Intervista a Vladislav Bajac

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Incontro Vladislav Bajac a Belgrado. L’appuntamento è presso la sede della sua casa editrice Geopoetika, ma per questioni di pace e tranquillità ci trasferiamo nel suo studio poco distante. Accogliente e sorridente, Bajac, prolifico scrittore serbo, abile traduttore, oggi è nella rosa dei più grandi scrittori balcanici contemporanei. Tradotto e pubblicato in diversi Paesi, si contraddistingue per il suo stile lineare nella sua semplicità, che non lascia spazio ad alcunché di banale. La vastità degli argomenti trattati nei suoi libri è emblema di un’importante preparazione culturale. Grande il suo contributo come traduttore, lavoro che ha sempre portato avanti “con grande sensibilità e senso del linguaggio”. Con simpatia e disponibilità, Bajac risponde alle mie domande, raccontando e raccontandosi. Buona lettura. La foto è di Studio Babic, pubblicata su licenza Creative Commons.




Sei scrittore, giornalista, traduttore e editore. In quale di queste figure ti identifichi meglio e di più?
Sicuramente mi sento molto più vicino alla figura di scrittore, anche se purtroppo è l’attività alla quale, in questo momento, mi dedico meno. Ho però iniziato ad abbandonare alcuni dei miei impegni: non mi dedico più al giornalismo e alle traduzioni, per esempio. Inoltre, tra un paio di mesi, mi occuperò solo in parte della casa editrice, in maniera tale da avere più tempo per i miei libri e per la scrittura.

Il tuo Hamam Balkania è o non è un romanzo storico?
Cinquanta e cinquanta. Preferisco dire così, perché sostanzialmente ho voluto parlare dei personaggi storici del passato e del ruolo dell'identità nel presente. Perché? Perché ci sono tanti modi di mostrare l’identità, sia da parte delle persone del passato, conosciute e meno conosciute, sia da parte di quelle della contemporaneità. Ho dedicato svariati capitoli del libro a questi argomenti. La prima edizione serba ha una peculiarità che a me piace molto, ma che forse ha costituito la difficoltà più grande per i traduttori, visto che il libro è stato tradotto in più lingue: ho voluto utilizzare sia i caratteri cirillici che quelli latini. Le storie che narrano di periodi passati sono scritte con caratteri latini, mentre quelle più recenti sono scritte in cirillico. Ho pensato di utilizzare questa formula alquanto singolare per poter parlare al meglio dell’identità, cosa impossibile da fare con le altre lingue in cui è stato tradotto.

Le narrazioni si differenziano e si snodano in tempi differenti. A tenere uniti questi momenti, è la terra dei Balcani. Sembra quasi che tu offra come soluzione ai problemi legati all’identità la permeabilità dei confini. Sbaglio?
Sì, ho abbattuto le frontiere.

Quindi, pensi sia questa la soluzione? Eliminare i confini?
Sì, in parte è così. In passato, quando i confini non erano marcati in maniera così rigida, le cose andavano meglio. Gli Stati erano lì, ma la gente era più libera. Per esempio, oggi ci sono diversi serbi che vivono in Bosnia, diventati musulmani, che in passato sono stati liberi di scegliere di trasferirsi e convertirsi. La mia idea era quella di narrare di un famoso serbo che si è convertito, prendendo questa identità. La miglior maniera per definire o ridefinire l’identità è quella collegata in qualche modo alla libertà di movimento e all’integrazione senza limitazione alcuna.

La voglia di redenzione e la ricerca di una soluzione salvifica caratterizzano il tuo romanzo. Ti poni e consigli di porsi in maniera non giudicante nei confronti dei fatti storici e di quanto nel tempo è accaduto. Giudicare gli eventi legati alla storia è, però, umano: come può essere fattibile quanto suggerisci e soprattutto, perché questa opinione?
Questa scelta è legata in qualche modo a me e alla mia vita personale. Io ho un fratello gemello e per tutta la vita ho avuto la sensazione di avere due persone dentro di me. Durante tutta la mia esistenza mi sono sentito come uno schizofrenico, non nel senso patologico del termine, naturalmente. In virtù di questa sensazione, ho sempre adottato due criteri distinti di giudizio: il primo molto rigido e il secondo decisamente più morbido. Ho usato questo sistema di pensiero perché mi ha sempre aiutato a capire meglio l’altra persona riguardo a svariati argomenti, come storia, religione e altre cose. Ho sentito la necessità di mettere me stesso dentro la mente degli altri e questo lo faccio nella parte di romanzo dedicata al sedicesimo secolo. Ho sentito che dovevo riempire la mente degli altri, la mia mente e tutti gli spazi vuoti intorno a me.

