Intervista a Paola Catella e Giobbe Covatta

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Giobbe Covatta è un comico, attore, scrittore, umorista, commediografo. È una persona disponibile, sorridente, capace di metterti a proprio agio. Tra i tanti pregi ha anche quello di aver sposato Paola Catella con la quale condivide non solo il tetto, ma anche la vita e il lavoro. Dal loro sodalizio sono nati molti testi e spettacoli e libri: dialogare con loro è uno spasso, oltre che un piacere.




Quando nasce il vostro sodalizio artistico?
PAOLA: Si perde nella notte dei tempi… Ci siamo conosciuti nel lontanissimo 1977, avevamo circa vent’anni e ci siamo incontrati in un villaggio turistico in Grecia dove già allora lavoravamo insieme facendo gli istruttori di vela. E da lì le nostre strade sono sempre proseguite appaiate: per anni abbiamo fatto insieme gli animatori, lui è diventato sempre più bravo sul palco e io ho messo su un’agenzia di animazione. I ragazzi che uscivano dai corsi li mandavo nei vari villaggi turistici…
GIOBBE: …E a me mandava i peggiori! Quelli che non voleva nessuno li spediva nel villaggio dove lavoravo io! Quindi già allora avrei dovuto capire che questo sodalizio era una fregatura e tenermi alla larga, e invece abbiamo proseguito. Io ho cominciato la mia gavetta teatrale e lei la sua come autrice televisiva. Nel 1991 abbiamo scritto insieme Parola di Giobbe: un milione e quattrocentomila copie vendute! E da lì il sodalizio è continuato: 7 libri Donna sapiens compreso, 7-8 spettacoli teatrali, 1 figlia…. Quest’ultima però non è nata a tavolino, ma in modo molto più divertente.

Quali sono i vantaggi e gli svantaggi di scrivere a quattro mani?
PAOLA: Nel nostro caso si tratta di un’alchimia piuttosto complicata. Io per lavoro da sempre scrivo al computer, Giobbe il computer non lo sa neanche accendere e si rifiuta anche di leggere qualcosa che non sia su carta stampata. Per questo il nostro lavoro procede in maniera un po’ schizofrenica: Giobbe registra su cassetta milioni di idee, parole, battute, situazioni… Tutto molto divertente, ma senza alcuna “drammaturgia”.
GIOBBE: Perché io non sono un drammaturgo! Casomai un commediaturgo, visto che non scrivo drammi ma commedie. Però ammetto che lei riesce a dare ordine e senso a un materiale che nasce piuttosto grezzo.
PAOLA: Grezzo? Vorrei ricordare che quando Giobbe ha ideato lo spettacolo Seven, sui sette vizi capitali, mi ha consegnato un sacco di materiale che riguardava solo sei di questi vizi, il settimo mancava completamente, e non perché se ne fosse dimenticato, ma perché sull’accidia “non gli veniva nulla di divertente”!
GIOBBE: Secondo me non se ne sarebbe accorto nessuno! Comunque questa è la prova di come sul lavoro siamo complementari: io bado alla sostanza, a trovare la formula che renda divertente quello di cui voglio parlare; lei bada alla forma, trovando la giusta narrazione in cui incanalare il testo, che sia per il teatro o per la carta stampata. Ma il suo merito maggiore sta nel decifrare gli appunti che prendo sulle bozze che lei via via stampa e mi fa leggere. Neanche io riesco a capire cosa ci scrivo sopra: sono certo che si tratti di commenti molto intelligenti e divertenti, ma purtroppo incomprensibili.

Può succedere che spettacoli teatrali diventino libri e viceversa come affrontate la pagina nei due casi?
GIOBBE: Nel caso di spettacoli teatrali io non ho MAI avuto un copione prima di andare in scena, tranne naturalmente quando ho recitato in compagnia. Ma quando si tratta dei miei monologhi non ho mai avuto un copione nel senso tradizionale. Ho giganteschi quaderni pieni di appunti cui Paola ha cercato di dare un ordine, e me li ripeto nella mente.
PAOLA: E sottolineo nella mente! Infatti Giobbe si rifiuta di fare prove in teatro prima di andare in scena, creando naturalmente il panico in chi si occupa di luci, musiche e allestimento. Nessuno sa cosa dirà esattamente, né per quanto tempo. Una volta ci fu un’anteprima dello spettacolo che durò 3 ore e 40!!!
GIOBBE: Per me è fondamentale sentire la reazione del pubblico e sulla base di quella cambiare, accorciare, modificare. Ecco perché non ho un copione. Durante il corso delle rappresentazioni lo spettacolo si modifica, si attualizza… Quasi sempre alla fine della stagione teatrale è diventato una cosa completamente diversa, e su quella poi lavoriamo nei casi in cui si decide di trasporlo su carta.
PAOLA: A quel punto il mio compito è trovare la giusta intonazione del linguaggio scritto. Giobbe è un vulcano di parole in libertà, sul palco come nella vita. Ma quelle parole quando le trasponi sulla carta hanno bisogno di acquisire un ordine, un equilibrio, una valenza diversa, perché non c’è Giobbe a recitarle, non c’è l’intonazione, la complicità, l’empatia che si crea sul palco.

