Intervista a Nicola Lagioia

Nicola, barese purosangue da tanti anni trapiantato ormai stabilmente nella Capitale, è scrittore raffinato e cristallino, già editor e ghost writer per diverse e importanti case editrici, ex curatore della mitica collana “Nichel” di Minimum Fax, Premio Strega nel 2015, direttore del Salone Internazionale del Libro di Torino dal 2017 e nel 2020 ha anche fatto parte della giuria alla 77ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. Un protagonista della scena editoriale italiana, insomma, che sin dai suoi esordi Mangialibri ha seguito con affetto e attenzione. Lo abbiamo intervistato nel 2009 e torniamo oggi a parlare con lui a undici anni di distanza. Le sue risposte meno recenti sono quelle in fondo alla pagina, le più recenti quelle in alto. Buona lettura.




La tua scrittura presenta sempre una forte impronta “di realtà”, cioè la capacità di sviscerare il mondo e gli esseri umani alla ricerca della loro natura. Credi di aver capito quale sia la natura umana?
Se l’avessi capito avrei smesso di scrivere perché scrivere è anche un’esperienza conoscitiva. Io credo che non si riesca mai ad andare al fondo del fondo da questo punto di vista. C’è sempre qualcosa, anche nella vita, di inafferrabile. Una cosa però l’ho capita e cioè che l’istinto di prevaricazione da cui nasce poi l’atto violento è in noi anche nostro malgrado. L’istinto di prevaricazione è stato a lungo, per millenni, una garanzia della specie. Noi per sopravvivere come specie abbiamo dovuto anche essere violenti. La civiltà, o meglio il progresso, cioè la destinazione della specie, quella auspicabile, sarebbe quella in cui non ci sia più bisogno di essere violenti per sopravvivere; sarebbe allontanarsi progressivamente da questo istinto di prevaricazione. Purtroppo ce ne allontaniamo troppo lentamente. Con una battuta direi: di un centimetro al secolo. Dobbiamo essere più rapidi se vogliamo sopravvivere e permanere come specie. Questo per dire che lo stato di ghiaccio che ci separa da questo istinto primordiale è molto più sottile e più frangibile di quanto noi speriamo.

Quale è secondo te il compito della letteratura?
La letteratura potrebbe anche non avere alcun compito. Non è quello di cambiare il mondo perché se così fosse allora un’opera meravigliosa come La montagna incantata di Thomas Mann avrebbe dovuto impedire l’ascesa del nazionalsocialismo dal momento che lì viene prefigurato addirittura con anni di anticipo, in un romanzo la cui bellezza, la cui polifonia, la cui potenza sono quasi ineguagliate. Essa però ci dà possibilità, quello sì, di riconoscerci ancora come esseri umani nonostante i veri e propri disastri della specie che ancora ci contraddistinguono. La letteratura non serve per raddrizzare gli storti, ma serve per raccontarli, cioè raccontarci, nella nostra complessità e ha una funzione liberatoria. In questo modo il romanzo diventa anche una sorta di amplificatore sensoriale che ci fa sentire il mondo, noi stessi e gli altri in maniera più ampia, con più complessità e più profondità.

Ne La città dei vivi attingi a piene mani in un caso di cronaca nera che ha catturato per anni l’opinione collettiva, l’omicidio di Luca Varani da parte di Marco Prato e Manuel Foffo. Da cosa nasce l’interesse per questa storia?
Racconto nel libro lungamente da cosa nasce l’interesse per questa storia. In maniera sintetica non si riesce a esprimere davvero la risposta alla tua domanda. È nel libro la risposta, in maniera abbastanza chiara.

