Il libraio di Venezia

A Venezia, all’angolo tra campo San Giacomo e calle del Tentor, c’è una piccola libreria, la “Moby Dick”. È di due sole stanze, ma ci si può perdere ugualmente. Sopra robusti scaffali di legno scuro, milioni di parole sono custodite dal libraio Vittorio. È un veneziano acquisito, nato in mezzo alle montagne, in un paesino del Cadore. Un uomo energico, quarant’anni ben portati, forte a sufficienza per spostare casse di libri piene fino all’orlo. Ma è delicato quando li prende in mano, li sfoglia come se fossero amici preziosi. Seppur burbero all’apparenza il suo animo racchiude un’innata timidezza. Era venuto a Venezia per frequentare la facoltà di economia, ma non si è mai laureato. Conosciuta una ragazza irlandese, dopo una breve storia d’amore lei se n’è andata, lasciandogli una copia del Moby Dick di Melville. Non era avvezzo alla lettura, ma da quel momento non ha più smesso e da quasi vent’anni Vittorio è il libraio di San Giacomo. Abita poco distante dalla libreria in una soffitta di corte dell’Anatomia che guarda i tetti rossi di Venezia, i Frari e la Fenice. La sua vita è piena, anche se ad essere librai non si diventa ricchi, è felice, anche perché adesso si è innamorato di Sofia. Lei ha l’abitudine di andare a trovarlo e gli fa battere il cuore più veloce con i suoi occhi chiari e le risposte svelte. Rosalba, un’anziana signora osserva tutto dalla finestra, perché le sue ginocchia non le permettono di scendere le scale. Campo San Giacomo scorre sotto i suoi occhi e lo vede cambiare. I veneziani che se ne vanno verso Mestre, i negozi che chiudono. Nuovi abitanti che arrivano come: il cinese Chung e il suo bar, dove lavora Sofia, che fa dei toast buonissimi e lei se li fa portare, il ragazzo del Bangladesh, che ha rilevato l’edicola, la pizzaiola, i ragazzi che giocano. Il campo, come Venezia non muore…

Il 12 novembre 2019, l’acqua alta ha raggiunto a Venezia la misura di 187 centimetri sul livello del mare, allagando gran parte della città. Quell’evento è stato tragico e inaspettato. Non solo per la misura della marea - la seconda più grave nella storia - ma anche perché è stata un’acqua diversa da tutte le altre, velocissima, cattiva, cresciuta in modo imprevedibile, e ha provocato danni ingenti ai veneziani. Il romanzo è la storia di fantasia del libraio Vittorio e della sua libreria “Moby Dick”. Nomi che nascondono quelli veri di tutti i librai veneziani e delle loro librerie. Li troviamo elencati alla fine del libro e localizzati in una bella cartina. Venezia è una cartolina, una gita scolastica per chi vive con i piedi per terra, ma per gli abitanti è diverso. L’acqua è un elemento con cui convivere, che dà lavoro e che lo porta via, dove gli stivali di gomma non sono un simpatico accessorio, ma una necessità. Pagine stampate, scritte, miniate che galleggiano e poi affondano come in un laico funerale del mare. In questo romanzo si parla di libri, ma nell’acqua galleggia di tutto, vite e ricordi, lavoro e futuro di una città e dei veneziani che non si danno per vinti. “Duri i banchi!” è l’antico motto per darsi forza. La paura ed il senso di organizzazione sono innati in loro, è una cultura antica che li fa comunità. Quando tutto salta, luce e telefono non funzionano, è la comunicazione tra la gente che fa la differenza. Ritrovarsi, organizzare i soccorsi, i giovani si prendono cura della loro città, gli studenti universitari, veneziani acquisiti, fanno altrettanto. Tante le tragedie che hanno colpito libri, persone e librai: il terremoto dell’Aquila del 6 aprile 2009, l’alluvione di Firenze del 4 novembre 1966 e molte altre. Angeli del fango è un modo di definire chi aiuta, non sono angeli, ma persone di cuore e coscienza, che accorrono a proteggere i libri, che sono memoria. Vittorio deve prendere una decisione, continuare o lasciare. L’affitto che aumenta, i danni al locale, i libri rovinati, sono rovelli che lo tormentano e la stanchezza si fa sentire. A Venezia durante l’acqua alta per essere cavalieri, le ragazze si prendono in groppa, così fa Vittorio con Sofia. Una passeggiata notturna nella città deserta, respirando l’acqua che al momento è calma. Seppur stremati dalla fatica, non sono sordi al sentimento delicato li unisce. Sarebbe stata la cosa più naturale del mondo baciarla, ma Vittorio si trattiene. Aiutarsi e fare comunità, questo è l’insegnamento. Fattivamente agire condividendo il poco che rimane, racimolando le forze per ricominciare ancora e ancora. Un improvvisato concerto al pianoforte, poi la musica sparata forte per una festa di rinascita in campo San Giacomo, una tregua data dall’acqua aspettando la prossima e che non sia così “granda”. I negozi devono riaprire, la vita continuare e per aiutare Vittorio ci sarà la signora Rosalba. Come scrive Giovanni Montanaro:” questo racconto vuole andare anche oltre Venezia: per ogni copia, un euro verrà destinato al fondo Mibact per gli acquisti delle biblioteche pubbliche nelle librerie di tutta Italia. È un piccolo segno, certo, ma in fondo a distanza di un anno Venezia, l’acqua alta e la reazione dei suoi abitanti sono anche il simbolo delle tante emergenze di questo Paese, delle tante impreviste tragedie che continuano a colpirlo ma che, alla fine, non riescono mai ad averla vinta”.

 


 

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