Il mio lavoro non è ancora finito

Il mio lavoro non è ancora finito

Frank Dominio odia il suo posto di lavoro, odia il soffocante anonimato del proprio ufficio, la seriale ripetitività dei compiti quotidiani, la loffia doppiezza dei suoi colleghi e soprattutto odia i burattinai di quel tragico teatrino lavorativo: i suoi sei supervisori e quel bastardo di Richard, il suo direttore. Frank odia i suoi atteggiamenti prepotenti e arroganti, le pose di chi fa finta di credere davvero in ciò che fa, il sadismo da quattro soldi di chi sa di ricoprire un ruolo apicale senza meritarlo e soprattutto odia quando quello stronzo gli storpia il cognome chiamandolo Frank “Domino”. Lui sa perfettamente che Richard lo fa apposta, per il gusto di sentirsi superiore e di umiliarlo, associandolo forse a una delle tante tessere del gioco che porta quel nome, tessere intercambiabili e prive di valore, da mettere una di fianco all’altra in nome di un disegno più grande. Un disegno che Frank dopo tanti anni non vede o che, a essere sinceri, non ha mai visto. Siamo tutti suini intenti a grufolare nello stesso porcile, menti e corpi destinati a essere macellati per diventare mangime da profitto... Il clima in ufficio è teso e pesante, e non solo per il continuo viavai di impiegati che si accalcano nei corridoi della Blaine Company. È colpa soprattutto di quella nebbia giallastra, che fa da cornice a quella che ormai è nota a tutti come Città degli Assassini. Sempre più persone considerano l’alto tasso di omicidi strettamente correlato a quella strana nebbia ... Dai sogni di una multinazionale in espansione ai modi di produzione arcaici dei cacciatori della foresta pluviale, dalla pubblicità invasiva a una Rete dell’Incubo sempre più diffusa...

Pubblicato solo ora in italiano da Il Saggiatore, Il mio lavoro non è ancora finito (uscito nel 2002) è la prima prova sulla lunga distanza di Thomas Ligotti, misterioso autore di culto del quale si sa poco o nulla al di fuori di una produzione di racconti, romanzi e saggi permeati da feroce nichilismo, visioni orrorifiche e disagi assortiti. Il libro in questione, occupato principalmente dal romanzo che dà il titolo all’intero volume più un racconto breve e una sorta di soggetto cinematografico (entrambi discreti ma non eccezionali), ha quale tema portante l’alienazione nel mondo lavorativo del Terzo Millennio. Per sgombrare subito il campo da riflessioni di natura economica e sociale va immediatamente detto che ci troviamo davanti a un horror di matrice gotica in cui gore e splatter affiorano con cautela, preferendo lasciare spazio a una misteriosa creatura che si aggira come un giustiziere pagina dopo pagina. Il protagonista Frank Dominio – o come viene sprezzantemente chiamato dal suo capo, “Domino” – incarna perfettamente l’idea dell’impiegato in burnout che, costretto alle dimissioni per scarsa produttività, decide di vendicarsi di chi lo ha umiliato trasformandolo solo in un numero e assassinando la persona che realmente è. Tuttavia, quella che sembra essere la cronaca della discesa verso la follia di un aspirante mass murderer, si trasforma repentinamente in un racconto fantastico con Frank che riesce ad assumere le sembianze di un Angelo della Morte, una creatura soprannaturale fatta di rabbia, rancore e tenebra, in grado di compiere gesti atroci nei confronti di chi lo ha angariato e snobbato per anni e anni. Da questo inquietante mix tra un’opera di Dante Virgili, Dieci piccoli indiani e il film Seven fuoriesce debordante il significato metaforico dell’oscurità che uccide manager e professionisti: la paura del fallimento. La loro corsa verso il profitto e lo status, alimentata a stress e ambizione li conduce lentamente verso la morte, una morte violenta che non fa prigionieri, impossibile da respingere perché è ormai troppo tardi per guardarsi indietro. Questa e altre riflessioni si fanno strada tra le pagine di questa prima prova “completa” di Ligotti, che ci abitua a un lessico scarno ma ossessivamente preciso nel sezionare pensieri e ragionamenti, quasi sempre ammantati di fosco nichilismo e rassegnata resa a una vita che non dovrebbe essere vissuta, fungendo da prodromi al monumentale saggio La cospirazione contro la razza umana, ad oggi la sua opera più nota e articolata.



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