Generosity

Generosity

Russell Stone arriva ancora incredulo e imbarazzato nell’aula del Mesquakie College of Art, dove lo attendono gli otto studenti per i quali sarà Professore di scrittura creativa. Professore? Proprio lui, un inconcludente redattore freelance di 32 anni, campione mondiale di occasioni sprecate? I ragazzi hanno dieci anni meno di lui, le sue stesse speranze dell’epoca e la loro storia da raccontare. L’ultima a presentarsi è Thassadit Amzwar, ha origini tunisine berbere, i capelli folti ricci, una struttura esile ma soprattutto lo sguardo sempre gioioso e sorpreso che di solito hanno solo i bambini. Thassadit ama e ammira tutto ciò che la circonda, nonostante la vita le abbia presentato conti altissimi: il padre ucciso durante la guerra civile tunisina, la fuga in Canada, la madre persa per un tumore al pancreas. Com’è umanamente possibile continuare ad essere così felice e “generosa” con tutti? Russell cerca spiegazioni razionali: forse Thassa è ipertimica, patologicamente troppo contenta. E se invece fosse la sua genetica a renderla unica, se possedesse una combinazione di geni mai vista prima, che le consente di essere costantemente radiosa e felice? Se così fosse, sarebbe sufficiente sequenziare il suo DNA e identificare il gene “fortunato”. A quel punto, magari si arriverebbe a replicarlo e, di generazione in generazione, la depressione e l’infelicità sparirebbero da questo mondo. È davvero una strada possibile, ma soprattutto è davvero così facile e senza conseguenze?

Scienza e coscienza, natura e cultura, educazione e ambiente... in che misura tutto questo incide nel definire l’indole e la vita di una persona? Nasciamo con una predisposizione o ci formiamo a seconda delle esperienze che affrontiamo? O forse sono valide entrambe le risposte? Richard Powers (che non ha bisogno di presentazioni) in questo romanzo di science fiction del 2009, già uscito nel 2013 per Mondadori e riedito oggi soltanto in e-book da La nave di Teseo, solleva questioni sempiterne, basate sulle grandi dicotomie del genere umano, senza alcuna pretesa di dare risposte, anzi. La meta-narrativa di Powers si “limita” a offrire scenari, che potrebbero susseguirsi pressoché all’infinito, e personaggi emblematici a scelta in cui riconoscersi. L’unico carattere definito solo tramite lo sguardo di chi la osserva, e non in quanto tale, è proprio Miss Generosity, Thassadit Amzwar, l’incarnazione della felicità, trattata quasi come un animale mitologico, affascinante e spaventoso al contempo, insondabile e inspiegabile. È così che noi vediamo la felicità? Come una condizione difficile da accettare razionalmente quando ci si imbatte, ma a cui ambire con tutti i mezzi, anche quelli eticamente più discutibili? Richard Powers dice la sua e lascia al lettore il non facile compito di trovare il proprio posto in una débâcle probabilmente senza tempo e senza fine, senza vinti e senza vincitori, ma che di certo la narrativa continuerà ad affrontare e alimentare per sua natura, perché “la pagina bianca è paziente, e il significato può attendere”.



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