Cari Mora

Cari Mora

Miami Beach. Hans-Peter Schnider, dalla sua barca davanti alla casa sulla baia di Biscayne, fissa con un binocolo la venticinquenne che in pantaloni del pigiama e canottiera si stiracchia sul terrazzo alla luce del primo mattino. Lei è Caridad – Cari – Mora, una rifugiata colombiana dalla bellezza straordinaria che lavora come custode di quella villa piena di segreti e famosa per essere appartenuta a Pablo Escobar, il re del narcotraffico, e ne conosce ogni angolo. Nel tempo la casa è stata affittata a tanti personaggi eccentrici anche del mondo del cinema ed è per questo che è piena di attrezzature e strani cimeli, come la sedia elettrica che campeggia in salotto. Ma soprattutto della villa si dice che da qualche parte nasconda il famoso tesoro mai ritrovato di Escobar, consistente in 25milioni in lingotti d’oro. Schnider è un uomo dall’aspetto inquietante, ha lunghi canini ricoperti d’argento che rendono il suo sorriso un ghigno spaventoso e palpebre prive di ciglia, è alto, pallido e completamente glabro. Ma l’aspetto è il minimo. Il tedesco è un trafficante di organi, un sadico psicopatico e perverso che delle perversioni altrui ha fatto il suo lavoro; il suo orgoglio maggiore è una specie di lavatrice di sua invenzione in cui scioglie i resti delle ragazze che hanno avuto la disgrazia di incrociare la sua strada, quando non sopravvivono alle mutilazioni che lui infligge. Schnider adesso vuole il tesoro nascosto nella villa e tramite i suoi scagnozzi sta trattando l’affitto; per unire l’utile al dilettevole – e, perché no, ad altro profitto -, nel frattempo fantastica su quello che potrà farle quando metterà le mani su quella ragazza dalla bellezza fuori dal comune, che poi gli renderà certamente un bel po’ di soldi con qualcuno dei suoi clienti speciali. Ma Schnider non sa ancora che non è l’unico ad avere un piano per mettere le mani sul tesoro di Escobar che fa gola a tanti, più o meno vicini al giro del narcotrafficante. Non sa nemmeno che Cari Mora è una ragazza non comune non soltanto per il suo aspetto; lei ha una intelligenza particolare affinata dalla necessità, dolorosamente ereditata dalla sua precedente vita di bambina soldato nelle FARC, le Forza Armate Rivoluzionarie della Colombia, duramente addestrata a combattere dopo essere stata portata via dal suo villaggio e privata della sua famiglia spazzata da un massacro. Soprattutto l’uomo non sa che lei è una sopravvissuta. Cari è sopravvissuta all’inferno, e chi torna dall’inferno non ha paura di nulla…

Sesto romanzo, a distanza di ben tredici anni, per Thomas Harris, giornalista editor e scrittore poco prolifico ma autore nel 1988 di quel Il silenzio degli innocenti grazie al quale il grande pubblico conobbe lo psichiatra cannibale Hannibal Lecter, protagonista di tutti gli altri suoi romanzi precedenti e successivi – eccetto questo Cari Mora e quello di esordio, Black Sunday del 1975 – tutti diventati anche film di un certo successo. Grande era l’attesa dei fan per questo nuovo romanzo, ma sgombriamo subito il campo da ogni illusione. Sarà la mancanza del celebre dottore e raffinato gourmet Lecter, sarà il genere che, nonostante le tinte decisamente pulp e l’indulgere abbondante allo splatter – tra coccodrilli famelici a guardia del tesoro, psicopatici mutilatori di giovani fanciulle e perversi maniaci sessuali – è a conti fatti una caccia al tesoro con narcotrafficanti e ladri “onesti fuorilegge” (come direbbe Nicolai Lilin) al posto dei pirati dei Caraibi, sarà la combinazione delle due cose, ma il romanzo che ne viene fuori non è al livello del miglior Harris. Si tratta piuttosto di una “americanata” rutilante che si legge in fretta perché è divertente, scorre bene e intriga persino; particolarmente apprezzabili sono poi i flashback che ricostruiscono il passato della eroina protagonista Caridad, una storia appassionante e terribile che tocca, tra l’altro, tematiche legate all’immigrazione, particolarmente care all’autore. Harris ha detto, infatti, tra l’altro facendo sperare in un ritorno del suo protagonista più famoso, “Penso ancora al personaggio di Hannibal, e a volte mi chiedo cosa stia tramando. Ma volevo occuparmi di Miami, delle persone, delle difficoltà che ci sono qui, e l’ambizione delle nuove persone che vengono qui. Puoi vedere le forme di una vita differente”. Harris, infatti, vive a Miami da trent’anni, dove, tra le altre cose, lavora come volontario in una struttura per animali feriti; non è quindi un caso che anche Cari faccia la stessa cosa, fornendogli così l’occasione per descrivere flora fauna e paesaggi della zona. La storia è insomma piacevole per diversi aspetti, la scorrevolezza, benché fatta di brutalità e violenza, c’è sicuramente ma la sensazione è che si tratti comunque di un’occasione sprecata che avrebbe meritato, per esempio, un maggior approfondimento psicologico dei personaggi (almeno di alcuni) e anche della trama. Come Il silenzio degli innocenti che vinse ben 5 Oscar all’epoca, e come gli altri romanzi, anche questo si presta ottimamente ad una trasposizione cinematografica e si può essere certi che ci sarà. Un consiglio? Tenete da parte questo romanzo per la prossima estate al mare e godetevelo, a patto di non cercare tra le pagine un cattivo affascinante come il dottor Hannibal Lecter. E – a dirla tutta – nemmeno il suo creatore.



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