Prato e Foffo sembrano essere due ragazzi “normali” eppure, quasi senza rendersene conto, commettono un inimmaginabile ed efferato omicidio. Nel romanzo si parla di “possessione”. Cosa intendi con questa parola?
Il tema della possessione è riconducibile a quello che dicevo prima sull’istinto di prevaricazione. A un certo punto il colonnello dei carabinieri Donnarumma mi dice che lui vede questo caso come un caso di possessione. Questa cosa può essere interpretata in vari modi. La puoi vedere in chiave religiosa o in chiave laica. Qual è la caratteristica di Manuel Foffo e Marco Prato? All’inizio qualcuno aveva associato l’omicidio Varani al massacro del Circeo perché erano coinvolte diverse classi sociali come esattamente nel caso del Circeo. Marco Prato apparteneva alla buona borghesia cattolico-progressista della città. Foffo è figlio di commercianti, Varani di ambulanti. Un po’ come era accaduto nella narrazione che ha circondato l’omicidio del Circeo. I figli dei ricchi pariolini e anche un po’ fascisti che si rivalevano sui figli del popolo. Ora però queste differenze sociali sono l’unico elemento di comunanza. Perché? Perché mentre Ghira, Izzo e gli altri responsabili del Circeo erano ben determinati nella commissione dell’azione malvagia, Prato e Foffo no. Se gli avessero detto una settimana prima che avrebbero commesso un omicidio di questo tipo e che si sarebbero ritrovati in galera, avrebbero creduto a un film di fantascienza. Loro si autorappresentano da una parte come responsabili di quello che hanno fatto, soprattutto Foffo, dall’altro non riescono a ricondurlo a una libera scelta, ad un atto di libero arbitrio. Quasi che si raccontassero come soverchiati da forze superiori che li hanno costretti e che non sono riusciti ad arginare. In questo caso la possessione sta, secondo me, nel fatto di non essersi riusciti a costruire un’identità abbastanza solida da arginare la violenza. Sono colpevoli di essere troppo deboli. Cosa vuol dire troppo deboli? Ci sono debolezze incolpevoli, come la fragilità di Luca Varani, mentre la debolezza di Marco Prato e Manuel Foffo è invece alquanto colpevole. È un caso di contagio psichico: due persone, sono spesso un incubo e un succubo, un manipolato e un manipolatore, che si scambiano i ruoli vicendevolmente a seconda delle situazioni, contagio psichico che li porta a fomentare e a tirare fuori la parte peggiore di sé fino a fare quello che poi hanno fatto. Perché loro non riescono ad arginare le forze che loro stessi evocano colpevolmente? Perché ho l’impressione che loro abbiano un’enorme difficoltà a distogliersi da sé stessi. Intendo cioè che la cultura del narcisismo fa male sia al narciso che a chi gli sta intorno. Se ti guardi continuamente allo specchio non saprai mai chi sei. Noi ci costruiamo un’identità e quindi capiamo chi siamo attraverso gli altri e non attraverso noi stessi. Attraverso un processo di differenziazione dall’altro tu cominci a costruirti un’identità. Loro questa cosa non la fanno perché hanno grandissima difficoltà a conoscere l’altro e a distogliersi da se stessi. Questo fa sì che la loro identità sia colpevolmente debole.

Tra le tue pagine ci si ritrova spesso a riflettere che il passo tra l’essere vittima e il divenire carnefice è sottilissimo e a volte frutto del caso. Come si può convivere con questa consapevolezza?
Non è frutto del caso. Il caso ci mette del suo ma chi si mette alla guida della macchina ubriaco e investe qualcuno o si schianta contro un muro agisce sulla base di una propria scelta. La questione importante secondo me è un’altra. Noi a volte abbiamo, in maniera sbagliata, una vocazione vittimaria. Ci autorappresentiamo spesso come vittime per incassare un credito che non ci appartiene perché non sempre siamo realmente delle vittime. Troviamo invece un’enorme difficoltà nell’immaginarci carnefici o meglio, portatori di male. Questo aumenta la probabilità che noi facciamo del male senza rendercene conto. Quindi forse la letteratura restituisce una complessità laddove il discorso pubblico divide tutto con l’accetta e può darci una mano a condurre un processo di potenziamento della consapevolezza del fatto che, in quanto umani, possiamo compiere il male. Il discorso che ci vuole sempre virtuosi e impossibilitati a fare del male è un discorso molto pericoloso anche se egemone in questo momento.

Nel tuo romanzo racconti anche Roma rendendola quasi un vero e proprio personaggio della storia. Qual è il tuo rapporto con questa città?
Anche qui, il rapporto con la città lo racconto molto nel libro. Il mio rapporto con Roma si trae facilmente dal libro. Paradossalmente è un rapporto complesso. Roma è una città cinica, cosa che a me non piace, il fatto che ti dicano che mai nulla valga la pena di essere fatto. Riconosco però che in questo cinismo c’è una sorta di saggezza. Roma è una delle città che più al mondo sa che siamo tutti di passaggio, che tutto è transitorio, soprattutto la gloria. La città ti investe con un senso di libertà rigenerante. Ma la libertà se non stai attento diventa tossica perché diventa libertà dai propri doveri. Non ci sono dubbi, comunque, che il mio libro sia anche una dichiarazione d’amore alla città. Roma è il centro della paralisi, un po’ come la Dublino di Joyce, ma è proprio il luogo che deve essere interrogato per capire molte cose che ci circondano. Esattamente come quella Dublino di Joyce, periferica, provinciale che diventa il centro della rielaborazione del linguaggio quando lui la rifonda con l’Ulisse.