Insieme avete scritto molto. Tra le cose più recenti anche una favola che Giobbe ha illustrato: ce ne parlate?
PAOLA: Io ho iniziato proprio con le favole, che sono sempre state la mia passione. Le maestre me le facevano raccontare ai compagni di classe già alle elementari. La prima che mi hanno pubblicato si chiamava Bambole, ed è quella a cui sono più attaccata. Io ero giovanissima, e venne recensita da Ruggero Orlando, un attestato di stima di cui sono molto orgogliosa e che ancora conservo. Fu illustrata da una pittrice molto brava che si chiamava Leonella Marchetti, scomparsa purtroppo troppo giovane.
GIOBBE: E allora l’ultima l’ha fatta illustrare a me, che sono molto meno bravo ma sono ancora vivo, anche se acciaccato! No, a parte gli scherzi, a me disegnare è sempre piaciuto moltissimo. Alle elementari non mi facevano raccontare favole, ma al liceo il mio insegnante mi faceva firmare i miei disegni convinto che sarei diventato famoso. E così ora si ritrova in casa i dipinti di un comico! Però mi ha fatto molto piacere illustrare Celestino, l’ultima favola di Paola, perché tratta un tema che sta molto a cuore a entrambi, vale a dire la diversità, la difficoltà ad essere accettati, i pregiudizi.
PAOLA: La storia di Celestino però è raccontata in maniera divertente, con umorismo. La voglia di parlare di cose serie in modo leggero è la chiave che ci unisce da sempre. Entrambi crediamo infatti che fare leva sull’ironia sia molto più efficace delle proibizioni o delle minacce, soprattutto quando ci rivolgiamo ai bambini. Se chi legge il libro ride di chi ha paura di un bambino blu, dell’arroganza di chi vuole a tutti i costi farlo diventare uguale agli altri, dell’ignoranza di chi pensa che il diverso sia pericoloso, quella risata diventa pedagogica. Perché se un bambino giudica ridicolo un comportamento, probabilmente eviterà di emularlo, e da grande sarà un adulto migliore.

Passiamo a Donna Sapiens. Quando nasce? Come lo avete costruito?
GIOBBE: Donna Sapiens nasce come spettacolo teatrale: lo abbiamo scritto un anno fa e ha debuttato a fine febbraio 2020… Solo due serate e poi tutti i teatri hanno chiuso per il COVID-19! Un tempismo perfetto. Allora abbiamo approfittato di questo infinito lockdown per farne una trasposizione letteraria, in attesa che riaprano finalmente i teatri, cosa che mi auguro succeda il prima possibile.
PAOLA: Nella trasposizione letteraria abbiamo aggiunto una parte che prima non c’era, stimolata naturalmente dai tempi terribili che stiamo vivendo. E infatti raccontiamo di un mondo futuro in cui saremo vittime di altri virus derivati da animali. In particolare immaginiamo una pandemia chiamata CAPROVID, in cui tutta l’umanità viene contagiata da ignoranza e stupidità. Fantascienza, ma non troppo.

E come lettori, che tipi siete?
PAOLA: Siamo lettori profondamente diversi. Io sono una lettrice compulsiva, ma soprattutto di narrativa. I libri li divoro, li sottolineo, li annoto, li recensisco, li rileggo a distanza di anni per capire perché mi hanno colpito in un certo modo e aggiorno ogni volta i miei commenti. Da anni faccio parte di un bel circolo di lettura e mi piace moltissimo confrontarmi con altri appassionati, perché ogni volta scopro aspetti di quello che ho letto che non avevo colto o su cui non sono assolutamente d’accordo, ma è questo il bello della letteratura: ogni libro si presta a tantissime interpretazioni, e le stesse parole smuovono sentimenti diversi in lettori diversi o anche (come mi capita spesso) sentimenti diversi nello stesso lettore che li rilegge in momenti diversi della vita.
GIOBBE: Io invece leggo soprattutto saggistica, di argomenti diversissimi tra loro. In questo momento ai piedi del letto (purtroppo non ho un comodino) ho un libro sul medioevo, uno sulle barche di Coppa America, uno sui cambiamenti climatici e uno sulla Patagonia. Ciò non toglie però che ci siano alcuni generi di narrativa che mi piacciono moltissimo, ad esempio la letteratura sudamericana, da Gabriel García Márquez a Jorge Amado, e la beat generation (una mia antica passione), da Jack Kerouac a Lawrence Ferlinghetti.

I LIBRI DI PAOLA CATELLA E GIOBBE COVATTA



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