Come un respiro

Come un respiro

Domenica mattina, fine giugno, Roma. Arrosto e verdure stanno cuocendo lentamente e la cucina è inondata da un profumo di buono, di casa, di tradizione. E, in effetti, quella del pranzo della domenica è ormai una consuetudine irrinunciabile: Giovanna e Sergio, coppia di lunga data, stanno aspettando anche questa settimana i loro amici di sempre - Giulio, Elena, Annamaria e Leonardo - per godersi un po’ di tempo insieme, gustando appetitosi manicaretti, bevendo del buon vino e chiacchierando amabilmente. Sergio, guardando la moglie che controlla l’impiattamento e scruta concentrata la disposizione dei piatti sul tavolo di legno scuro, pensa a quanto lei sia dolcemente prevedibile, in cerca sempre di una regola, dell’eccellenza; forse è per questo motivo che la vede così accogliente, sicura, conosciuta. Manca poco meno di un’ora all’arrivo degli ospiti, Giovanna corre a prepararsi, per essere impeccabile come sempre, il marito si mette ai fornelli per terminare le preparazioni, cucinare lo rilassa. Si sente il campanello suonare. Certo che siano gli amici in anticipo, Sergio apre la porta distrattamente, ma subito si blocca. C’è una elegante signora alla porta, vestita con gusto, sulla settantina, occhi penetranti. Si scusa per l’intromissione e si presenta. Dice di chiamarsi Elsa Corti e di aver abitato molti anni prima in quello stesso appartamento al Testaccio dove attualmente vivono Giovanna e Sergio. E poi, inaspettatamente, lancia al ragazzo una domanda, secca e precisa come un dardo “Lei crede al destino?”...

Se si pensa ai film di Ferzan Ozpetek vengono subito in mente, in ordine sparso: tavolate di amici, segreti tenuti troppo a lungo nascosti, la Turchia, la sensualità e la disperazione, un incontro e scontro continuo fra Eros e Thanatos, le due polarità della pulsione di morte e della pulsione di vita che giocano a tiro alla fune mentre noi, esseri umani fragili e complicati, goffamente e teneramente tentiamo di restare in equilibrio su quella stessa fune e magari di trovare una mano a cui aggrapparci, per essere più stabili. Anche in questo romanzo, il terzo per il regista e sceneggiatore turco - e ormai, a tutti gli effetti, scrittore - si ritrovano gli archetipi della narrativa di Ozpetek e restiamo inebriati, quasi ubriacati da una scrittura che attiva piacevolmente i nostri sensi, carica di profumi, di tessuti, di colori; ci immedesimiamo in questi corpi che si cercano, si attraggono e si respingono e poi si scaldano insieme, dalle menti che si perdono, quasi dissolvendosi, lasciando emergere un turbinio di emozioni e sensazioni che piano piano erompono, e sembra di sentire i respiri sempre più affannosi, ma vivi, dei protagonisti. Si legge: “L’amore può essere anche un nobile sentimento, ma se vuoi conoscere la passione, devi sporcarti. Immergerti nel fango, assaporare il gusto del peccato, osare il proibito”. Ozpetek fa girare la testa, fa questo effetto: ti ricorda quanto breve è la vita e quanto il godercela, fino in fondo, sbagliando, donandoci in tutto e per tutto sia un segno di rispetto per noi stessi.



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