Autoironia e autocoscienza: hai ironizzato su te stesso, ti sei anche analizzato, ma quanto di vero c'è in questo?
Analizzare me stesso o chi vive intorno a me è stato molto più importante che analizzare significativi segmenti di storia. Mi hanno insegnato che la storia è costituita da spazi molto rigidi, che non possono essere messi in discussione. Insegnamento che non ho mai seguito, perché fondamentalmente ho sempre dubitato della storia. Analizzare me stesso o un altro individuo è stato come scoprire la macrostoria di una persona.

Quello che mi interessa sapere, è quanto realmente tu ti sia messo a nudo…
Molto, mi sono messo tanto a nudo. Sicuramente è stato faticoso, perché non sono abituato a fare questa cosa. Negli altri libri che ho scritto prima di Hamam Balkania sono stato molto lontano da me stesso e dalla mia persona, facendo cose, però, decisamente peggiori come mettere a nudo la politica e la storia.

Parliamo della tua Casa Editrice Geopoetika. Innanzitutto ti chiedo, come nasce l'idea di fondarla? Affermi a tal proposito che Geopoetika si occupa di letteratura di qualità. Quali caratteristiche deve avere un libro, per essere di tuo interesse?
Rispondo, innanzitutto, alla prima domanda. All’inizio degli anni Novanta lavoravo per due o tre testate e in più frequentavo la Scuola di Giornalismo, ma non erano comunque bei tempi. Non avevo la possibilità di esporre i fatti così com’erano, perché venivano completamente distorti. Ero costretto a parlare di guerra e delle vicende così come volevano loro e quando mi sono rifiutato, sono stato punito come persona pubblica. Per questo motivo ho abbandonato il giornalismo e ho deciso di dedicarmi alla pubblicazione dei libri. Tutti mi dicevano “Ma sei pazzo?”. Io sono comunque andato avanti, senza guardare in faccia a nessuno. Quando ho fondato la casa editrice, ho voluto proprio fare la differenza tra la letteratura populista e quella d’élite. Io posso anche pubblicare un libro popolare, ma deve avere delle peculiarità. Per rendere meglio l’idea, Geopoetika ha tradotto e pubblicato Il nome della rosa, che è quasi un thriller, ma allo stesso tempo è un libro di profonda saggezza, oserei dire di una saggezza filosofica. Ho pubblicato anche L’isola del giorno prima e durante il periodo della preparazione del libro Umberto Eco mi ha mandato ben quaranta pagine di spiegazioni riguardo ai dettagli della nave e alla sua costruzione. Pubblicare questi autorevoli libri ha significato assumersi un rischio notevole, che io ho amplificato, facendo una cosa molto strana: ho dato il lavoro a una signora che non aveva mai fatto opera di traduzione prima di allora. Però, l’ho aiutata, con la mia sensibilità e con il mio senso del linguaggio, perché fa parte della mia professione. In questo modo, lei è riuscita a fare un’ottima traduzione, per cui ha vinto anche un premio. Umberto Eco a Torino ha detto, riferendosi a me: “Questo ragazzo ha fatto il più bel libro mai creato prima d’ora”, ovviamente riferendosi alla traduzione. Ho conosciuto diverse persone importanti nella mia vita e per questo mi sento veramente fortunato.

Due parole sul tuo Supporti per i sogni...
In Italia sono state pubblicate più edizioni di Supporti per i sogni, anche se io non le ho tutte. È un libro che mi piace molto, che amo molto e in un certo modo è per me importante, perché narra di mondi paralleli, di più vite e più esistenze. Ho voluto raccontare della grandezza dei sogni nelle diverse culture. Non so cosa dire di più, se non che è molto intimo come libro. Il saggio che vi è contenuto parla di viaggi fatti in mille modi. Di sicuro i sogni sono le strade principali dei viaggi. Nessuno è in grado di svegliarsi al mattino e descrivere il proprio sogno e cosa ha significato farlo. Le storie scritte in questo modo sono padrone di varie vite e vari personaggi ed esattamente come le nostre vite, sono molto complicate.

I LIBRI DI VLADISLAV BAJAC



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