Intervista a Paolo Maurensig

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Paolo Maurensig è da circa tre decenni un appuntamento con una certezza, l’appuntamento con LA certezza: esiste ancora il romanzo, con tutta la sua sacralità, i suoi riti, a volte anche le sue contraddizioni e inspiegabile fascino. Ecco, se possiamo dare una definizione della scrittura che delinea la ‘persona’ Maurensig, oltre l’eleganza e l’equilibrio della forma, c’è una passione quasi sofoclea che non traspare subito, ma che ribolle dentro ogni sua storia, ogni sua narrazione, senza che si increspi la superficie. La sentiamo, la leggiamo, ce ne appropriamo in modo catartico. In epoca di lockdown mi è stato possibile incontrarlo solo virtualmente in occasione di pordenonelegge 2020, anche se ho ancora forte e chiaro dentro di me il ricordo di una sua presentazione al Festival Letteratura di Mantova qualche anno fa. Ci sono ancora molte domande che vorrei rivolgergli, ma le rimando al prossimo appuntamento in presenza. Ci conto, eh.




Sarò banale ma vorrei iniziare da ciò che più mi appassiona: il gioco degli scacchi e soprattutto le biografie romanzate dei giocatori di scacchi. La prima domanda è un po’ sciocca: sai giocare a scacchi?
Mi sono appassionato agli scacchi sin da bambino. È stato un mio cugino a insegnarmi le mosse e le regole. Giocavo con gli amici, con i compagni di scuola, ma posso dire di aver imparato a giocare come si deve solo qualche anno più tardi, dopo aver messo piede per la prima volta in un circolo scacchistico. Solo allora ho compreso che gli scacchi sono molto più di un semplice divertimento – per quanto affascinante possa apparire –, gli scacchi sono lotta, arte, scienza… tanto per citare Lasker, Capablanca e Alechin, tre campioni del mondo del secolo scorso.

Permettimi una critica: non sono un appassionato de La variante di Lüneburg, per il semplice fatto che, anche se magistralmente, si innerva in una topica ben definita e fin troppo abusata. Trovo invece molto originali le biografie di alcuni grandi giocatori. Ancora per essere banale, la mia preferita è quella su Alexandre Alekhine. Come si fa a scrivere un romanzo basato sulla storia di personaggi storici peraltro neanche tanto secondari, spesso sotto i riflettori (così anche la storia di Paul Morphy)? Intendo: qual è il confine fra biografia e romanzo?
Non mi ritengo un biografo, scrivere una biografia sarebbe per me estremamente noioso. Tuttavia, se parlo di un personaggio realmente esistito, sto attento a non incorrere in qualche svarione, devo sempre avere un punto di riferimento saldo e visibile. Ne L’arcangelo degli scacchi ho fatto ricorso al libro di Frederick Milnes Edge, scrittore e giornalista, che accompagnò Morphy nella sua avventura europea. Ho avuto così una dettagliata cronaca di tutti gli incontri avuti con i campioni europei e in particolar modo con Staunton che riuscì ad evitare la sfida diretta lanciatagli dal campione americano. In quel caso ho ribaltato i punti di vista tra Edge e Morphy, aggiungendovi molto di mio, senza per questo uscire dallo schema. Per Alechin lo spunto fu il mistero della sua morte, e l’ambiguità politica della sua persona.

Il gioco degli scacchi rappresenta un’ossessione per i personaggi dei tuoi romanzi. Così come un altro tema che spesso affronti è quello della malattia. Potremmo sintetizzare che ossessioni e malattia sono alla base delle azioni umane? Ne determinano o deformano la psiche? Ammalarsi di ossessioni?
Non vorrei sbagliare, ma mi sembra che lo stesso Proust abbia associato (lui, gravemente asmatico) la malattia alla scrittura, paventando la possibilità di guarire per non perdere il dono dello scrivere. In ogni caso, qualsiasi forma d’arte è anche ossessione. Non potrebbe essere diversamente, altrimenti tutto si ridurrebbe a un passatempo innocuo, a un futile hobby.

Sei friulano e giuliano. I tuoi romanzi sono quasi sempre di ambientazione mitteleuropea. Dove batte ancora il cuore di questa Europa? Cosa ti affascina e cosa ti ispira di questo luogo mentale? Dove sono le differenze con il resto dell’Europa?
La Mitteleuropa è una sorta di patria culturale; essa è una sorta di Arcadia, un luogo mai esistito per il quale, tuttavia, si sente una continua e pungente nostalgia.

L’ultimo romanzo invece, con una struttura a matrioska che stratifica più cornici narrative, parla della scrittura. Cosa vuol dire per Paolo Maurensig scrivere? Quale bisogno intimo e personale soddisfa la scrittura?
La scrittura, come gli scacchi, può essere definita lotta, arte o scienza, ma per precisare ciò che è la scrittura come forma d’arte, bisognerebbe cominciare a procedere per esclusione, togliendo le biografie, le autobiografie, i romanzi rosa, i romanzi di attualità, i gialli, i polizieschi, tutto ciò che in definitiva è la narrativa di evasione. Ciò che resta… e cosa resta? Per spiegarmi mi avvalgo di un famoso Koan: “Quando batti le mani, sai dire qual è il suono di una mano sola?”.

I LIBRI DI PAOLO MAURENSIG



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