Intervista a Sarah Blau

Articolo di: 

Sarah Blau è una delle voci più innovative della cultura israeliana contemporanea. Proviene da una famiglia molto religiosa, ma poi ha cercato il suo equilibrio dal punto di vista spirituale. Lei si definisce una “letterata religiosa” mentre altri l’hanno bollata semplicemente come una “femminista che vuole scardinare le tradizioni dall’interno”. Tutto per via di un suo romanzo del 2007 in cui la leggenda del Golem viene completamente ribaltata in ottica femminile. L’abbiamo raggiunta via Zoom in una tiepida sera primaverile di Bnei Brak, uno dei distretti religiosi più famosi d’Israele, a pochi chilometri da Tel Aviv.




Quanto c’è di autobiografico nella figura di Telma, protagonista del tuo Il libro della Creazione?
Non ti mentirò. Telma sono proprio io. O meglio, è la versione di me di quando scrissi il romanzo. Una persona che stava per scoppiare da un momento all’altro e che si sentiva imprigionata in alcune dinamiche familiari, convenzioni, tradizioni. Per questo, tra le pagine, traspare questo senso di rabbia perenne. All’epoca volevo solamente esplorare quel lato della vita non necessariamente legato all’osservanza religiosa e in più volevo realizzarmi nello scrivere. Adesso mi pongo in una sorta di equilibrio all’interno della mia spiritualità e quindi cerco di osservare i dettami della Legge ma lo faccio sempre a modo mio, senza necessariamente ritrovarmi in un gruppo o sotto una guida spirituale. Vedo la religione come un buffet in cui posso prendere ciò che veramente ha senso per la mia persona.

È per questo che hai definito in un’intervista ad “Haaretz” la stesura de Il libro della Creazione come “un processo molto difficile”?
Non è stato facile fare quella scelta di vita. Ricordo che parlai ai miei genitori e dissi che avrei voluto sperimentare la laicità e se mi avessero ostacolato certamente sarei finita per abbandonare del tutto la religione dei Padri. Ricordo ancora lo shock la prima volta che sono entrata in un ristorante non certificato kasher. Ordinai solamente da bere ma impedii alla cameriera di versare la bibita in un bicchiere per paura che magari le stoviglie avessero toccato del cibo impuro. Successivamente presi più confidenza e riuscii a mangiare addirittura un’insalata! Paradossalmente però, di convesso, per scrivere un libro sul Golem, mi sono immersa totalmente nello studio della Kabalah e della mistica ebraica (studi generalmente vietati alle donne) e in questo modo ho sperimentato in prima persona questo antico rito di creazione. Non potevo accettare che fosse stato un uomo, nella nostra tradizione, ad avere creato un Golem ma che dovesse farlo al contrario la responsabile della creazione, ossia una donna. In questo modo ho trovato il mio centro d’equilibrio che ho raggiunto pienamente solo ora ma al tempo è stato tutto piuttosto complicato e nel libro si può trovare questo tipo di tensione morale.

Sei già stata a Praga sulle tracce del Golem?
Mi vergogno un po’ a dirtelo ma confesso di no. In primis perché fino ai trentacinque anni non sono mai uscita da Israele. In aggiunta a questo, essendo la leggenda del Golem una cosa così epocale all’interno del mio vissuto, ho sempre avuto paura di rimanere delusa nelle mie aspettative da quei luoghi. Sono sicura comunque che un giorno ci andrò.

Gli ebrei ortodossi leggono i tuoi libri? Cosa ne pensano?
Ho la certezza che gli ortodossi siano molto informati, soprattutto su tutto ciò che li riguarda in maniera diretta. Io personalmente ho ricevuto messaggi molto commoventi da alcune donne di queste comunità che mi facevano i complimenti per la mia abilità di aver reso così realisticamente su pagina i sentimenti di Telma e quindi i miei, molto simili a quelli di tante di loro.