La letteratura è davvero in grado di raccontare senza giudicare gli uomini?
La letteratura non serve a giudicare ma a comprendere e conoscere. È proprio attraverso la comprensione che la conoscenza diventa strumento di bellezza e liberatorio, di affrancazione e di emancipazione. Per giudicare bastano dei buoni magistrati. Tra l’altro il giudizio frenerebbe il racconto. Faccio un esempio che viene dall’elemento giuridico. Mentre mi occupavo del caso Varani un pubblico ministero mi dice: “Noi non diamo giudizi morali perché il nostro compito è soltanto quello di far applicare la legge. Quindi quando l’imputato in un interrogatorio dice cose molto forti io non mi mostro mai sdegnato o scandalizzato o adirato. Da una parte per il motivo detto prima e poi proprio perché nel momento in cui non si sentono giudicati gli imputati continuano a raccontare”. Ecco che la sospensione del giudizio diviene garanzia della prosecuzione del racconto. C’è poi il rapporto che si instaura tra chi scrive e chi legge. La letteratura non deve dare risposte definitive ma deve sollevare tutte le domande giuste. Al lettore devono rimanere sufficienti indizi da poter avere la libertà e lo spazio di potersi fare un’idea.

Da “Drive in” a Facebook, vent’anni di storia politica e sociale pubblica attraverso il privato dei protagonisti. Perché hai voluto mettere in scena proprio questo ventennio nel tuo Riportando tutto a casa?
Credo che l’Italia, per la sua strana posizione sullo scacchiere del mondo – un Paese dalla cultura millenaria, ma sempre un mezzo passo indietro rispetto a nazioni come Francia, Inghilterra, Germania, Stati Uniti, e ora anche Spagna – sia uno stupefacente, inquietante, mostruoso laboratorio di avanguardia sociale a livello planetario. All’inizio del Novecento, il nostro impatto ritardato con la modernità (che in Inghilterra aveva già una compiuta rappresentazione nei romanzi di Dickens del secolo passato) ha regalato al mondo il know-how delle avanguardie e soprattutto la triste formula del fascismo. Vent’anni fa, l’impatto ritardato con la postmodernità (i mass media, la televisione commerciale in particolare), un impatto con per il quale non eravamo ancora culturalmente preparati, ha fatto sbocciare la prima videocrazia veramente compiuta. Spero che almeno in questo caso l’Italia non contagi il resto del continente. Ma comunque… un Paese in cui sono vivi contemporaneamente personaggi come Massimo D’Alema, Silvio Berlusconi, Papa Ratzinger, Totò Riina, Wanna Marchi, Fabrizio Corona, le camicie verdi di Umberto Bossi ecc. ecc. non può più essere rappresentato da un affresco neorealista, non è neanche un’esplosione postmoderna, è un incubo di Bosch con sottofondo di jingle pubblicitari. È una dimensione nuova e inquietante, una sorta di fantascienza del reale davanti alla quale non eravamo mai stati prima. Un luogo e un teatro degli eventi in cui magari è brutto vivere, ma è un’occasione di racconto irripetibile. Ecco perché – attraverso una storia privata, come tu giustamente dici – ho voluto raccontare questo periodo. L’Italia degli ultimi vent’anni è un incubo che merita di essere raccontato.

E i tuoi, di anni ’80, come sono stati?
Belli, intensi, dolorosi. È il periodo in cui ho scoperto la musica, il sesso, la droga, le controculture, e ho sperimentato per la prima volta sentimenti basici come amore, amicizia, odio, viltà, coraggio, senso di perdita e di tradimento. Ho attraversato Bari da cima a fondo, in quel periodo, e l’ho fatto con persone la maggior parte delle quali si sono poi perse per strada. Ecco. È il senso di colpa del sopravvissuto, indissolubile dalla pretesa arrogante di voler testimoniare per chi non può più farlo… è stata questa miscela di cose a far nascere Riportando tutto a casa.

