Il demone dai capelli bianchi

Il demone dai capelli bianchi

Il professore del carcere attende impaziente. Lo stenografo è in procinto di prendere appunti e ha un sorriso sornione sulle labbra. È naturale che tutti fremano nell’attesa che racconti la sua storia. Quello che gli è capitato ha dell’incredibile, del soprannaturale. Se si trova in carcere, è perché ha ucciso. Sì, è stato uno spietato assassino. Si è vendicato nel modo più freddo, meticoloso e malvagio che si possa immaginare. Eppure, i suoi gesti sono stati solo una conseguenza del torto subito, dell’altissimo tradimento perpetrato ai suoi danni dalle due persone a lui più care. Prima del fatale evento, la vita di Ōmuta Toshikiyo è trascorsa per lungo tempo placida e serena, un’esistenza di puro paradiso in terra. Toshikiyo vanta natali illustri: discende infatti da una famiglia di daimyō, ossia di antiche casate feudali. Tuttavia, pur essendo una famiglia di visconti, nel cuore dei suoi avi scorreva sangue vendicativo: “occhio per occhio” regola infatti il rigido codice d’onore del suo nobile casato. Lo stesso vale per il visconte Ōmuta che prima di trasformarsi in un orrendo demone dai capelli bianchi, era un giovane ricco, intelligente e bello. A Tokyo, durante gli anni di università, incontra un giovane; anch’egli sensibile e di gentile aspetto. Si chiama Kawamura Yoshio. Toshikiyo è iscritto alla facoltà di Filosofia mentre Kawamura frequenta il corso di pittura occidentale della Scuola d’Arte. Entrano in forte sintonia e l’amico inizia presto a frequentare la raffinata residenza di Toshikiyo. Trascorrono insieme placidi pomeriggi a discorrere di filosofia e di musica. Il quadretto idilliaco si fa ancor più completo quando un giorno il ragazzo incontra Ruriko, una giovane di umili origini e dotata di una “bellezza profumata.” Se ne innamora follemente e la prende in sposa. Un pomeriggio, i tre giovani decidono di fare un’escursione tra i sentieri di montagna, in un luogo chiamato “Valle dell’Inferno.” Per godersi ancor di più il panorama mozzafiato, Kawamura sale su un masso che si staglia minaccioso sulla vallata, il famoso “Sasso Infernale.” Dopodiché, esorta Toshikiyo a fare altrettanto. Il ragazzo è titubante: sa che è davvero troppo rischioso, ma non vuole sfigurare in virilità di fronte alla bella Ruriko. Così sale ma è questione di un istante. Ōmata precipita dalla scarpata e muore...

Il demone dai capelli bianchi è un romanzo del 1932 dello scrittore giapponese Edogawa Rampo (1894 – 1965), nom de plume di Hirai Tarō che, con un gioco di parole e di suoni, rende omaggio al maestro del brivido Edgar Allan Poe, padre del giallo moderno e autore di racconti polizieschi, del mistero ma anche di thriller psicologici che non disdegnano incursioni nel paranormale. Nell’opera di Ranpo, tutti questi elementi vanno a sedimentarsi su di un substrato culturale squisitamente nipponico, come traspare sin dal titolo: Il demone dai capelli bianchi è infatti un riferimento alla mitologia e al folklore giapponesi, nello specifico all’immaginario della fuga di una creatura demoniaca dal regno dei morti. Nel romanzo si hanno poi metafore con gaki – demoni affamati – e kytsune, ossia volpi muta-forma del folklore giapponese in grado di trasformarsi in donne seducenti per irretire uomini ricchi e facoltosi. La particolarità di questo romanzo è di essere una “riscrittura di una riscrittura.” Ranpo rielabora infatti l’opera omonima del 1893 di un autore da lui molto amato, Kuroiwa Ruikō il quale aveva a sua volta rimaneggiato un testo della scrittrice inglese Marie Corelli. Il romanzo di Ranpo diventa in questo modo un interessantissimo patchwork di stili ed elementi narrativi differenti, che vanno dalle atmosfere lugubri del romanzo gotico ai feuilleton come Il conte di Montecristo, dalle detective stories ai racconti giudiziari (genere molto in voga nel periodo Tokigawa che va dal 1600 al 1867) con l’epilogo svelato sin dall’inizio dal protagonista con la confessione dei suoi crimini. Ad ogni modo, non mancano nel romanzo i tratti tipici e costitutivi dello stile dell’autore come le tendenze voyeuristiche dei suoi protagonisti, una forte componente erotico- sensuale, la presenza del grottesco, della donna demoniaca e di un oggetto vero e proprio feticcio per Ranpo e a cui nel 1937 dedicò persino un saggio, ossia le lenti, in grado di celare, deformare e proiettare la realtà. Il demone dai capelli bianchi è il libro perfetto per chi ha voglia di immergersi in un giallo d’altri tempi, dove tutto procede per incastri perfetti, e la narrazione ha un ritmo incalzante e coinvolgente. Per i più curiosi, questa edizione è corredata di un’interessantissima postfazione sulla genesi del romanzo di ricche note esplicative che fanno luce sui vari riferimenti culturo-specifici.



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