Cosa pensi del recente interesse nei confronti delle comunità ortodosse con, ad esempio, serie seguitissime su Netflix come Shtisel o Unorthodox? Secondo te sono prodotti di qualità o semplici stereotipi?
La realtà ebraica o ortodossa è stata per troppo tempo frutto di semplificazioni o di stereotipizzazioni. L’ebreo, anche forse con una vena di antisemitismo inconsapevole, è sempre quello bravo con gli affari, il gioielliere, la vittima della Shoah o il religioso che si innamora della non religiosa e vive il dramma di dover abbandonare tutto della sua precedente vita. La realtà, naturalmente, è molto più complessa e fortunatamente abbiamo sempre più autori religiosi che, con grande talento, parlano della loro realtà, finalmente in maniera veritiera. Shtisel, per esempio, è una serie fortunatissima qui in Israele, perché mostra le sfumature della vita e non taglia tutto con l’accetta in maniera manichea. Fa vedere i veri problemi, gli amori e le gioie di membri della comunità ortodossa ma sempre in maniera reale, realistica. Finalmente un prodotto scritto e diretto dall’interno di questa comunità per portare un messaggio all’esterno e non viceversa come è accaduto finora. Su Unorthodox non posso esprimermi più di tanto perché, personalmente, non l’ho vista. Ho ricevuto però commenti non molto lusinghieri da alcuni amici che l’hanno vista, sempre per via di alcuni elementi stereotipati. Il personaggio interpretato da Shira Haas è certamente degno di nota per la sua forza di ribellarsi allo status quo ma, da come mi hanno riferito, i contorni in cui si muove sono forse un po’ troppo esasperati.

Israele, in questi tempi di pandemia da COVID-19, è sulla bocca di tutti per la sua efficiente gestione della campagna vaccinale e per la sua salda coesione sociale in un momento così difficile. Ci sono state però tensioni di qualche tipo tra le varie comunità della nazione durante queste fasi concitate?
All’inizio non è stato facile. La comunità religiosa non riusciva a capacitarsi di come tutto ciò che si è fatto ininterrottamente per duemila anni e che ci ha permesso di sopravvivere a ogni avversità, come il riunirsi, il pregare assieme o l’andare ai mikveh ossia i bagni rituali, improvvisamente fosse vietato e considerato perfino nocivo. Qui dove vivo io, a Bnei Brak, vedevo le persone realmente spaesate. Ogni norma era vissuta come una contrapposizione netta tra religione e scienza e ricordo ancora lo stupore della comunità ortodossa quando, in televisione, un politico usò l’espressione di uso comune “Con l’aiuto di Dio” e la giornalista lo ammonì con un “E con l’aiuto della scienza”, come fossero due entità in conflitto. Quando la situazione è peggiorata però, è come scattato un interruttore nelle menti di tutti i cittadini, non importa a quale classe appartenessero. Ci siamo uniti tutti indistintamente in questa lotta contro il virus. I rabbini, poi, sono persone molto pragmatiche e la vita deve sempre trionfare su tutto il resto, quindi hanno consigliato le proprie comunità di vaccinarsi. La posizione dell’ebreo moderno deve essere sempre di mediazione per far conciliare il proprio importante passato e le proprie radici con le sfide del futuro. Israele è simbolo di questo fenomeno, con le aziende high-tech più avanzate al mondo che convivono fianco a fianco con le sinagoghe.

A cosa stai lavorando ultimamente?
Il mio nuovo romanzo, di prossima uscita, è un thriller che si intitola le altre. Le “altre” del titolo sono quelle figure femminili della Bibbia che non hanno avuto figli per scelta. Come vedi nella Bibbia c’è tutto, anche ciò che consideriamo più innovativo e rivoluzionario o magari solo appannaggio del femminismo. Ogni cosa è già stato detta prima nella Bibbia. Per mia conoscenza personale, invece, ultimamente mi sto appassionando allo studio dell’epigenetica ossia quella particolare branca della genetica che si occupa dello studio di tutte quelle modificazioni ereditabili che portano a variazioni, senza però alterare la sequenza del DNA. In altre parole, l'epigenetica può essere definita come lo studio di quelle variazioni nell'espressione dei nostri geni che non sono provocate da vere e proprie mutazioni genetiche, ma che possono però essere trasmissibili. Proprio questo processo mi affascina a livello di nazione.

I LIBRI DI SARAH BLAU



Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER