Intervista a Leonardo Valle

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Esperto internazionale di Open Innovation, saggista ed editorialista, Leonardo Valle guarda con occhio attento e previdente allo sviluppo del futuro, che non prevede più un sistema a “imbuto”, ormai passato e obsoleto, ma è basato sulla Open Innovation, apertura e condivisione del sapere. Durante un’interessante intervista, ci spiega cosa voglia esattamente dire contaminazione delle competenze e sbocco verso l’esterno dei processi d’innovazione. Buona lettura.




Parlaci del tuo Open Innovation…
L’anno scorso è uscito il mio libro Advanced Advisory, in cui, prima dell’avvento del COVID-19, parlo dell’importanza dello smart working e delle piattaforme digitali. Il coronavirus ha poi accelerato tutto il processo che in qualche modo si conosceva già, perché la quarta rivoluzione industriale fondamentalmente era già tra noi. Parlo delle piattaforme digitali, a cui noi guardavamo come futuri consumatori e non come soggetti attivi, cioè come strumenti da utilizzare, ma non come utilizzatori di tali strumenti. In realtà quelli dovevano essere mezzi che noi dovevamo usare già come parte attiva, farli conoscere e metterci il nostro talento del saper fare italiano, nelle nuove autostrade digitali. Ci ha poi pensato in qualche modo il COVID-19, tant’è che Advanced Advisory, pur in questa situazione nefasta, è stato un successo in classifica sia a dicembre dello scorso anno che quest’anno. Con Open Innovation ho voluto dare lo strumento per poter competere. Se le aziende ripartissero con la stessa modalità che hanno sempre utilizzato sarebbe un totale disastro. Bisognerebbe ripartire con la consapevolezza che non soltanto è cambiato il mondo per quanto riguarda le nuove tecnologie, ma che i clienti delle nostre aziende hanno bisogno di prodotti e servizi diversi. Come si può fare a tornare a essere competitivi? La risposta è Open Innovation, la collaborazione tra aziende diverse, tra aziende e università, con l’aiuto e l’intervento di un advisor evoluto. Nasce l’urgenza di formare la massa critica, per avere da una parte la possibilità di creare nuovi prodotti e dall’altra di accedere all’unico canale vero di finanziamenti che esiste per le imprese italiane.

Parli di contaminazione di competenze. Cosa vuol dire esattamente?
Noi abbiamo un tessuto economico molto particolare in Italia, fatto spesso di tante aziende di piccole dimensioni, quindi formato da tanti piccoli talenti. Per creare un grande talento, per fare in modo di sommare tutte queste capacità, noi dobbiamo contaminarci; in poche parole, un artigiano evoluto deve dialogare con il suo fornitore, deve interagire con il suo cliente, quindi queste competenze si devono parlare tra di loro. In altri termini, tali pertinenze devono interagire e una grande conoscenza, in tal senso, arriva dalle nostre università. Sempre meno aule chiuse ci sono all’interno delle università, più arriva la contaminazione del sapere. I nostri artigiani evoluti sono le future aule della contaminazione della conoscenza. Contaminare significa condividere il valore più alto che noi abbiamo, cioè le nostre competenze.

Molte volte, però, far parlare e comunicare le persone tra loro non è facile. Come fare affinché le cose possano davvero funzionare e i tasselli essere tutti al loro posto?
Sicuramente è necessario l’intervento di un esperto, con una consulenza avanzata, capace di organizzare il tavolo del confronto. Questa figura ha già la fiducia di tutti gli attori seduti intorno al tavolo, perché l’Advisor ha una grossa competenza, molto forte, su diverse piattaforme. Il suo ruolo è quello di organizzare il banco, aiutando a definire l’obiettivo condiviso e a disciplinare l’organizzazione che è la Open Innovation. Si chiama Open Innovation Center il riunirsi intorno all’obiettivo condiviso ed è proprio lì che tutto si sviluppa. In Italia si è fallito proprio per la mancanza di una figura professionale intermediaria. Oggi si comprende meglio l’importanza della consulenza avanzata e non è un caso se in Italia le imprese che meglio funzionano sono quelle che si sono affidate a professionisti del settore, come l’innovation manager che svolge questo tipo di attività. Molte aziende non hanno la capacità di creare un tavolo, ma possono comprendere al meglio le loro necessità e individuare chi potrebbe aiutarli nel raggiungimento degli obiettivi. Tale ruolo è mancato in Italia, negli ultimi anni, perché le grosse organizzazioni come Confindustria e Sindacati sono rimaste corporative, senza aprirsi alla contaminazione, cosa che, invece, è accaduta nel resto del mondo. Da chi mi faccio contaminare? Da chi ha il nuovo in testa, dalle start up, per esempio. Questo è quanto serve e lo si trova dentro Open Innovation, dove noi offriamo lo strumento e parliamo di casi concreti di chi lo ha applicato in Italia, ottenendo notevoli risultati.

