I miei giorni nel Caucaso

A Baku, nel dicembre del 1905, nasce Banine, ultima di quattro sorelle: la mamma purtroppo muore dandola alla luce. La sua famiglia è sfacciatamente ricca, il capostipite Assadullah (“amato da Allah”) da povero contadino è morto milionario, grazie al petrolio zampillato dal suo campo. È una famiglia rispettata, ma non rispettabile. L’infanzia scorre piena dei giocattoli che il papà Mizra porta da Berlino: un gatto di pelouche, un maharajah che cavalca un elefante, un pagliaccio colorato, ma poco è l’affetto che le dà. Lui è il figlio maggiore, gestisce l’azienda petrolifera che ha tante sedi sulle rive del Mar Caspio, lungo il Volga, a Mosca e a Varsavia, è tanto preso dagli affari da non pensare alle figlie, né tantomeno ad una nuova moglie. Spetta a fräulein Anna allevare le bambine e lei le educa all’europea: è una tedesca baltica dalla pelle candida, i capelli biondi e come un angelo custode sacrifica la sua vita per questa famiglia, poche le gioie, tante le delusioni, ma per loro darà sempre tutto. Nonostante la proibizione del Profeta, nemico delle immagini, a guardare le fotografie fanno un bel quadretto la fräulein - totalmente nordica - e le bambine scure di pelle, nere di capelli, pelose e dall’aspetto molto orientale. L’educazione e le influenze cattoliche di Anna sono bilanciate dalla nonna paterna, che parla solo azero, prega cinque volte al giorno e impreca come un soldato. A lei questa educazione eretica e libertaria con cui crescono le bambine non piace e i baci e gli abbracci per le nipoti sono sempre accompagnati da una smorfia di disgusto. La famiglia di Banine trascorre le lunghe e torride estati in campagna vicino al mar Caspio. La casa è grande, con il suo rigoglioso giardino e i vigneti, eppure è a malapena sufficiente ad ospitare l’orda che la invade in primavera: la temibile nonna con le sue innumerevoli serve, la figlia maggiore con il marito e i cinque figli, la minore senza marito e il figlio più piccolo della nonna, lo zio Ibrahim ancora celibe. I doveri diminuiscono e la libertà cresce, i bambini giocano insieme e si intrufolano nella vita degli adulti. I cugini Assad e Ali, più grandi di Banine, sono i capi, bugiardi, bari al gioco, omosessuali latenti, sadici e fanatici. Il loro divertimento segreto è quello dello stupro perpetrato ai danni di Tamara, una ragazzina loro vicina di casa. Diversa è la cugina Gulnar, giovane, ma con le idee già chiare, vuole sposarsi presto per poi divertirsi con tutti gli uomini che vuole. Gli zii sono inetti e avari, le zie sono avide giocatrici di poker, passione che coltivano assieme a quella per la maldicenza e le liti. La zia Reina è la preferita, suoi sono i libri che Banine legge avidamente di notte, per sfuggire all’insonnia e alla solitudine: Maupassant, Flaubert, Tolstoj. Anche il pianoforte le fa compagnia, è un rifugio da questa famiglia che non la capisce. I litigi sono quotidiani, gli adulti urlano e strepitano sempre per l’eredità, la famosa, eterna, inafferrabile eredità, quella che bisognerà dividere dopo la morte del capostipite, nonno Musa Nagivev. Mutamenti sono in arrivo, l’adolescenza di Banine e i pungenti morsi dell’amore (più che altro sognato ad occhi aperti) si fanno sentire e lei si infatua di tutti gli uomini che piacciono alle sorelle più grandi, a partire dal giardiniere Russlan. Questa vita di splendori e baruffe è tuttavia destinata a subire un drastico epilogo. Quando alla morte del nonno, Banine diventa multimilionaria, il suono dell’Internazionale la sveglia e la spoglia di tutto con espropri forzati, ma la famiglia ha tante e ben nascoste risorse. Banine ha quindici anni, si abbandona alle idee marxiste e si innamora sul serio…

Pubblicato a Parigi nel 1945 torna in libreria I miei giorni nel Caucaso firmato da Banine (pseudonimo di Umm-El-Banine Assadoulaeff). È il brillante memoir di una donna e la sua capacità di autoironia rende il libro, soprattutto nella prima parte, davvero divertente. Il quadro storico è un mondo sull’orlo della fine, gli ultimi anni dello zarismo, una tradizione stagnante e un modernismo crescente, la disparità sociale e il nuovo ordine socialista. Molto utile, a questo proposito, il capitoletto in appendice in cui ci viene fornito un Breve sunto della storia dell’Azerbaigian all’inizio del XX secolo. Il piacere della lettura è merito del compianto Professor Giovanni Bogliolo, che ha sapientemente tradotto il romanzo. Banine ci mostra cosa significa lasciarsi alle spalle il passato per ricominciare da capo con un narrare totalmente privo di nostalgia. Diverse le figure emblematiche di questo romanzo: la nonna musulmana, che ricopre di ingiurie ed insulti “i cani cristiani” e le governanti occidentali delle ragazze, la tedesca Fräulein Anna, la francese M.lle Marie e l’inglese Miss Collins, che influenzano molto le passioni di Banine per il pianoforte e la letteratura. La matrigna Amina giunge come una ventata di aria fresca, le porta in dote un mondo colorato di vestiti, eleganza, emancipazione e libertà. È un grande dolore, per lei, tredicenne, quando la vede partire per Parigi con sua sorella Zuleika. Lei no, rimane a Baku, che sarà invasa di lì a poco dall’Armata Rossa. Il sogno di incontrare un bel principe come Andrej Bolkonskj di Guerra e pace non si spegne e un giorno, le si materializza davanti, è un giovane bolscevico in uniforme, ha venticinque anni e si chiama Andrej Massarin. Banine è perdutamente innamorata e questo sentimento è ricambiato, ma lui è in carriera e deve lasciare Baku, vuole portarla con sé. Lei è una giovane donna caparbia e battagliera, ma rinuncia a scappare per amore, deve obbedire a suo padre e accettare il matrimonio combinato con Jamil, uomo che profondamente odia. Mizra, dopo essere uscito di prigione ha bisogno di un passaporto per Parigi, quindi, offre sua figlia per averlo. Nelle pagine che raccontano del matrimonio forzato, l’amarezza prende il posto del brio precedente. Banine conclude il suo libro con la partenza da una Istanbul già segnata dalle decisioni moderniste di Atatürk, per iniziare i suoi Jours parisiens, ricchi di avventure e incontri. Per guadagnarsi la vita usa il corpo e la testa, posa per case d’alta moda, fa la commessa, la giornalista, la traduttrice e lavora alla radio. Qui, sotto la Tour Eiffel, conosce e frequenta personaggi famosi come: Nikos Kazantzakis, André Malraux, Ivan Bunin, la scrittrice russa Teffi e Ernst Jünger, con il quale ha una lunga e tormentata relazione: sua è la lettera introduttiva al romanzo. È morta a Parigi il 23 ottobre 1992 e su “Le Figaro” il necrologio è stato: “Intinse la penna in inchiostro di Costantinopoli, la sua vita è quella di un personaggio da romanzo che ha attraversato il secolo, attirando, come un magnete, le più singolari figure del suo tempo”.

 


 

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