Facce di colore

Facce di colore

Riley ama portare lenti a contatto azzurre e i capelli ossigenati di biondo, che ogni tanto fa esplodere come una nuvola vaporosa sopra la testa. Riley è nero ma ciò non vuol dire che, agghindandosi così, odi sé stesso. Anzi, lo infastidisce che in molti mettano in dubbio la sua nerezza o la lealtà alla causa. Poi, sebbene qualcuno lo pensi, non è affatto gay. Ama le donne nere ma soprattutto adora il cosplay. Quel giorno, su suggerimento della sua fidanzata Paris, sta scendendo verso il Los Angeles Convention Center vestito da Tamaki, con Drake in cuffia. Quando Brother Man lo afferra alle spalle, dopo che lui aveva tirato dritto rifiutando il volantino che l’altro cercava di mettergli tra le mani chiamandolo “Spocchiosa checca nera”, tra i due inizia quella che potremmo definire una scazzottata... Fatima versus Christinia, Lucinda versus Monica. Due figlie, che frequentano la scuola Westwood, in guerra a suon di scherzi e insulti, le rispettive madri in guerra a suon di lettere lasciate negli zaini delle figlie. Provenienti da due famiglie benestanti, entrambe nere, si odiano a vicenda ma ancor di più si odiano le madri che, in un crescendo di lettere sempre meno cortesi, usano tutte le loro armi a disposizione per dimostrare la propria superiorità culturale ed economica... “Un ultimo saluto prima di farla finita. La vita è come il pane, ogni angolo merita di farsi imburrare.” Postando questa frase su Facebook Jilly sperava di ottenere parecchi like. Ma così non è stato e comunque per oggi non morirà da vera poetessa, mettendo la testa nel forno. Ha valutato anche di farsi trovare con le vene tagliate, ma non riesce a decidersi sulla posizione. Sa bene Jilly che, essendo nera, dovrebbe prima di tutto sentirsi insoddisfatta a causa della “lunga catena di privazione e persecuzione sistemica” che opprime quelli della sua razza ma, se dovesse essere onesta con quelli della terapia di gruppo, direbbe che il grosso del suo scontento deriva dall’aver poco di cui essere scontenta...

Nafissa Thompson-Spires, nata a San Diego, è una scrittrice che con i suoi racconti prova a riscrivere il concetto di identità nera in un’era definita post-razziale e lo fa in un tempo in cui il presidente degli Stati Uniti esprime senza mezzi termini il proprio razzismo. Perciò, quello di Nafissa, è un altro modo di raccontare cosa significa essere persone di colore oggi, utilizzando personaggi appartenenti a una classe media tormentata da problemi psicologici, turbe adolescenziali tipiche del mondo di oggi, veloce, tecnologico, alienante. Certe situazioni narrate sembrano paradossali, fino a quando non ci si ferma a pensare un po’ per scoprire che poi il confine tra la normalità e il paradossale è molto labile. Fatima è una ragazza ansiosa, il suo corpo reagisce sudando copiosamente. La ritroviamo in molti racconti, amica di Violet, ragazza nera all’apparenza sicura di sé ma complessata dall’albinismo. “A volte mi sento orribile per ogni cosa, il sudore, il sangue. Non mi sento tutto il tempo come una ragazza normale, capisci? Ma poi cos’è la normalità?”, si chiede Fatima. Domanda interessante, la cui risposta si ritrova spesso, con vari travestimenti, nei racconti di Nafissa Thompson-Spires. Tutti i suoi personaggi sono cesellati per darci un’idea di cosa possa essere la normalità al giorno d’oggi per i neri nell’America. Un esempio, il suo, di come la letteratura nera moderna sia capace di distaccarsi da quel filone legato all’oppressione razziale, restando però specchio e testimonianza di una società che osserva, giudica e ancora separa le persone dividendole per genere, colore e stato sociale.



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