi conflitti di genere si sono accentuati. Da storico però posso dire che sono sempre esistite donne di potere. Nei miei romanzi comunque non inserisco mai in maniera volontaria elementi di modernità, ma può succedere. Non lo faccio perché il mio scopo non è quello di educare il lettore sulla sua realtà attuale, voglio semplicemente scrivere belle storie che affondano le radici nel passato. Per me è un errore per un romanzo impartire delle lezioni, anche perché non è detto che lo scrittore sia necessariamente più intelligente dei propri lettori. Io, per esempio, non mi considero tale.

Per quanto riguarda lo studio e la preparazione per la stesura di Fu sera e fu mattina quanto tempo ci è voluto? È stato un lavoro particolarmente difficile?
Mi ci sono voluti circa nove mesi e mentre pianificavo svolgevo anche delle ricerche. Le ricerche più interessanti le ho svolte nella città francese di Bayeux, dove mi sono recato due volte per apprendere nozioni sullo stile di vita dei Normanni nell’undicesimo secolo e poi a Oslo presso il museo delle navi vichinghe, dove ho avuto l’ispirazione della prima scena del libro, che si apre con l’attacco dei vichinghi dal mare.

Come è cambiato – se è cambiato - il tuo lavoro con l’impatto del digitale?
Internet ha cambiato radicalmente il mio modo di lavorare, per me è stata una manna. Prima consultavo l’enciclopedia tutti i giorni, adesso è molto più facile fare ricerche e trovare quello che ti serve. Ed è utile anche per ricontrollare il lavoro, mi ha reso la vita decisamente più facile. Nell’editoria invece il digitale ha sviluppato in modo molto positivo il business, ha portato dei cambiamenti, certo, ma ogni cambiamento porta con sé nuove possibilità, miglioramenti.

Ken Follett e i social network?
Sono l’autore dei miei messaggi su Twitter, lo faccio tutte le mattine, è bello che Twitter mi dia un limite di caratteri che posso usare, mi piace farlo, mi piace dare il buongiorno ai miei tanti lettori. La mia pagina di Facebook invece la gestisce il mio staff, anche se ne ho una familiare dove scriviamo un po’ tutti.

Cosa fai prima di scrivere?
Nuoto quasi tutte le mattine, da quando mia moglie mi ha fatto notare come fossi ingrassato.

C’è qualche libro italiano che ti ha particolarmente colpito?
Il giardino dei Finzi Contini senza esitazione alcuna e Il Gattopardo, che ho letto due volte: un libro che fu rifiutato dagli editori come molti capolavori proprio perché opere particolari, originali, mai lette prima e quindi difficili da apprezzare di primo acchitto, si tende sempre a rifiutare il nuovo. Anche Il giorno dello sciacallo fu rifiutato perché troppo bello, troppo grande.

E i tuoi lavori sono mai stati rifiutati?
Sì certo, e a ragione. Ma non mi sono né arrabbiato né scoraggiato, mi sono chiesto perché. Se la prendi in modo pedagogico capisci cosa ci vuole per scrivere un libro di successo, un libro che piaccia ai lettori, ho capito cosa dovevo fare per migliorarmi, per fare meglio e capire in cosa avessi mancato. Per esempio mi piace scrivere storie su ogni singolo personaggio e sul fatto che ognuno sia inserito nella società in cui vive. C’è chi ama scrivere sulla psicologia dei personaggi, sui suoi anni di vita trascorsi, io non leggo quei libri, per me è importante far vedere come un personaggio reagisce alla vita della sua città, alla politica, come i personaggi sono pervasi dalla realtà in cui sono imbrigliati.

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