Chika

Chika

Chika è sdraiata sul tappeto dell’ufficio del signor Mitch. In genere arriva al mattino presto, quando la luce del giorno è ancora incerta. A volte ha con sé una bambola o una scatola di pennarelli, altre volte non ha nulla. Indossa il suo pigiama azzurro, con il disegno di My Little Pony sulla casacca e tante stelle color pastello sui pantaloni. A Chika piaceva molto scegliere personalmente i vestiti da indossare, ma ora non più. No, perché Chika è morta la scorsa primavera, quando la natura stava per risvegliarsi dopo il lungo sonno invernale, proprio come sta accadendo ora. Chika è morta un anno fa. La sua assenza ha lasciato il signor Mitch e la signorina Janine senza fiato, devastati. Otto mesi dopo la sua morte, la mattina del funerale del padre di Mitch, Chika è apparsa per la prima volta e da allora ogni volta incita Mitch a ricordare e a scrivere di lei, di loro. Mitch era arrivato ad Haiti qualche settimana dopo il devastante terremoto del 2010, un terremoto così violento che in trenta secondi aveva spazzato via il tre per cento dell’intera popolazione dell’isola. Si era trattato di una vera tragedia in un luogo in cui le tragedie sono di casa, in una nazione che è la seconda più povera al mondo, con una storia di morti e di avversità che ha dell’incredibile. Tre giorni prima di quel terremoto Chika era venuta al mondo, in una casa di due stanze costruita con blocchi di cemento vicino ad un albero del pane. Non c’era un medico, solo un ostetrico accanto a sua madre, ma tutto era filato liscio. Entrambe, poi, erano sopravvissute alla furia cieca della natura; due anni dopo, però, durante un nuovo parto, qualcosa era andato storto. Il nuovo fratellino di Chika era sopravvissuto, ma la madre no. La famiglia era quindi stata smembrata e Chika affidata ad Herzulia, una donna bassa e forte che l’aveva tenuta con sé per un anno, in una casa fatiscente e senza bagno. Allora si era deciso che la bambina sarebbe stata meglio in un orfanotrofio, Delmas 33, l’orfanotrofio che Mitch - insieme alla moglie, la signorina Janine - dirigeva dal 2010, l’anno del terremoto appunto. Così i tre si erano conosciuti…

Mitch Albom è uno scrittore statunitense, i suoi libri sono stati stampati in oltre 30 milioni di copie e pubblicati in 41 Paesi. Vive in Michigan con la moglie, con la quale, da notare, ha fondato tre istituti filantropici. E proprio in uno di essi comincia la storia narrata in questo libro che è un vero e proprio pugno nello stomaco, crudo e ricco di emozioni. Chika viene accolta nell’orfanotrofio che Mitch e Janine hanno fondato a Port au Prince, ad Haiti. La coppia non ha figli propri ed i bambini che vivono e giocano nell’orfanotrofio sono diventati una sorta di famiglia. E l’arrivo di Chika, così spavalda, sfrontata e piuttosto sicura di sé, non può che deliziare tutti, compagni ed insegnanti. Quando a Chika, che ormai ha cinque anni, viene diagnosticata una forma rara ed aggressiva di tumore al cervello, Mitch e Janine si operano in ogni modo ed intraprendono un viaggio di due anni in giro per il mondo, al fine di trovare una cura. Una storia vera, quindi, anche se non si vorrebbe fosse tale. Rivelare che Chika muore non equivale a spoilerare: Mitch, con una crudezza straziante, lo scrive già nelle prime pagine del libro. Le sue continue riflessioni sulla vita di quella abbagliante bambina haitiana e sulle vicende legate ai viaggi in America, alla ricerca del trattamento giusto per sconfiggere il mostro annidato nel cervello della piccola, sono punteggiate dai resoconti delle visite post mortem di Chika, che lo spinge a metabolizzare il proprio dolore scrivendo di lei, appunto. E allora ecco che Mitch si lascia andare e confessa che diventare genitori a tutti gli effetti di quella bambina indifesa, negli ultimi anni della sua vita, è stato un caso fortuito, tragico e meraviglioso nello stesso tempo. Chika ha posto lui e Janine all’altra estremità di una lente d’ingrandimento di un telescopio giocattolo ed insieme, attraverso quelle lenti, hanno potuto meravigliarsi del mondo esattamente come faceva lei ed hanno trovato nella sua forza l’antidoto ad ogni preoccupazione. Ne scaturisce una commovente riflessione sulla magia dei bambini, sulla consapevolezza che l’amore non ha confini e non conosce differenze di etnia, religione o denaro, che le famiglie sono pezzi d’arte e possono essere realizzate con i più vari materiali, che il cuore può essere aperto dal sorprendente arrivo e dalla lancinante partenza di una piccola bambina haitiana. Un tributo straziante ma adorabile alla sua memoria, una edificante testimonianza del coraggio e della capacità di recupero dei bambini e dello straordinario impatto che l’amore può avere su ciascuno di noi, se ad esso ci sappiamo aprire.



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