Il diario di Helga

Il diario di Helga

15 marzo 1939. Helga è solo una bambina di dieci anni quando le truppe tedesche invadono il territorio cecoslovacco. La comunità ebraica è smarrita, nell'aria aleggia la paura e solo una domanda ossessiona tutti: cosa accadrà ora? Ogni giorno vengono promulgate nuove ordinanze che restringono la libertà agli ebrei e che impediscono loro di lavorare e di andare a scuola. La Gestapo assedia le strade della città creando un clima di terrore. L’obbligo di indossare la stella gialla con la scritta “Jude” è l’ennesima umiliazione che la comunità deve subire. Ma Helga non vuole arrendersi a quei soprusi e si rifiuta di dare loro il potere di toglierle la sua gioia di vivere. 4 dicembre 1941. La famiglia di Helga, come tutta la comunità ebraica, è stata chiamata per essere trasferita nel ghetto di Terèzin. La vita della ragazza cambia di nuovo: privata dei suoi beni materiali, è costretta a vivere in una stanza con trenta persone sconosciute occupando solo uno spazio di un metro quadrato. La vita nel ghetto è difficile: il cibo scarseggia, le malattie si diffondono velocemente, gli ebrei sono costretti a duri lavori agricoli e gli anziani, insieme ai malati, vengono fatte partire verso una destinazione ancora ignota. Potrebbe andare peggio di così? È il 3 ottobre del 1944, quando Helga, la madre e un gruppo di ebrei ricevono la notifica del trasporto verso una meta da cui poche persone hanno fatto ritorno...

Helga Weiss è un’artista ceca sopravvissuta all’Olocausto. Il suo diario si divide in tre parti parallele alle tre fasi della sua infanzia: la vita a Praga, la sua permanenza a Terèzin e la deportazione ad Auschwitz. La storia, sebbene segua un ordine cronologico, è in realtà il risultato di annotazioni scritte a distanza di anni che, in seguito alla liberazione dal campo di sterminio dove non c’era alcuna possibilità di scrivere, sono state riordinate. I quaderni con i relativi disegni abbozzati dall’autrice stessa sono stati messi in salvo dallo zio di Helga, Josef Polàk, che lavorando in archivio, riuscì a murare quei documenti in qualche parte della caserma. Che cosa rappresenta l’arte e la scrittura in un luogo di prigionia? Questi sono gli unici strumenti per continuare ad esprimere se stessi e in questo modo ricordarsi la propria umanità calpestata in quei luoghi di sofferenza. La passione di Weiss per il disegno viene incoraggiata dal padre che la incita a disegnare tutto ciò che vede, anche per permetterle di riappropriarsi di quell’infanzia mai davvero vissuta. E poi c’è la scrittura che viene usata come strumento per rendere sopportabile l’angoscia di un domani incerto e la paura del presente. Helga Weiss viene spesso definita la “Anna Frank praghese” e il suo diario è un’ulteriore testimonianza delle atrocità subite dagli ebrei durante nazismo. Il linguaggio è molto semplice e da esso traspare tutta l’emotività di una bambina ancora ingenua ed innocente: il risultato è una piena comprensione del tragico periodo storico, qui analizzato soprattutto da un punto di vista umano.



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