Hai riprodotto con precisione chirurgica l’ambientazione (essendo cresciuto a Japigia mi sono quasi commosso alla rievocazione di Toquino e della sua sedia a sdraio). Perché hai scelto proprio Bari e non un’altra città?
Bari all’epoca per me è stato davvero un posto in cui poter fare esperienza. Come ogni città degna di questo nome dovrebbe essere, sin dai tempi di Baudeleare e di Hugo. Era un luogo insomma che ne conteneva molti altri: oltre un centro molto opulento e fighetto, si apriva la città alternativa, un posto pieno di sale prova e di musica e di idee strampalate e vitali e a volte anche struggenti dove i miti si cucivano addosso a personaggi come Ian Curtis o Morrisey o Lydia Lunch allo stesso modo con cui indifferentemente (e settimanalmente) venivano incarnati da ragazze e ragazzi del posto di cui nessuno fuori dai confini cittadini ha mai saputo niente. E ancora, oltre la Bari alternativa si apriva la periferia estrema, quella del CEP e di Japigia, che al tempo era appunto tra le altre cose un supermarket d’eroina a cielo aperto funzionante 24 ore al giorno. La città – come accadeva del resto in tanti altri agglomerati urbani d’Europa – era popolata anche dai tossici, i quali rappresentavano uno scandalo vivente, la conferma che (al di là della frivolezza da vuoto pneumatico che pervadeva l’etere) tra le strade strisciava anche un malessere che io trovavo assolutamente giustificato, tenendo conto di cosa stava diventando l’Italia. Quei tossici, quei musicisti, quelle ragazze e quei ragazzi che poi erano il vero cuore della città, fanno oggi parte di una generazione (la mia) per adesso sconfitta e messa alle corde. Se la Storia la scrivono i vincitori, però, la letteratura e il cinema e l’arte in generale spesso si occupano di vinti. Ed ecco, come ogni generazione anche noi abbiamo sviluppato un modo unico e irripetibile di amare, perderci per strada, tradire, essere ironici o comici o disperati, scoprirci addosso inaspettati momenti di viltà e di coraggio. Se non è un romanzo o un film o una poesia, a disseppellire e ridare dignità a tutto questo, ci sono poche altre cose che possono farlo. È questo insomma il riscatto a cui la letteratura può puntare e, se Riportando tutto a casa è animato anche da una spinta etica, si tratta in fondo di questa roba qua.

Come vivi il rapporto con la tua città d’origine? E com’è cambiata secondo te Bari in questi vent’anni?
È un rapporto complicato, doloroso, e mai riconciliato. Ogni volta che torno a Bari sento una fitta nello stomaco. È come dover tornare a confrontarsi con una vecchia amante con cui i conti non sono stati regolati e forse non lo saranno mai. La città negli ultimi anni si è molto normalizzata. Ma normalizzazione è parola fatalmente troppo simile a mimetizzazione. È possibile che le tute acetate di un tempo (la divisa ufficiale di spacciatori e malavitosi in generale) abbiano semplicemente cambiato taglio, e oggi si siano trasformate in insospettabili gessati. Del resto, basti pensare al caso Tarantini. Bari in questi ultimi mesi – proprio, per coincidenza, il periodo in cui il mio romanzo veniva dato alle stampe – è diventata una città capace di sovvertire il concetto stesso di figura retorica: se prima l’orgia di potere era una metafora, adesso si è ridotta a essere la semplice didascalia dell’esistente.

Nel tuo romanzo Riportando tutto a casa c’è la genesi del vuoto pneumatico che ci troviamo allegramente oggi non solo a decantare e santificare ma anche tristemente a clonare geneticamente in loop in ogni settore della nostra vita pubblica e privata. La letteratura secondo te è stata complice di tutto questo o può essere anzi l’antidoto alla lobotomia di massa?
La letteratura non influisce direttamente sulla realtà, o sull’immediata vita politica o sociale di un paese. Altrimenti dalla Germania tra le due guerre – il paese culturalmente più progredito al mondo: avevano i migliori scrittori, e i migliori filosofi, i migliori musicisti – non sarebbe mai venuto fuori il Terzo Reich. La letteratura ha un compito più piccolo e più ambizioso contemporaneamente: non evitare Auschwitz, ma fare in modo che persino dopo questi disastri delle specie noi possiamo conservare la possibilità di riconoscerci ancora come umani. Di conseguenza, ribalterei completamente il motto adorniano in base al quale dopo i campi di concentramento non sarebbe più possibile fare poesia. A contrario, solo alla poesia (all’arte in generale) è demandato il compito – orrore dopo orrore – di garantire la sopravvivenza spirituale della specie. Come diceva Broskij: chi disprezza la letteratura, commette un crimine antropologico, innanzitutto nei confronti di se stesso.

I LIBRI DI NICOLA LAGIOIA



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