Dici che è necessario tutto questo per affrontare la sfida che l’Europa ci ha lanciato. Riusciresti a disegnare un contorno più definito di tale sfida? Cosa intendi esattamente?
L’Europa ha determinato un grande stanziamento economico destinato alla tecnologia e una buona fetta è andata anche all’Italia. La sfida è nei contenuti. L’Europa ha deciso di finanziare e noi abbiamo accolto tale finanziamento. La sfida è: ha l’Italia la capacità di presentare una progettualità tale da essere sostenuta economicamente? L’azienda con pochi dipendenti non ha questa capacità, ma è chiaro che tre o quattro aziende di questo tipo, con un’università all’interno, con un professionista anche, la capacità l’avranno sicuramente. La sfida sta nel valutare le risorse, la volontà e la forza, di passare da una closed innovation al un’opening innovation. È necessario accettare la sfida di contaminarsi continuamente, una cosa questa che i nostri imprenditori devono accogliere senza il timore di perdere il controllo della singola e piccola azienda. Se non entriamo in questa logica non saremo finanziati ed è necessario anche capire che non sarebbe di alcuna utilità essere finanziati se non si entra nel modus operandi richiesto dall’Europa. Del resto finanziare qualcosa che non parla d’ innovazione non servirebbe all’Italia.

Parliamo della quarta rivoluzione industriale. In poche parole, cosa significa rivoluzione industriale in orizzontale e non in verticale?
Prendiamo l’esempio dell’elettricità. Prima l’ha avuta un’azienda, poi l’altra, poi è arrivata a tutti noi. Questa è la classica diffusione in verticale, quella a imbuto. Oggi con la quarta rivoluzione, l’innovazione arriva dalle start-up, per esempio. L’upgrade tecnologico ti arriva dalla situazione di prossimità, mentre fino a poco tempo fa erano i colossi a canalizzare il prodotto dall’alto verso il basso, scegliendo anche il canale di trasmissione. Oggi un up rivoluzionario nasce tra di noi, nasce nella nostra società, orizzontalmente, come innovazione tra pari. Il sapere è orizzontale e mentre prima veniva organizzato nella grande impresa, che lo faceva suo e piano piano lo dipanava verso il basso, oggi il talento può essere ovunque, perché siamo tutti connessi. La stessa capacità di innovare può essere di un ragazzo come di un’impresa. La necessità sta nell’organizzare il talento. La differenza è che oggi la grande innovazione è tra noi, prima ci veniva erogata dall’alto verso il basso. Il valore aggiunto non sarà più dato dalle grandi lobby.

Tu fai sposare tecnologia e creatività. C’è un lato negativo in tutto questo o è proprio tutto in positivo?
Il negativo non è dato dalla tecnologia, ma dalla capacità di saperla dosare al meglio. Se noi occupiamo uno spazio dinamico positivo in questa rivoluzione tecnologica, essa avrà un risvolto positivo. L’importante è formare bene i formatori, perché sarebbe grave non saperla gestire. La rivoluzione oggi è più green e sostenibile, perché la richiesta è tale. Finalmente si sta sviluppando quello che l’umanità desidera e non quello che vuole e che richiede chi la governa. La tecnologia è una grande fortuna, come è fortuna che oggi si sviluppi quello che piace a noi e non quello che piace a qualcun’altro.

Chi legge il tuo libro quali aspettative sentirà soddisfatte?
Chi legge Open Innovation sa che le risposte le ha dentro se stesso e che ha la capacità di potersi rinnovare. Chi si approccia alla lettura del libro con grande umiltà e curiosità, anche se un imprenditore, o un grande professionista, capisce che deve assorbire una nuova capacità di fare. Non deve acquisire una mera conoscenza delle tecnologie, ma la consapevolezza di dover utilizzare nuovi strumenti per poter avanzare.

I LIBRI DI LEONARDO VALLE



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