Fuga da Parigi

Fuga da Parigi

14 luglio 1943. Il pilota americano Joseph Ellison Cornwell si ritrova a volare nei pericolosi cieli francesi proprio nell’anniversario della presa della Bastiglia. Una coincidenza frutto di una decisione presa quasi due anni e mezzo prima. Il 27 novembre 1940 infatti, quattordici mesi dopo lo scoppio della Seconda guerra mondiale e due mesi dopo l’emanazione del Selective Training and Service Act che impone a tutti i giovani statunitensi di presentarsi a un centro di reclutamento, Joe decide di arruolarsi nell’aviazione a soli ventisei anni. Lo fa presso il centro di Tacoma, nello stato di Washington. Pensa che volare sia sicuramente meglio che marciare nel fango. A 22.000 piedi al di sopra della Manica però, sicuro nella carlinga del suo B-17 conosciuto anche come “la fortezza volante”, ignora che quel giorno c’è qualcun altro in volo, oltre ai suoi compagni di battaglione. Si tratta del temibile maggiore della Luftwaffe Egon Mayer, sul suo Focke-Wulf Fw 190. Il tedesco non smentisce la sua fama e Joe, assieme a un piccolo gruppo di aviatori alleati, si ritrova abbattuto e disperso su suolo francese. Sembra non esserci scampo se non fosse per alcuni valorosi membri della Resistenza che li aiutano e li scortano a Parigi, trovandogli rifugio proprio presso la tana del lupo, ossia l’Hotel des Invalides, dove al piano superiore si trovano gli uffici della Gestapo in Francia...

Stephen Harding, per questo suo Fuga da Parigi, ha svolto un lungo lavoro di ricerca con documenti provenienti da svariate fonti statunitensi, francesi e tedesche. Ha potuto così ricostruire la vicenda di Joe Cornwell e dei suoi compagni che, dopo essersi trovati in una condizione sfavorevole dopo l’abbattimento dei loro velivoli, hanno addirittura ribaltato la situazione, dando man forte ai partigiani francesi. Dai sotterranei del quartier generale della Gestapo a Parigi infatti, gli americani organizzano strategie d’attacco e piani di fuga al limite dell’impossibile. Uno spaccato inedito della Seconda guerra mondiale, un pezzo del puzzle solo all’apparenza marginale che però appassiona ed è un ottimo materiale per un romanzo avvincente. Per calare il lettore ancora di più nella vicenda, al termine di ogni capitolo, sono presenti dei ritratti fotografici con i volti dei protagonisti del romanzo. Ottime le descrizioni psicologiche e delle motivazioni della famiglia Morin che ha aiutato a lungo durante la guerra tutti i superstiti alleati. Peccato per qualche sbavatura trionfalistica di troppo nella celebrazione delle azioni dei superstiti americani.



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