Alice nel paese della vaporità

Alice nel paese della vaporità
Avete idea di cosa voglia dire soffrire della Sindrome di Alice nel Paese delle Meraviglie? Si provano distorsioni percettive e all’improvviso il mondo appare enorme o minuscolo. Ben è affetto da questa malattia che tiene a bada a suon di pillole e non se la passa troppo bene neanche con l’equilibrio interiore. Da quando, dieci anni prima, fresco di patente e pessimo guidatore, ha ucciso sua sorella in un incidente d’auto, il rimorso lo perseguita. In più è appena stato mollato dal suo fidanzato. Adesso, lacrimoso e rotto dentro, chiuso nel suo appartamento londinese, sta leggendo al computer i primi capitoli di una storia che deve visionare per la Victor Turner Agency. Racconta di Alice Liddell, antropologa ventinovenne, che sta in una Londra cronologicamente ambigua, circondata da una barriera di ventole installate per scacciare la Vaporità. Questo gas di scarto, prodotto dalle tecnologie che mandano avanti la città, è il più potente stupefacente mai esistito: provoca sinestesia, causa mutazioni genetiche e ha una densità che consente di muoversi stando sospesi a mezz’aria. Tutta la Vaporità è stata soffiata fuori, nella Steamland, una terra feroce popolata di selvaggi deformi e in perpetuo trip. Eppure è proprio lì che Alice vuole andare, spinta da un’insopportabile noia. Nella Steamland cerca qualcosa che dia un senso ai suoi giorni. Che scacci la brutta sensazione di star buttando nel cesso la sua vita. Ma non è neanche entrata in quel posto mortifero che già scopre che qualcuno le sta dando la caccia. È il Coniglio bianco, un mostro con gli occhi assassini alto più di sette piedi. Il viaggio della londinese diventa fuga, fra mutanti animaleschi, vampiri sadici, monaci guerrieri, ordini combattenti che cavalcano su moderni/antiquati velocipedi. Mentre lei avanza fra i fumi lisergici Ben, che segue stregato la sua avventura, si accorge che qualcosa intorno a lui sta cambiando. Quella fuori dalle finestre è solo nebbia... o è Vaporità? E cos’è quel rumore ossessivo nella stanza? Viene dall’armadio. Lui lo apre, vede lo specchio. E si accorge che una donna monca e sfregiata sta bussando dall’altra parte del vetro. Facendolo urlare di terrore... 
Dopo aver scavato a fondo nel mito di Peter Pan nel precedente Pan, Francesco Dimitri passa ad Alice reinventandola in un romanzo steampunk dove la proietta nell’età adulta (un po’ come ha fatto Tim Burton, ma con una carica immaginifica e sovversiva senza confronti). Non aspettatevi una semplice rivisitazione perché il suo approccio è piuttosto una dissezione chirurgica della favola da cui prende le mosse e della quale resta poco. Qualche punto di intersezione c’è, a cominciare dal cognome della protagonista, che è lo stesso della piccola musa ispiratrice di Lewis Carroll. Oltre ai riferimenti alla Regina e al Coniglio, ci sono un Bruco poliumanoide che, come quello di Carroll, sta seduto su un fungo a fumare il narghilè, e l’evanescente Chesy, alias Diavolo dei Crocicchi, che ha lo stesso sorriso e la stessa tendenza a dissolversi del gatto del Cheshire. Per il resto Dimitri procede a ruota libera, guidandoci fra gli incubi e le violenze della Steamland, un posto dove è difficile mantenersi sani di corpo (per le efferate incursioni dell’esercito regale), e di senno, dato che ciascuno, in preda alle esalazioni allucinogene, ha percezioni diverse e l’elemento base della comunicazione e della logica – il sacrosanto principio di identità – viene meno. Alice nel Paese della Vaporità descrive con affascinante precisione la confusione psichedelica in cui i suoni diventano colori, gli odori esplodono in esperienze tattili. Filosoficamente fantastico, suggerisce come la narrazione (la parola) sia il mezzo per dare uno spirito al mondo, trasformando l’essere materico in leggenda. Sfiora la metafora cristologica facendo incarnare l’anima del tutto in un fiore. Suscita l’impressione forte di un universo distante e vicino al tempo stesso, dove la linea di demarcazione fra Bene e Male, piacere e dolore, conoscenza e smarrimento di sé è estremamente labile. Così come si fa sempre più sottile la distanza fra Alice e Ben, l’una nella Londra dell’epoca Vittoriana alternativa, l’altro nella capitale contemporanea, in una sovrapposizione lynchiana che ricorda gli scambi di identità di Mulholland Drive. Dire altro sarebbe sconfinare nello spoiler. Per saperne di più sugli effetti ipno-eccitanti della Vaporità e sulle sorti di Alice e di Ben non resta che abbandonarsi a questa lettura onirica e totalizzante, che ti porta oltre i limiti e non può essere spiegata razionalmente, ma deve essere vissuta in modo viscerale, con il cuore, la mente e i cinque sensi sempre all’erta. Per farsi catturare dal sogno e dall’incanto.

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