Intervista a Matteo Lunardini

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La chiacchierata con Matteo Lunardini - milanese con radici divise equamente tra Puglia e Toscana, regioni di nascita dei nonni classe 1971, politologo, laureato in Relazioni Internazionali e studioso di criminologia con all’attivo collaborazioni con testate come “Il Fatto Quotidiano” e “il manifesto”, saggista (ha pubblicato per Franco Angeli Editore) con una passione per la criminologia, lo sport e la musica -, non può che iniziare da Frank Zappa! La riuscita creatura letteraria che Lunardini sguinzaglia per le vie della periferia milanese è infatti Roger Zappa, al secolo Ruggero Casipolidis: investigatore privato anarcoide, conduttore della trasmissione radiofonica “Krimilania, storie di vita e malavita alla milanese”, uno che convive con incubi ricorrenti, retaggio di un passato ingombrante, figlio di un partigiano greco venuto in Italia per unirsi alla Resistenza e a combattere i nazifascisti, e che deve il suo soprannome ad una certa somiglianza - non solo fisica - con il chitarrista statunitense. Abbiamo intervistato Lunardini in occasione del Festival “La passione per il delitto” 2020.




Il primo effetto della lettura del tuo romanzo per me è stato iniziare l’ascolto sistematico di Frank Zappa: intanto mi sono procurato i suoi primi tre album! Adesso con cosa mi consiglieresti di proseguire?
I primi tre album sono in effetti piuttosto impegnativi! In effetti è difficile indicare un disco: Frank Zappa non è riconducibile ad un genere, nel senso che musicalmente utilizza tutto; non ha un suo stile, oggi lo si definirebbe post-moderno perché guardandosi intorno propone tutti i generi, “alti” e “bassi”, dalla canzoncina stupida e volgare che colpisce il me undicenne, a brani costruiti con sezioni orchestrali, con dischi che uscivano sempre con copertine bellissime. In Torture Never Stops Zappa raccontava la sua esperienza nelle patrie galere: un intellettuale a tutto tondo, con testi impegnati, politici, lunghi. Lo ascoltava mio fratello maggiore, e io ridevo di canzoncine come Tengo ‘Na Minchia Tanta, poi ho scoperto che quel genio incredibile era in grado di suonare tutti gli stili, arrivando a volte a scimmiottarli. A me, rockettaro, piacciono molto incisioni come Over-Nite Sensation, un disco del 1973 che contiene brani come Camarillo Brillo. Ad uno della generazione precedente potrebbe piacere il Frank Zappa del periodo iniziale, quello con i “Mothers of Invention”, che pubblicava album come Freak Out!.

Al Giambellino non si uccide è, come recita il sottotitolo, “la prima indagine del detective Zappa”, ma in realtà una storia con questo personaggio come protagonista era già stata pubblicata nel 2013 con il titolo I fantasmi dell’Arena, e anche in quel caso si poteva notare un approccio particolare alla narrazione, che sembra essere la tua cifra stilistica: utilizzare le trame per raccontare il passato della tua città, nei confronti della quale si avverte un amore viscerale…
In realtà ho già scritto diverse storie con il detective Zappa come protagonista. Le ho strutturate secondo quella modalità di scrittura che hai notato, un po’ una forma di contaminazione, che era poi il mio modo di scrivere per “Il manifesto”: ovvero romanzare, ma su solide basi saggistiche, documentate. I fantasmi dell’Arena era la quarta trama che avevo dedicato a Zappa, ma era piaciuta particolarmente alla casa editrice Milieu, che l’ha pubblicata come prima. Il racconto, in quel caso, era ambientato nella zona dell’Arena civica, un’altra area ad alta concentrazione di eventi significativi non solo per la città, che ad un certo punto non sapevo più dove mettere, tanto da dover inventare l’espediente dei sogni, perché erano così belle le storie che trovavo che mi dicevo “non posso non mettercele dentro”! In effetti Al Giambellino non si uccide vede l’investigatore aggirarsi nel quartiere dove è di casa, il Giambellino, vicino a Baggio, che è dove sono cresciuto io.

Sembra un lavoro quasi archeologico: man mano che scavi sembrano venir fuori vestigia sempre più antiche e stratificate…
Infatti dico sempre che a Roma non lo potrei fare perché se provi a fare a Roma una roba del genere vai a finire chissà dove!

Nello sfondo che hai confezionato per Al Giambellino non si uccide hai infilato dentro personaggi di un certo spessore, come Luciano Lutring, rapinatore di banca, il rappresentante per antonomasia della “Ligera”, la malavita milanese che ha ispirato le trame che abbiamo poi rivisto nei film di quel genere che è stato poi definito “poliziottesco”, trattato alla stregua di una degenerazione del poliziesco per un po’, e che poi è stato oggetto di rivalutazione…
Soprattutto per un milanese il poliziottesco era davvero qualcosa di unico! Le pellicole erano girate in presa diretta nelle strade. Ad uno come me, appassionato della propria città, non pareva vero: me li sono guardati tutti, divertendomi a riconoscere le vie dei quartieri che abitualmente frequento, e cercando le differenze tra la città dell’epoca e quella odierna. Prendi Banditi a Milano, di Carlo Lizzani, che descriveva la rapina di un’agenzia del Banco di Napoli in largo Zandonai compiuta dalla banda Cavallero: mostrava in modo fedele tutto l’inseguimento che seguì all’azione criminale! Lutring, il “solista del mitra”, che aveva ispirato Svegliati e uccidi, sempre di Carlo Lizzani, negli anni ’90, dopo essersi fatto la galera, si era rifatto una vita, ma restava un personaggio piuttosto noto nel quartiere. Veniva spesso in un negozio a comprare degli abiti, e il proprietario, terrorizzato dalla sua fama, per tenerlo buono, mandava sempre a servirlo Pina, la commessa, una bella donna, e gli faceva lo sconto! Lutring è sempre stato un po’ un “bauscia”, ma all’epoca si era già ripulito, era diventato un poeta ed un pittore. Questi personaggi, che io non ho vissuto in prima persona, attivi negli anni ’70, quando io ero bambino, assieme ad altri che hanno percorso queste stesse strade (penso ad esempio ad Alberto Franceschini e agli altri che confluirono nel CPM - Collettivo Politico Metropolitano, e che avrebbero poi dato vita alle Brigate Rosse), a mio avviso se inseriti nella trama permettono di dare un taglio storicamente più profondo alla narrazione.

