Avrai i miei occhi

Inverno a Milano. Una Milano futura, oscura, cupa e desolata, in preda alla violenza e al degrado e suddivisa in quartieri recintati da muri invalicabili, distinti a seconda della ricchezza o della povertà, anche estrema, dei suoi abitanti. Nigredo, investigatore privato con un dubbio passato da terrorista e tuttavia portatore di istanze etiche inscalfibili e profonde, si trova a investigare sul ritrovamento di decine di cadaveri di donne, di corpi abbandonati come spazzatura tra il grigio della periferia e i relitti dei fasti industriali. Ma si tratta davvero di donne, di persone vere in carne, ossa e sentimenti spenti o si tratta invece di cloni, di artificiosi corpi replicati e senz’anima? È quello che Nigredo chiede a se stesso e chiede soprattutto a Olivia, la tassista amica. I due si conoscono da lungo tempo e il loro legame, anche se fatto di pudori, ritrosie e poche parole, è profondo. Solidali e affratellati dalla fede in una bellezza e in una giustizia che paiono ormai irrimediabilmente perdute, Nigredo e Olivia percorrono in taxi, instancabili, la città devastata e ostile, alla ricerca di una traccia, di un indizio che permetta all’investigatore di risolvere il mistero di quelle donne uccise e abbandonate. I poveri corpi senza nome e senza generalità sono segnati dal marchio della schiavitù, quasi fossero oggetti da usare e gettare senza rimpianto…

Olivia la tassista, devota della verità, conoscitrice di ogni angolo di una Milano irriconoscibile, esperta di ogni strada, di ogni largo e vicolo, di ogni varco dei muri che sezionano la città in isole mute e non comunicanti, da comprimaria della storia si trasforma ben presto in protagonista, lucida e determinata. Insieme a Nigredo, che significativamente porta il nome della ‘‘fase al nero’’ alchemica, fase che costituisce il primo passo nella creazione della pietra filosofale, si muove nell’oscurità della desolazione, al cui peso tuttavia non soccombe. Avrai i miei occhi esordisce raccontando la violenza sul corpo della donna, tuttavia non è questo il solo tema che vi possiamo riscontrare: c’è la sofferenza umana e quella delle cose, c’è la città snaturata e distrutta, c’è l’aria torbida e pesante, c’è perfino un morbo oscuro, serpeggiante e temuto. Nicoletta Vallorani, dopo aver conseguito il premio Urania nel 1992, scrive di fantascienza, noir, fantasy con stile personalissimo, cesellato e asciutto, non sempre facile alla prima lettura. Bene sintetizza questo suo fortunato romanzo la citazione ‘‘Esisteremo solo in pezzi, dopo, su una terra levigata dalla distruzione’’.

 


 

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