La Milano che emerge dai tuoi racconti è nettamente differente dallo stereotipo della città sempre viva, la città che non si ferma, la “Milano da bere”, capitale della moda. Di Milano tu mostri gli aspetti cupi, le periferie, l’essenza reale, fatta di un tessuto urbano fitto e più vero, popolato da personaggi con storie ed un passato, come appunto il protagonista di Al Giambellino non si uccide, che si è fatto la galera per i suoi trascorsi nei movimenti di estrema sinistra in cui ha impugnato anche le armi…
Ho immaginato il personaggio con 15 - 20 anni più di me, immerso nel passato: se in un dato giorno dalle mie ricostruzioni c’è stata una manifestazione, lo faccio partecipare. Se descrivi la città attraverso le azioni di diversi personaggi, ottieni una immagine caleidoscopica: te ne rendi conto ad agosto, quando van via tutti e restano in pochi. Nel caldo afoso sono questi i personaggi che restano. E alla fine, la somma di tutte queste diverse identità ti permette di comprendere molto meglio Milano. Perché Milano è questo: per farti un esempio, al Giambellino cresce Diego Abatantuono, che mette in scena il personaggio del “Terrunciello”. Ma in realtà al Giambellino noi parlavamo proprio così! Io sono nato a Milano, ma i miei nonni venivano dalla Puglia e da Lucca, i miei compagni di classe erano pugliesi, calabresi… Non c’erano ancora i cinesi, ma noi dicevamo “minchia”, “uagliò” e non dicevamo una sola parola in milanese! I miei amici milanesi dicevano cose come quelle dei film di Aldo, Giovanni e Giacomo (“la cadrega!”), noi al Giambellino “minchia uagliò, oh!”.

Hai qualcosa in cantiere adesso? Perché credo che i lettori ci stiano prendendo gusto a seguire le vicende di questo strano personaggio così ricco di umanità, così sfaccettato…
Ho in cantiere un’indagine di Zappa ambientata a Baggio, sempre nella periferia milanese, e poi spero di ridare alle stampe I fantasmi dell’Arena! Tra l’altro con un amico ci siamo anche divertiti a scrivere delle canzoni su di lui, che chissà, potrebbero spuntare in occasione della pubblicazione del prossimo volume.

Un aspetto dei tuoi libri che mi ha molto colpito è la presenza in appendice di una ricchissima bibliografia e discografia “di riferimento”, entrambe estremamente intriganti perché forniscono le coordinate dei tuoi scritti e, al lettore curioso, possono aprire un intero universo di possibili approfondimenti, seguendo diramazioni letterarie e musicali. O no?
L’amore per i libri è un aspetto che cerco di far emergere attraverso quelle note: ad esempio, lo stile da cui prendo spunto nelle divagazioni oniriche è ispirato a quello usato da Victor Hugo ne I miserabili, per cui, da lettore vorace, mi interessa far passare il messaggio che un romanzo è anche un invito alla lettura. È un’abitudine da saggista che mi è rimasta: se qualcuno dovesse dirmi di aver scritto un’inesattezza, ho sempre una voce bibliografica a cui far riferimento, ah ah!

È un po’ la dannazione di chi ha dovuto cimentarsi con la lettura o la scrittura degli articoli su pubblicazioni specialistiche: qualunque affermazione deve avere il supporto di una base documentale. A proposito di fonti, a parte l’opera omnia di Scerbanenco che citi, quali sono i libri e gli autori che ti hanno ispirato?
L’opera omnia di Giorgio Scerbanenco resta un sogno proibito per qualunque lettore! Un autore estremamente prolifico, di cui tra l’altro continuano a venir fuori scritti! Sicuramente lo scrittore milanese che sicuramente amo di più, e con cui, tra l’altro, condivido le origini toscane, è Luciano Bianciardi, autore de La vita agra e Il lavoro culturale: il primo è un ritratto della Milano degli anni Sessanta che apre uno squarcio davvero interessante sulla società dell’epoca. Il protagonista del libro lascia la Toscana e si trasferisce a Milano per fare la rivoluzione, e vendicare la morte di amici minatori facendo saltare la sede della Montecatini (azienda chimica e mineraria storica, che anni dopo darà vita alla Montedison, proprietaria dei pozzi in cui trovarono la morte per un’esplosione operai maremmani che Bianciardi conosceva come attivo bibliotecario del paese: nel film che ne venne tratto da Carlo Lizzani, con protagonista Ugo Tognazzi, l’obiettivo diventerà il Pirellone, n.d.r.), e finisce col diventare un pubblicitario. Un altro scrittore milanese che amo è Carlo Emilio Gadda, autore di uno dei principali romanzi in romanesco, Quer pasticciaccio brutto de via Merulana. E poi il duo Fruttero e Lucentini de La donna della domenica, che ha ispirato alcune delle atmosfere che saranno presenti nel prossimo romanzo, che si svolgerà in un contesto più “upper class” rispetto ai precedenti.

I LIBRI DI MATTEO LUNARDINI



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